Sotto l’arcobaleno di Queerographies, intervista a Gian Pietro Leonardi

“I would venture to guess that Anon,

who wrote so many poems without signing them,

was often a woman.”

Virginia Woolf, A Room of One’s Own, 1929

Scrittori e scrittrici, lettori e lettrici sono legati indissolubilmente: nel bisogno di dare voce alle loro storie da una parte, nel bisogno di trovare in quelle parole un rifugio, un’evasione e una cura dall’altra.  Spesso andiamo alla ricerca di storie affini, che ci somiglino e rappresentino. Non è (stato) sempre così scontato.

Oggi ripercorriamo la letteratura attraverso i libri e gli spunti di riflessione che ci ha suggerito Queerographies.

Queerographies è un blog (più le pagine social) che tiene traccia di come le sessualità non normate vengano raccontate nel nostro paese presentando, ogni giorno, le novità librarie a tematica LGBTQIA+. Arricchendosi nel tempo, il catalogo dei testi mappati è diventato un vero e proprio archivio digitale consultabile e interrogabile grazie a un funzionale repository.

Ideatore e curatore del progetto è Gian Pietro Leonardi, dottore di ricerca in letterature di lingua inglese e studioso indipendente di cultura letteraria LGBTQ. Tra le sue pubblicazioni: L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza (Il Mulino, 2016), l’introduzione a Mr Bennett e Mrs Brown di Virginia Woolf (Rogas, 2015), e con Francesco Gnerre, Noi e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay (Il dito e la luna, 2007). Insieme a Nadia Fusini e Valeria Gennero ha organizzato il convegno internazionale “L’arte del desiderio” (Firenze, 17 – 18 marzo 2011).

La nostra intervista a Gian Pietro che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Scorrendo le pagine di Queerographies abbiamo l’impressione di trovarci dentro una vera e propria biblioteca digitale che ci invita a “prendere un libro” tra le tante proposte editoriali consigliate. Come e quando nasce l’idea di creare un archivio dedicato alle pubblicazioni LGBTQIA+ in Italia? Motivi di studio, assenza, esigenza?

Queerographies nasce qualche anno fa con l’idea di offrire ai visitatori una vetrina virtuale sulle ultime uscite editoriali LGBTQIA+ in Italia. Da “sempre” le persone che non si riconoscono nella norma eterosessuale hanno cercato nei libri altre persone come loro, che vivessero le loro stesse esperienze e le stesse passioni, non avendo una “famiglia naturale” d’appartenenza in cui rispecchiarsi.

Nel corso dei secoli, alcuni libri e i loro autori/autrici sono diventati persino un correlativo oggettivo dell’omosessualità, basti pensare a quello che è successo con Oscar Wilde o Radclyffe Hall. Il mondo dell’editoria non ha mai del tutto raccolto questa esigenza, anzi in alcuni casi ha contribuito a disorientare i lettori e le lettrici, celando o cancellando l’omosessualità dai testi in nome di una presunta universalità della letteratura. Ora, però, finita anche la (breve) stagione delle case editrici specializzate, il mercato sembra stia cambiando e le pubblicazioni queer sono diventate essenziali in ogni catalogo che si rispetti.

Chi visita Queerographies trova un catalogo aggiornato quotidianamente e il più rappresentativo possibile delle comunità queer: una mappa attraverso la quale orientarsi e crearsi un percorso di lettura personalizzato, non mediato da giudizi o pregiudizi (ad esempio verso generi minori come i manga, il fantasy o i romance m/m, o verso libri pubblicati in proprio).

Nel corso degli anni Queerographies è diventato inoltre un archivio digitale utilissimo non solo per i lettori e le lettrici, ma anche per gli studiosi e le studiose di letterature LGBTQIA+ che nel sito trovano un repository per le loro ricerche.

Queerographies | Risultati della ricerca per: Pier Paolo Pasolini https://queerographies.com/?s=pier+paolo+pasolini

Riuscire a definire i contorni della letteratura queer non è molto facile. Luca Starita, in Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana (effequ, 2021), si è messo alla (ri)scoperta delle personalità più interessanti della storia della letteratura italiana, nel loro universo più intimo e celato, per provare a smascherarne i lungamente velati silenzi. Anche Tommaso Giartosio ha scomodato la tradizione per offrirne un’interpretazione controcorrente in Non aver mai finito di dire. Classici gay, letture queer (Quodlibet, 2017). È arrivato il momento di guardare la letteratura attraverso nuove lenti?

Hai ragione è davvero difficile dire cosa sia la letteratura queer, soprattutto negli ultimi tempi nei quali anche le istanze identitarie più militanti di alcuni scrittori sembrano essersi spente o almeno affievolite. Già qualche anno fa Francesco Gnerre ed io (in Noi e gli altri, 2007) avevamo fatto notare che qualcosa stava cambiando, stavamo entrando in una dimensione culturale “post-gay”.

Per molti scrittori e molte scrittrici l’essere queer non rappresentava più un problema su cui costruire una storia, anzi era un dato di fatto. Il superamento dell’identità come mito fondante della letteratura queer ha agito profondamente nell’immaginario collettivo, liberandola dal “ghetto” delle comunità d’appartenenza e aprendosi all’editoria mainstream. Non so se questo sia stato solo un bene, ma di sicuro ha permesso che molti più lettori e lettrici potessero avvicinarsi a questo modo di fare letteratura. E forse non è un caso se alcuni di quelli che vengono considerati o percepiti come classici della letteratura queer contemporanea (sto pensando ad esempio a Brokeback Mountain (1998) di Annie Proulx, Chiamami col tuo nome (2007) di André Aciman e Una vita come tante (2015) di Hanya Yanagihara) siano stati scritti da persone che non si identificano come gay.

Per ritornare alla tua domanda dunque, faccio nuovamente ricorso a Francesco Gnerre, pioniere degli studi letterari lgbt in Italia. Nel 2000, anno del Giubileo ma anche del primo World Gay Pride a Roma, Francesco Gnerre pubblicò L’eroe negato, un saggio importantissimo che indagava la presenza dell’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Venti anni più tardi, il libro è stato ripubblicato in maniera ampliata e rivista con il titolo La biblioteca ritrovata(2020). Dalla negazione alla scoperta: proprio nella differenza di questi due titoli si può scorgere quanto sia cambiato il mondo e il modo di approcciarci alla scrittura delle persone non eterosessuali. Con questo non voglio dire che sia un percorso terminato e che non ci sia nulla da aggiungere, anzi. Il discorso di Luca Starita in qualche modo si inserisce nel solco tracciato da Francesco Gnerre, attualizzandone le domande e le istanze, mentre Tommaso Giartosio interroga il presunto canone lgbtq+ per osservare quanto questo possa incidere sul nostro presente, ma la sua analisi non si limita a questo e si fa più interessante quando applica il filtro queer alla letteratura, indagandola da una posizione d’eccezione.

L’anno scorso Franco Buffoni ha pubblicato Silvia è un anagramma (2020) che è un vero e proprio (e sacrosanto) atto d’accusa contro il “neutro accademico eterosessuale” invitando i lettori e le lettrici ad annoverare il fattore “o” (come omosessualità) nel novero delle possibilità di lettura della vita e dell’opera di Leopardi, Pascoli e Montale.

È arrivato dunque il momento di guardare la letteratura attraverso nuove lenti? Quel momento è sempre stato presente.

Queerographies | [Silvia è un anagramma] [Franco Buffoni] https://queerographies.com/2020/08/05/silvia-e-un-anagramma/

Sotto la forma di un ritratto autobiografico o servendosi della finzione narrativa la scrittura può diventare un’occasione di riflessione, di condivisione, di espressione libera del proprio io. Per chi legge significa ritrovarsi in quelle parole, immedesimarsi in quelle emozioni. Quanto è importante leggere per la propria crescita personale?

Nella lettura noi queer abbiamo sempre cercato uno spazio sicuro: un luogo dove riconoscerci, sentirci accolti e crescere. Non avendo un modello familiare di riferimento abbiamo problemi a identificarci in una norma che non sentiamo nostra. Così come fatichiamo a muoverci in ambienti a volte ostili come scuola o lavoro. Nella lettura possiamo sentirci finalmente a casa, trovare cittadinanza e non essere giudicati. Impariamo a leggere oltre il testo, codici e linguaggi nostri.

È vero che alcuni sentimenti sono universali, ma è altrettanto vero che alcune esperienze sono esclusive del mondo queer. Nessunǝ eterosessuale è chiamato a far coming out, si dà per scontato che lui, lei o loro lo siano. Molte volte il primo coming out lo facciamo proprio attraverso i libri, verso quel personaggio o quell’eroina che ci ha fatto prendere una cotta. Nei libri possiamo trovare conforto, cura e ascolto, cose che oggi si possono trovare anche nelle librerie specializzate: Nora Book & Coffee a Torino, Antigone a Milano, Igor a Bologna o Tuba a Roma, per fare qualche nome.

Recentemente la poeta scozzese Jackie Kay ha dichiarato che leggere Audre Lorde le ha permesso di scoprire che esistevano altre persone come lei, nere e lesbiche, anche all’interno dello stesso movimento omosessuale, tuttora ancora prevalentemente bianco e cisgender. La lettura è dunque il compimento di un duplice movimento, di conoscenza verso sé stessi e di scoperta di mondi diversi dal nostro.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Queerographies?

Il primo libro che mi è venuto in mente pensando al vostro nome è stato Autobiografia del rosso di Anne Carson, ripubblicato a fine 2020 da La nave di Teseo, con la traduzione di Sergio Claudio Perroni. Si tratta di un romanzo in versi che rilegge liberamente il mito greco di Gerione, il gigante a tre teste al quale Eracle deve sottrare la mandria di vacche rosse consacrate ad Apollo per completare la sua decima fatica. Nella rivisitazione moderna di Anne Carson, Gerione è un giovanissimo mostro rosso alato canadese abusato dal fratello maggiore. Ha quattordici anni quando incontra Eracle per la prima volta e se ne innamora. Anni dopo in Argentina i due si incontreranno di nuovo, ma questa volta Eracle è accompagnato dal suo nuovo amante Ancash.

Non racconto di più, ma vi invito a leggerlo se non lo avete ancora fatto. Lo stile di Anne Carson è così ricco e unico che non potrà non conquistarvi.

Anne Carson, Autobiografia del Rosso (1998), traduzione di S. C. Perroni, La nave di Teseo, 2020

Dal martedì alla domenica su Bianco Critico proponiamo un brano di un libro accompagnato da un’opera d’arte, alternando rubriche tematiche (In Libreria, Classici, Illustrazioni, Contemporanei, Teatro, Poesia). E se immaginassimo un giorno con Queerographies?

Sceglierei questi versi della mia amatissima Adrienne Rich:

Il silenzio può essere un piano

rigorosamente eseguito

la cianografia di una vita

È una presenza

ha una storia // una forma

Non confonderlo

con alcun tipo di assenza

tratti da Cartografie del silenzio, tradotti da Maria Luisa Vezzali e ripubblicati in Italia da Crocetti nel 2020. A corredo ho scelto un’opera di Linder Sterling, She/She del 1981.


Linder Sterling, She/She, 1981, printed 2007, Tate, Londra © Linder 

Per l’immagine in evidenza si ringrazia per la gentile concessione Gian Pietro Leonardi.

Maria Baffigi

Le colpe dell’innocenza. Quel luogo a me proibito di Elisa Ruotolo

Un romanzo che è una riflessione intima sullo stato della propria vita, una confessione privata di ciò che si è diventati o non diventati: Elisa Ruotolo racconta un sentire che è il suo e insieme quello dei suoi avi.

Quel luogo a me proibito, Feltrinelli 2021, è un diario della vergogna sommersa, quella che l’educazione del non detto spesso coltiva, un senso di colpa e di responsabilità per le vite degli altri che già da bambini invade il proprio essere.

La protagonista è una donna, prima bambina, che si guarda indietro per cercare i motivi che l’hanno resa una conchiglia chiusa al mondo. Sente di aver raggiunto i quarant’anni senza aver vissuto, il tempo non lo ha mai afferrato e così l’ha perduto tra dubbi senza risposta e capolavori di obbedienza.

Le vite insoddisfatte della madre e del padre, persone umili abituate alla fatica ma non alla tenerezza, fungono da modello per questa bambina, che cresce con la sola idea di non deludere le loro regole. Vorrebbe sapere di più dei suoi nonni, delle persone che hanno abitato il suo sangue prima di lei, vorrebbe conoscere se stessa attraverso i racconti degli adulti. Ma queste parole implorate non arrivano. Il silenzio della vergogna, per un passato solo avvertito, ma che aleggia come uno spettro sulle loro vite, la inibisce di fronte a ogni possibilità di vivere.

Come una spugna ipersensibile, sente su di sé la somma del dolore altrui, la colpa che la chiesa cattolica attribuisce alla carne e specialmente alla figura femminile. Lo stato di paura con cui viene cresciuta è tipico di molte famiglie all’antica – nel senso peggiore del termine – che educano alla non-libertà, a non fare per non venire giudicati. Una società paesana nella quale il mancato pettegolezzo su di sé viene barattato a costo della felicità.

La bambina che osserva gli altri vivere, ne invidia la spensieratezza; ha timore del mondo maschile che vede, così violento nelle parole, sporco nella gestualità. Non ha esempi di amore né di umanità, la bambina cresce pensandosi immortale, ferma stoicamente entro il limite che la separa con l’inferno che sta fuori.

In questo modo, si rende invisibile agli altri, si isola in una bolla temporale che oscilla tra il luogo interdetto della memoria e il presente che scorre. Non riesce a fermarsi in nessuno dei due.

Il rifugio diventano i libri, come spesso accade, dove la libertà è a portata di mano.

Un giorno questa donna quarantenne, che non aveva mai incontrato un uomo né l’amore, incrocia provvidenzialmente Andrea. Lui cerca di salvarla, tenta di aprire le sue imposte per fare finalmente luce, pur rispettandola nei suoi tempi e nei suoi limiti. Ma il corpo è ancora un territorio inesplorato, il cuore non è allenato per le scosse della vita.

Quel luogo proibito sono i ricordi, sono i giochi, sono le corse perdifiato, sono gli sbagli, sono i rimorsi, sono gli abbracci, sono la vita della madre da bambina, sono la nonna che cresce una figlia da sola, l’amore tra i suoi genitori, la spiegazione alle cose che accadono, l’amore, il sesso, il fidarsi dell’altro, abbandonare il proprio corpo al desiderio, smettere il controllo, arrendersi alla finitudine.

Francesca Attiani

Indagare la parola. Gli esercizi di fiducia di Susan Choi.

Abbandonarsi. Sciogliere i muscoli e smettere di contrarli. Respirare lentamente ma senza cambiare il ritmo. Statue di carne e ossa, tenute a galla da braccia sconosciute. È questo l’esperimento che viene richiesto al lettore, per affidarsi totalmente al racconto altrui, entrarci dentro, in special modo qui, nel romanzo di Susan Choi Esercizi di fiducia (pubblicato da Edizioni Sur, 2021, tradotto da Isabella Zani).

Il romanzo, vincitore del prestigioso National Book Award, chiede al lettore di fare un esperimento – e allo stesso tempo un’esperienza – immergendosi in tre acque diverse, capitoli separati, dove la medesima storia viene raccontata in versioni lontanissime l’una dall’altra. L’esperimento è giungere al terzo capitolo accettando di non conoscere la verità dei fatti.

L’autrice ci porta negli anni ottanta del Novecento, in un’America ambigua, dove convivono il disagio sociale e le manie di protagonismo. Questi anni vengono indagati attraverso lo sguardo di una coppia di adolescenti che si innamora.

Sarah e David sono i poli opposti: lei è il silenzio e l’autocontrollo, lui l’arroganza dell’ostentazione e la passione. I due si evitano, come accade spesso ai giovani, per troppo amore. La sofferenza che provano è inconciliabile con la felicità, hanno quell’età dove tutto è estremizzato, e lo sguardo della persona che si ama è insostenibile, colpevole come di una coltellata inflitta nel petto, che lacera senza possibilità alcuna.

I due frequentano una scuola di teatro che, nell’America di quegli anni, vuol dire una finestra sul mondo, l’unica opportunità per uscire dal proprio stallo. Un insegnante gay, mr. Kingsley, sottoporrà questo gruppo di ragazzi a continue prove: non solo quelle letterarie e mnemoniche, che si abbinano al contesto, ma veri e propri Esercizi di fiducia dove il limite tra vero e verosimile è fluttuante.

La vita fuori dalla scuola – dove questi sedicenni fanno sesso, bevono o si drogano, rubano, si vergognano della loro mancanza di indipendenza, si umiliano costantemente – viene portata dentro la “scatola nera”, nel teatro, dove hanno spazio solo le emozioni autentiche, seppur in circostanze fittizie. Recitare è questo, portare il proprio io nell’invenzione narrativa. Questi ragazzi non riescono più a scindere le due parti della loro esistenza.

Nei tre capitoli, oltre al cambio di visuale subito dal racconto, cambia la voce narrante. È a noi, ora, che viene chiesto un esercizio di fiducia.

Susan Choi mette al centro il teatro come luogo fisico e luogo di finzione letteraria, in un romanzo metaletterario straniante e psichedelico. Chi lo frequenta abitualmente il teatro (o meglio, frequentava prima della pandemia) da artista o spettatore, leggendo questo testo avrà colto tutta la potenza che viene riconosciuta alla parola, al carisma che la pronuncia, al corpo che la concretizza; scuola di vita per provare a sopravvivere. Una storia non è mai soltanto una storia ma il pretesto per riconoscersi, sembra dirci l’autrice.

Francesca Attiani

All’antica: per alcuni, non per tutti. Una riflessione di Duccio Demetrio

Il vademecum che è appena uscito da Raffaello Cortina editore All’antica. Una maniera di esistere, del prof. Duccio Demetrio, vuole essere una finestra aperta su di noi e su ciò che siamo, alla luce dell’anno difficile appena trascorso.

Partendo dal presupposto “come se…” si intraprende una navigazione filosofica che ci chiede una notevole dose di immaginazione – non di finzione attenzione! – per ripensare a un periodo temporaneamente non collocabile.

La domanda è: quanto del passato vorrei nella mia vita, o meglio, quanto di ciò che non ho mai vissuto può migliorare il mio presente?

Da qui si accede a un modo di essere, che in tempi di Covid può davvero mostrarsi salvifico, una modifica dei comportamenti umani che mira ad un avanzamento e non (come forse stareste pensando) a un volere reazionario.

Si tratta di una svolta morale, di ripensare il nostro tempo dilatato, abbandonare l’ossessione della velocità, della perenne dimostrazione ansiogena, per approdare in un incanto esistenziale (dolce e nostalgico al tempo stesso). Un’alternativa alla paura attuale di non riuscire a colmare il nostro tempo, al sentirci, talvolta, estranei all’oggi che va consumato rapidamente.

Il presente che viviamo è spesso umiliato dalla mancanza di qualità morali, banalità e futilità sono diventati ormai la dottrina della società dei consumi; essere all’antica può voler dire andare in profondità, evitare di fingere (la giovinezza, la ricchezza, la felicità) a tutti i costi.

Demetrio ci ricorda che l’antico non va collocato nel tempo, ma che risiede nello stato d’animo, come facevano i poeti crepuscolari sussurrando un sentire introverso.

Spesso il nostro incontro con l’antico avviene attraverso la poesia, o nell’infanzia mediante gli oggetti appartenuti a un tempo nel quale non c’eravamo: è un dare valore che ci pone in una dimensione altra, infinita, come direbbe Leopardi.

Leopardi sembra la vera chiave di questo libro, e dell’intera riflessione sull’essere all’antica. Lui per primo si è sentito spesso lontano dal suo tempo, rintracciando nelle grandi figure del passato i modelli a cui ambire, uomini di valore proprio perché fatti all’antica. Un antico/eterno che si manifesta nel termine ricordanza: non è il ricordo (l’incontro con un momento del vissuto che Leopardi non aveva, forse, neppure provato) che ci dice condannato all’oblio, quanto il rivivere cicli dell’esistenza e della natura che non ci appartengono.

Il libro di Demetrio vuole essere un invito a non vivere a propria insaputa, ad essere saggi, a dare peso alla parola e all’ascolto. Le 23 poesie che ci dona a termine di questa disamina, ne sono una prova.

Francesca Attiani

È ora di leggere: Dicono di oggi, intervista ad Antonella Sbrilli

Alice: «Per quanto tempo è per sempre?»
 Bianconiglio: «A volte, solo un secondo.»
 L. Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, 1865 

Ha la forma di una scarpetta di cristallo quell’attimo che allo scoccare della mezzanotte spezza l’incantesimo per Cenerentola, è un carteggio che porta la firma del giovane Jacopo Ortis, si trasforma in orologi distorti e gocciolanti nell’immaginario di Salvador Dalí, si confonde tra la realtà e il sogno nelle giornate di Guido Anselmi in 8 1/2 di Federico Fellini. Per noi il tempo è prima di tutto quel segno sul calendario, custode di ricordi, emozioni, attese e speranze. Nella finzione narrativa quale significato assume una data? Seppur non possiamo essere nella mente degli scrittori, interrogarsi sui motivi e riuscire a trovarne delle possibili soluzioni è il cuore di un progetto editoriale capace di catturare e di stimolare l’attenzione e il piacere per la lettura.

Dicono di oggi, due volte finalista al Macchianera Internet Awards come “Miglior sito letterario”, è un database di citazioni letterarie dal primo gennaio alla notte di Capodanno, un blog che raccoglie riflessioni e segnalazioni legate a questo tema, una community che conta migliaia di partecipanti su Twitter, il canale social che più si presta all’istantaneità e al gioco tra il tempo reale e il tempo narrato.

Dicono di oggi nasce da un’idea di Antonella Sbrilli, che ne è fondatrice e curatrice. Docente di Storia dell’arte contemporanea presso la Sapienza Università di Roma, svolge ricerche su arte e scrittura, intrecciando tempo, gioco e tecnologie. Socia dell’International Society for the Study of Time (ISST), fondata da J. T. Fraser, ha ideato e progettato giochi per musei, stampa e web; ha curato e realizzato mostre per il Museo Laboratorio di Arte contemporanea della Sapienza (2003, 2017), per l’Istituto Nazionale per la Grafica (2010-11), per il Centro Trevi di Bolzano (2012, 2016), per il Museo Macro di Roma (2016, 2019), per l’Auditorium-Parco della Musica (2019). L’esperienza di Dicono di oggi è stata ospite, tra gli altri, in occasione di un’edizione del “Maggio dei Libri” e degli incontri rivolti a insegnanti e a studenti universitari promossi da “Educare alle mostre, educare alle città” (Musei in Comune, Roma).

È arrivato il momento di lasciare la parola ad Antonella Sbrilli, che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Su Twitter l’account @diconodioggi scandisce i giorni dell’anno attraverso un tempo inventato dagli scrittori, sconfinando nei campi dell’arte, della cinematografia e della musica. Come ha avuto inizio questa suggestiva catalogazione dei libri?

La raccolta di citazioni narrative che raccontano un giorno dell’anno ha avuto inizio dal desiderio molto concreto di avere a disposizione – per una consultazione quotidiana o randomica – un’antologia di giorni narrati. Ho cominciato raccogliendo alcuni “ritratti temporali” molto intensi, il 15 dicembre del pranzo di Babette (Dinesen/Blixen), il primo gennaio del compleanno di Lolita (Nabokov), ovviamente il 16 giugno di Ulisse (Joyce), il 15 agosto dei Figli della mezzanotte (Rushdie) e il gioco della ricerca è continuato fino a comporre un anno ciclico di 366 giorni finzionali e paralleli.

Così è nato Il gioco dei giorni narrati, un libro edito nel 1994 dalla casa editrice Giunti, impaginato come un calendario e con una azzurra copertina disegnata da Paolo Bernacca (che, nella sua attività di illustratore e designer, è anche autore di bellissimi calendari basati su invenzioni grafiche). Il libro antologico negli anni ha avuto una sua diffusione in nicchie di lettori e lettrici interessate alla rappresentazione del tempo e al radicamento della lettura nel quotidiano; è stato usato per rubriche radiofoniche e televisive; è stato presentato all’International Society for the Study of Time (ISST). Nel frattempo, le citazioni crescevano e, con l’aiuto di Carlo Costantini, esperto di digital humanities, hanno trovato posto in un database strutturato e arricchibile.

Dietro la scelta di un determinato giorno ritiene che l’autore voglia tenerci segreto o rivelarci qualcosa? Tra quelle annotate una data particolarmente curiosa e più frequente?

Se si escludono le date che fanno riferimento a un fatto storico, la presenza di un giorno in un testo narrativo (crononimo) può avere molteplici origini, alcune si intuiscono, altre possono emergere – se interessa – dallo studio della biografia e delle vicende del testo, molte rimangono nascoste. Del resto, quello che conta è la capacità di restituire una porzione di tempo trascorso (e perduto) al presente di chi sta leggendo.

Esplorando la raccolta di date, emerge che spesso la data di nascita dello scrittore o della scrittrice è un perno della narrazione: accade con Borges (24 agosto), García Márquez (6 marzo), Uhlman (19 gennaio), J. K. Rowling (nata come il suo Harry Potter il 31 luglio).
A volte la vicenda del libro e della storia si intrecciano in una data, per esempio l’11 ottobre 1928, quando Virginia Woolf pubblica
Orlando, che si conclude proprio al “dodicesimo colpo di mezzanotte, giovedì undici ottobre millenovecentoventotto”.

Un’altra data curiosa è il 15 giugno: compare nel Mondo di Sofia di Jostein Gaarder, come giorno in cui le due ragazze Sofia e Hilde compiono 15 anni. Ed è anche il giorno in cui la figlia di Leopold e Molly Bloom (nell’Ulisse di Joyce) compie la stessa età: “Quindici anni ieri. Strano, anche il quindici del mese”.
E per sconfinare nel campo dell’arte, il pensiero va ad Alighiero Boetti, che ha elaborato la sua data di nascita – il 16 dicembre 1940 – proiettandola nel futuro, ricamandola e giocando in tanti modi creativi con le misure del tempo, gli orologi, i calendari.

11 ottobre | the 11th of October | Dicono di oggi: http://www.diconodioggi.it/11-ottobre-5/

Dai libri il progetto editoriale è approdato sui social, riscuotendo grande successo su Twitter dove, attorno a Dicono di oggi, si è formata una community molto attiva e partecipe di lettori-giocatori. Per chi non la conosce può spiegarci come funziona?

L’avvio dell’account Twitter di @diconodioggi si deve all’incontro con Daniela Collu (@stazzitta), con la quale nel 2013 è cominciata l’avventura social dell’antologia di giorni narrati.

Da allora, ogni giorno su Twitter propongo alcuni frammenti narrativi in cui compare la data del giorno in corso.
I brani da cui sono tratti si possono ritrovare nel blog
www.diconodioggi.it con i riferimenti editoriali completi: il blog è in un certo senso la casa-madre da cui parte e a cui ritorna l’interazione sui social. Il web master è Paolo De Gasperis con il quale lo abbiamo progettato come un contenitore capiente e flessibile. Nel tempo vi hanno trovato posto – oltre alle citazioni quotidiane nella parte alta della pagina – anche centinaia di post di segnalazioni di eventi e di riflessioni sul tema del tempo e alcuni giochi che curo per quotidiani e riviste, collegati alla finzione letteraria e al reenactement artistico.

Quanto alla comunità di Twitter: è composta di persone che leggono molto e che hanno la cura di memorizzare un passo e di condividerlo. In questo modo, un database molto specifico e non generalista si arricchisce di tanti contributi sfaccettati, che una sola persona non potrebbe mai acquisire, per limiti di tempo e differenza di gusti. Seguo chi invia una citazione e chi interagisce su temi che riguardano il tempo, e archivio la maggior parte delle citazioni annotando nei metadati il nome di chi le ha postate su Twitter indirizzandole a @diconodioggi.

Blog | Dicono di oggi http://www.diconodioggi.it/category/blog/

Nel 2016 gli spazi del Museo Macro di Roma, in via Nizza, hanno ospitato la mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea, curata da lei e da Maria Grazia Tolomeo, che ha portato Dicono di oggi “dentro un museo”. Può raccontarci questa esperienza e se prossimamente siano previsti altri progetti?

Nel blog, nella sezione Notizie da una mostra sul tempo, sono disponibili molti materiali relativi a quella esposizione: immagini e collegamenti ai siti degli artisti e delle artiste presenti, interviste, e poi il video del regista Stefano Scialotti, ritmato dal passaggio degli autobus davanti al Museo Macro di via Nizza. Sono anche riportati gli incontri e le interazioni con il pubblico sui temi della temporalità, che si sono svolte durante i 155 giorni di apertura della mostra, scanditi da un grande calendario all’ingresso, di quelli da cui si staccano i “foglietti” con i giorni.

Con Maria Grazia Tolomeo abbiamo cercato di mostrare – grazie alle opere – alcuni approcci nei confronti del tempo che gli artisti e le artiste hanno intuito e rappresentato con anticipo, con perizia e con poesia, ma che riguardano tutti: la memoria, la traccia, la ripetizione. Quanto al futuro prossimo, la pandemia ha rallentato e differito molti progetti; speriamo che – da qui in avanti – si possa tornare all’azione.

Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (29 aprile – 2 ottobre 2016) | Calendario sfogliabile con le citazioni letterarie riferite a ciascuno dei giorni della durata della mostra | Museo Macro di Roma, via Nizza 138

Con anticipo ha saputo intuire le potenzialità del digitale nel promuovere e diffondere la cultura. Una sua visione per lo sviluppo futuro a seguito della forte accelerazione degli ultimi anni?

Per i miei interessi e dalla mia esperienza, mi pare che la dimensione del gioco nella diffusione della cultura – fuori e dentro la rete – sia sempre più importante e fruttuosa. Può coinvolgere persone di età e formazioni diverse, e modularsi in tanti tipi di proposte: ci sono giochi progettati da artisti, giochi che si svolgono in contesti culturali, giochi che mettono in azione la “creatività cooperativa”, e anche i così detti “giochi con uno scopo” (Game With A Purpose), in cui le azioni di chi partecipa (scrivere una didascalia, disegnare un oggetto) allenano una rete neurale a riconoscere forme e segni.

Con Maria Stella Bottai, seguiamo quello che accade in questo campo e ne scriviamo nel blog www.art-usi.it

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Dicono di oggi?

Suggerisco un libro che è anche un’opera d’arte di Daniela Comani: The Beginning The End (Monroe Books, 2020). L’artista ha scelto 212 romanzi, da cui ha estrapolato le frasi d’inizio e di chiusura. Ha poi scritto di seguito tutti gli inizi e li ha impaginati in un verso del libro; lo stesso ha fatto con le fini, impaginate nel verso opposto, nello stesso ordine in cui compaiono nella parte degli incipit. Così composte, le sequenze raccontano due storie, simmetriche e sorprendenti, a volte spiazzanti, poiché Daniela Comani ha talvolta portato alcune frasi in prima persona, “come atto di appropriazione”. La prima frase viene dal romanzo Le Onde di Virginia Woolf e l’ultima da L’anno della morte di Ricardo Reis di José Saramago. I titoli dei libri non sono rivelati, ma conosciamo l’ordine di apparizione dei loro autori e delle loro autrici. Dunque siamo anche invitati a un gioco di riconoscimento e di localizzazione.

Abbiamo davanti agli occhi un libro di poche pagine, che contiene una miriade di combinazioni e di attraversamenti. Buon divertimento!

Daniela Comani, The Beginning The End | L’inizio La fine, Monroe Books, 2020

Immagine in evidenza: Paolo Bernacca, bozzetto per la copertina del libro Il gioco dei giorni narrati, Giunti, Firenze 1994 e ss, Courtesy Paolo Bernacca

Maria Baffigi

I libri imperdibili del nostro 2020!

I consigli di lettura del team di Bianco Critico

Quale modo migliore di chiudere l’anno, un 2020 straniante e inaspettato, che attraverso la lettura? Ogni giorno, dal gennaio 2018 oramai, proponiamo un libro al giorno, seguendo tematiche sempre diverse.

Allora abbiamo pensato di regalarvi i libri che ci hanno accompagnato in questi mesi, uno per ciascuna di noi, e che vorremmo aveste nella vostra libreria.

Pronti per questa carrellata? Si parte:

Partendo dal meno recente, Alessandra Nardelli consiglia Miyazawa Kenji con “Una notte sul treno della via Lattea – e altri racconti” (I ed. 1934, Marsilio 1994): Un trenino a alcol che corre tra le stelle, una mela, un viaggio spirituale lungo le costellazioni enigmatiche della vita, con gli occhi da bambino di Giovanni e del suo amico Campanella. Una fiaba di una delicatezza struggente e inaspettata, accompagnata da cinque racconti di uno dei più grandi autori del Novecento giapponese.


Eleonora Brunori consiglia George Orwell con “1984” (I ed. 1949, Mondadori 2000): cosa significa davvero essere liberi? In Oceania, formalmente, tutto è permesso: non ci sono leggi scritte. Eppure il controllo del Socing e soprattutto della Psicopolizia è capillare, arrivando a captare i segnali di una possibile dissidenza ancora prima che possa manifestarsi. Essere come tutti, pensare come tutti, odiare Goldstein e i suoi fantomatici complotti come tutti: come si può essere liberi se la possibilità di scelta è unica? Un libro distopico che parla della libertà e di cosa significhi essere umani: il titolo scelto originariamente dall’autore era “L’ultimo uomo in Europa”.


Giulia Pace consiglia Brianna Carafa con “La vita involontaria” (I ed. 1975, Cliquot Edizioni 2020): un romanzo di formazione introspettivo che ripercorre gli eventi di un giovane, Paolo Pintus, mosso quasi per inerzia a vivere la sua vita di estraneità ed incomunicabilità, spinto sempre verso una inconsapevole riscoperta di sé. La profondità narrativa della Carafa vi farà sentire parte di questa storia che forse, almeno una volta, abbiamo un po’ vissuto tutti.


Gaia Palombo consiglia Rachel Ingalls con “Mrs. Caliban” ( I ed. 1982, Nottetempo 2018): un libro che affronta la dimensione domestica e la solitudine, due aspetti che quest’anno abbiamo avuto modo di conoscere più approfonditamente. Dorothy, immersa in una spietata routine quotidiana fatta di incombenze domestiche, vede piombare nella sua cucina una creatura, metà uomo metà rana, appena fuggita dall’Istituto di ricerca oceanografica. La reciproca curiosità tra due esseri ai margini si trasforma in una storia d’amore: i due comunicano da subito, non hanno paura.
Dorothy dà riparo a Larry, l’uomo-rana, lo sfama con verdure e avocado, per lei diventa uno straordinario rifugio contro il tragico ordinario. Mrs. Caliban ha i connotati di una fiaba, è un godibile e surreale racconto sull’incontro con l’altro, questione che quest’anno, forse più che mai, considero necessaria.


Daria Vergnano consiglia Jan Brokken con “Bagliori a San Pietroburgo” (Iperborea 2017): ci regala un ritratto a luci e ombre, tra presente e passato, di questa città regale che è stata la patria di immensi intellettuali. Questi geni e dissidenti hanno reso grande una fetta di cultura europea del Novecento e il libro ci guida in un percorso di omaggio e riscoperta. Fra loro spicca la figura di Anna Acmatova che, attraverso versi raffinati e terribilmente umani, racconta i suoi amori e le sue
sofferenze dando voce, però, a un intero popolo.


Mariangela Berardi consiglia Daniele Vicari con “Emanuele nella battaglia” (Einaudi 2019): Daniele Vicari, toccato personalmente dalla vicenda della morte del giovane Emanuele Morganti dopo una violentissima aggressione, ne fa il cuore del suo primo romanzo, un’inchiesta necessaria, spinta da molteplici urgenze, tra tutte la volontà di restituire in qualche modo vita ad Emanuele, voce ai suoi familiari e tracciare infine la verità. Ma il libro è anche – e forse soprattutto – un percorso di elaborazione dell’accaduto da parte del suo autore: in uno stile innervato da molteplici linguaggi racconta una riflessione articolata, complessa, rigorosa, per cercare di mettere a fuoco il senso di ogni frammento di realtà, scioglierne il mistero, e rispondere alla fondamentale domanda “Come posso io raccontare questo dolore mortale?”.


Francesca Attiani consiglia Arianna Cecconi con “Teresa degli oracoli” (Feltrinelli 2020): una famiglia di donne, di diverse generazioni, si riunisce attorno alla più anziana che sta per morire, nonna Teresa. Il comune, triste sentire dovuto alla circostanza, non limita il ricordo di un passato felice di cui Teresa è intraprendente protagonista. La sua vita apparentemente di sacrificio e costrizione, si svela pian piano in tutta la sua vocazione rivoluzionaria, rendendo chiaro il destino di ciascuna e motivandone la ribalta. In un mondo semplice, agricolo, denso di tradizione, riscopriamo in Teresa ciascuna di noi: questo libro tocca le corde ancestrali che ci legano alla terra e alle relazioni umane, tesse una tela di sangue e pelle che siamo noi in tutte le epoche del mondo, storie di anime unite vorticosamente, dove le donne sentono il medesimo palpito, in un perpetuo divenire.


Maria Baffigi consiglia Daniele Mencarelli con “Tutto chiede salvezza” (Mondadori 2020): una prosa vibrante accompagna il racconto autobiografico di Daniele Mencarelli, un diario lungo sette giorni, quanti il trattamento sanitario obbligatorio a cui l’autore fu sottoposto all’età di vent’anni, a seguito di una violenta crisi di rabbia. Voci, suoni, odori, personaggi affollano queste giornate, intrise di dolore e di sofferenza. Dove è la cura? E quando arriverà il tempo della salvezza? Tra i corridoi di un reparto psichiatrico il lettore spettatore è lasciato a riflettere senza condizionamenti.

Buone letture e buon 2021 dal team di Bianco Critico!

Forme cambiate in corpi nuovi: Ovidio secondo Boitani

Se c’è un libro della letteratura classica che è rimasto immutato per fascino e potenza della narrazione – che mai viene interrotta, come in una corsa avventurosa che non si può arrestare – è quello che ci ha donato Ovidio ne Le Metamorfosi.

Il libretto prezioso Ovidio – Storie di metamorfosi (Il Mulino, 2020), scritto dal professor Piero Boitani ha il merito di presentarci questa grande opera letteraria in maniera sintetica e semplice, comprensibile anche da coloro che non avessero ancora letto Ovidio.

Duecentocinquanta storie collegate l’una all’altra, vengono presentate da Ovidio senza un inizio e una fine, ma con la volontà di descrivere passioni e punti deboli di uomini e divinità, che trasformano la realtà, la mutano in un continuo divenire.

Boitani giustamente compie una selezione delle storie, scegliendo di proporci quelle più significative dell’azione letteraria compiuta da Ovidio: Apollo e Dafne per mostrarci l’incessante movimento compiuto dai protagonisti (Apollo rincorre Dafne che via via muta in alloro) e quindi delle passioni che agitano i corpi; Fetonte e Icaro entrambi smaniosi di ascendere al cielo, cadono in picchiata per non aver ascoltato quello che gli era stato preannunciato. Eco e Narciso per il tema del doppio: la prima è costretta a ripetere le ultime parole pronunciare e l’altro è l’apoteosi dell’egoismo che inganna, una delle storie metaforiche più significanti dell’intera opera. Piramo e Tisbe, precursori dell’amore tragico per eccellenza “Romeo e Giulietta”, vengono anch’essi ingannati dalla morte dell’amato e così si uccidono; come in tutta l’opera non si muore ma si muta, quindi assistiamo al cambio di colore del frutto del gelso, non più bianco ma nero, pregno del sangue dell’amante.

Salmacide ed Ermafrodito aprono al tema della violenza sessuale, molto presente nel testo poiché spesso la fanciulla presa con la forza mostra la bassezza degli istinti umani e divini quando entra in scena il desiderio. In questo caso è una violenza compiuta da una donna verso il figlio di Mercurio e Venere, Ermafrodito, nome che ci rimanda immediatamente alla combinazione di due sessualità in un unico corpo: è infatti questa la pena inflitta ad entrambi, che si uniscono in un solo corpo.

Sempre sul tema della violenza sessuale e del rapimento: il Ratto di Ganimede, portato sull’Olimpo da Giove, e il Ratto di Proserpina, trascinata negli Inferi da Plutone – che è anche suo zio, poiché lei è figlia di Giove – si vedrà proprio dal padre costretta a trascorrere metà anno sulla Terra (sua madre è la divinità della Terra/Cerere) e l’altra metà negli inferi. Proprio con questa divisione ebbero inizio le stagioni: quando Proserpina sale sulla Terra, questa è rigogliosa e calda, quando scende negli Inferi tutto si raffredda.

Un altro tema lanciato da Boitani in questo testo è quello della caccia, personaggi che vengono sbranati da animali selvatici o cani: Atteone viene trasformato in cervo da Diana, facendolo così mangiare dai cani; Adone, l’amato di Venere, viene sbranato dai cinghiali e la dea trasforma il suo sangue in fiori; Meleagro uccide il cinghiale per la sua amata Atalanta ma fa infuriare le divinità e brucerà.

Non tutte le trasformazioni sono negative, ci sono anche quelle incredibili: come la mutazione di Arianna, da parte di Bacco, in costellazione.

Un libro che aiuta ad affrontare la lettura di questo classico, senza paura di annoiarsi, ma che compie un balzo ulteriore: svelando i personaggi che simboleggiarono l’arte nel testo (Medusa che trasforma in statua chiunque la guardi, Aracne che tesse una tela con gli dei dell’Olimpo e le loro malefatte, Pigmaglione modellando una statua otterrà da essa la sua donna ideale, Orfeo che ritrae l’autore) invita tutti noi a ritrovarne le sembianze concrete nella Storia dell’arte moderna che attinse a piene mani dalle Metamorfosi per secoli.

Francesca Attiani

Il mito della parola: La Tavoletta dei Destini di Roberto Calasso

Prosegue l’opera di tessitura di una Storia della scrittura compiuta da Roberto Calasso: La Tavoletta dei destini (Adelphi, 2020), è considerata l’undicesima parte dell’opera avviata nel 1983 dall’autore, che ha attraversato le epoche più remote alla ricerca di un’archeologia del mito e del suo racconto.

Questo romanzo sumero, a tratti epico, non ha narratore né voci fuori campo, poiché è lo stesso protagonista a svelarci tutto: Utnapishtim è l’unico superstite al feroce Diluvio Universale e, salvandosi, ha ricevuto un dono dalla divinità più umana che ha conosciuto Ea, l’immortalità. Ma a cosa serve l’immortalità, l’aver vissuto e ancora vissuto, se non si ha nessuno a cui raccontarlo?

Sembra essere questo il grande dilemma che attanaglia questo personaggio, che ha la fortuna (o meglio un fato designano dagli dei) di ricevere nel suo paese vuoto un altro uomo, il marinaio Sindbad.

Tra i due inizia un dialogo biblico, perché il racconto si fa parola, e in ogni singola parola si crea l’uomo, si ristabilisce un codice che giustifica l’esistenza umana, seppur ridotta a due uomini. Il sopravvissuto affida tutto quello che ha visto, ascoltato o vissuto al marinaio, finalmente comprende il senso del sacrificio che è stato chiesto agli uomini, nel dono della parola. Tramandando sé stesso, attraverso il mito, svela i misteri della vita e della morte.

Si tratta di un libro silenzioso, come l’universo in cui sono stati messi a tacere gli uomini, la sola voce del superstite echeggia pesantemente, attribuendo ad ogni storia un valore enorme per le storie che verranno. E qui veniamo a La Tavoletta dei Destini: forse è esistita, forse era un oggetto d’argilla che riposava nelle acque dolci di quel luogo al centro del mondo, forse invece non è mai esistita; l’autore ci fa capire che non importa stabilire ciò, perché a contare è il suo enorme significato. Grazie ad essa gli dei poterono contenere il caos primordiale, dominando tutto il cosmo.

Ma gli stessi dei non poterono fuggire al proprio destino, perché tutto era già scritto – ancora prima che arrivi ad esserlo concretamente: tra l’altro, in questo libro si fa menzione della prima persona che scrisse al mondo, la principessa Enheduanna, quindi una donna – e non seppero placare gli uomini in altro modo che cercando di eliminare la loro specie.

L’ultimo libro di Calasso è un romanzo scolpito su pietra, che incalza sul valore della parola, sia pronunciata che ascoltata, poiché coglie nell’attenzione alla narrazione il riconoscimento della persona, la fiducia in chi la riceve.

Un libro così lontano nel tempo, non è mai stato tanto attuale.

Francesca Attiani

La lentezza che protegge

Questa storia si svolge in un non-tempo e in un non-luogo. Non soltanto perché tocca temi universali che ben si adattano a tutti i tipi di relazioni umane, ma per stessa dichiarazione dell’autore fin dalla prima pagina: ci troviamo a “Senzunnome”. Se per i primi istanti, si è tentati di sorridere per una assonanza tipologica con gli scenari geniali immaginati dal personaggio di Maccio Capatonda, subito dopo ci si immerge in questa fetta di Italia e si familiarizza con i protagonisti.

Gelinda, una delle anziane ospiti della casa di riposo del borgo, è presente nella storia sia in questa condizione spaesata – fatta di attese e dolcetti mangiati di soppiatto – dell’oggi, sia da giovane, attraverso i suoi diari che si alternano, come ricordi che passano sulle vetrate dell’unica finestra da cui lei guarda il mondo.

La seconda protagonista è Beata, una ragazza rinnegata dalla famiglia (che pur la cresce, ma vergognandosene) per un ritardo mentale. L’unico ad amarla per come è, il fratello Primo.

Come in un flashback, Aldo Boraschi ci riporta all’incontro di Gelinda e Beata, quando la prima girava il paese con il suo carretto dei gelati (come ricorda il suo nome), e la seconda cercava di scoprire e conoscere ciò che le veniva precluso.

Il rapporto tra le due donne è il fulcro del romanzo: Gelinda accoglie nella sua vita Beata come se fosse sua figlia, le insegna il suo lavoro e la spinge a superare gli ostacoli che la società ottusa le pone innanzi. Beata è intelligente, sa ascoltare e fa suo ogni consiglio, trova in quella signora il calore che la madre non le saprà mai dare.

Il tempo che faceva è un inno alla vita, all’importanza del dialogo tra nonni e nipoti (anche senza legame parentale); una scossa verso la società attuale sempre di corsa, meschina e pavida, che privilegia l’apparenza alla sostanza.

Il racconto dei tempi passati non è altro che la testimonianza di una felicità perduta, pur nella povertà, pur nella privazione. Direbbero alcuni che forse si stava meglio con meno: Beata (nella sua condizione apparentemente minorata) è l’unica che può riappropriarsi di quell’essenza, e quindi l’unica che davvero può essere felice.

Francesca Attiani

Vite al limite: Resti di Gianni Agostinelli

La tranquilla vita di provincia. I casolari in campagna, lo spazio verde, il ritmo lento dei passi di paese scanditi dalla ferrovia. Gli anziani a presenziarne i luoghi di vita: alimentari, bar, giardini, chiese, cimiteri.

Una vita agreste che ricorda tempi antichi, i lavori manuali che non sono mutati nei secoli.

In tutto questo silenzio, nella pace che i turisti ricercano e invidiano – quando non la prendono in giro quella vita paesana – nascono e crescono tre uomini che Gianni Agostinelli ci mostra con il suo racconto.

Massimo, Leo e Alceste, amici d’infanzia, adolescenti vicini di casa, scorrono in bici le vie sterrate che offre quella comunità umbra, sentono mordere la voglia di conquistare vette impensabili per quelle famiglie semplici. Massimo è il capobranco, il ragazzaccio che obbliga gli amici a fare ciò che non vorrebbero/dovrebbero mai fare, li “bullizza” e facendolo li tiene ancorati a sé. Leo è lo spirito solitario, quello su cui nessuno punterebbe un soldo, un incapace, un codardo che avrà per tutta la vita il modello sbagliato: Massimo. Alceste è il buono, il ragazzo che non vede mai secondi fini, che non si accorge di essere sfruttato, il lavoratore onesto e instancabile.

Tre ragazzi di famiglie povere, di stampo agricolo, che non hanno alcuna possibilità.

Crescendo, ciascuno avrà una propria parabola. Ma ciò che sembra emergere è la spietatezza che cova sotto l’insoddisfazione: uomini spesso violenti, che non hanno alcun rispetto per sé e per le donne al loro fianco, che vengono umiliati pubblicamente e che, nel frequentare la prostituzione e l’alcol, sembrano trovare gli unici svaghi.

Resti è un libro asciutto, racconta gli episodi più gravi della vita dei tre, ma senza bisogno di affrontare il sentito: come un cronista senza scrupoli, Agostinelli ci mostra parole come immagini del crimine, fredde e dirette. I sentimenti li lascia fuori dal testo, ce li butta tutti addosso a noi lettori, che leggendo riceviamo diversi pugni allo stomaco.

Il libro, uscito per le Incursioni dell’editore Italo Svevo, svela i misfatti che si celano, spesso, dietro le tendine delle case unifamiliari, nei lavori umili, nelle “brave persone”. Certo, non tutta la provincia è così: il racconto, tra le righe, parla anche di donne che si sono sacrificate per mariti e figli immeritevoli, di stranieri che insegnano la correttezza e la serietà, di genitori amorevoli.

Ma in quei gesti brutali, degli uomini che non hanno altre armi conoscitive oltre la sopraffazione, c’è tanto dell’Italia di oggi, che nasconde sotto il tappeto i propri impulsi intolleranti e misogini. Questo libro riesce a dirci, senza giri di parole e con grande acume, gli esisti dell’ignoranza e dell’abbandono.

Francesca Attiani