Sotto l’arcobaleno di Queerographies, intervista a Gian Pietro Leonardi

“I would venture to guess that Anon,

who wrote so many poems without signing them,

was often a woman.”

Virginia Woolf, A Room of One’s Own, 1929

Scrittori e scrittrici, lettori e lettrici sono legati indissolubilmente: nel bisogno di dare voce alle loro storie da una parte, nel bisogno di trovare in quelle parole un rifugio, un’evasione e una cura dall’altra.  Spesso andiamo alla ricerca di storie affini, che ci somiglino e rappresentino. Non è (stato) sempre così scontato.

Oggi ripercorriamo la letteratura attraverso i libri e gli spunti di riflessione che ci ha suggerito Queerographies.

Queerographies è un blog (più le pagine social) che tiene traccia di come le sessualità non normate vengano raccontate nel nostro paese presentando, ogni giorno, le novità librarie a tematica LGBTQIA+. Arricchendosi nel tempo, il catalogo dei testi mappati è diventato un vero e proprio archivio digitale consultabile e interrogabile grazie a un funzionale repository.

Ideatore e curatore del progetto è Gian Pietro Leonardi, dottore di ricerca in letterature di lingua inglese e studioso indipendente di cultura letteraria LGBTQ. Tra le sue pubblicazioni: L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza (Il Mulino, 2016), l’introduzione a Mr Bennett e Mrs Brown di Virginia Woolf (Rogas, 2015), e con Francesco Gnerre, Noi e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay (Il dito e la luna, 2007). Insieme a Nadia Fusini e Valeria Gennero ha organizzato il convegno internazionale “L’arte del desiderio” (Firenze, 17 – 18 marzo 2011).

La nostra intervista a Gian Pietro che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Scorrendo le pagine di Queerographies abbiamo l’impressione di trovarci dentro una vera e propria biblioteca digitale che ci invita a “prendere un libro” tra le tante proposte editoriali consigliate. Come e quando nasce l’idea di creare un archivio dedicato alle pubblicazioni LGBTQIA+ in Italia? Motivi di studio, assenza, esigenza?

Queerographies nasce qualche anno fa con l’idea di offrire ai visitatori una vetrina virtuale sulle ultime uscite editoriali LGBTQIA+ in Italia. Da “sempre” le persone che non si riconoscono nella norma eterosessuale hanno cercato nei libri altre persone come loro, che vivessero le loro stesse esperienze e le stesse passioni, non avendo una “famiglia naturale” d’appartenenza in cui rispecchiarsi.

Nel corso dei secoli, alcuni libri e i loro autori/autrici sono diventati persino un correlativo oggettivo dell’omosessualità, basti pensare a quello che è successo con Oscar Wilde o Radclyffe Hall. Il mondo dell’editoria non ha mai del tutto raccolto questa esigenza, anzi in alcuni casi ha contribuito a disorientare i lettori e le lettrici, celando o cancellando l’omosessualità dai testi in nome di una presunta universalità della letteratura. Ora, però, finita anche la (breve) stagione delle case editrici specializzate, il mercato sembra stia cambiando e le pubblicazioni queer sono diventate essenziali in ogni catalogo che si rispetti.

Chi visita Queerographies trova un catalogo aggiornato quotidianamente e il più rappresentativo possibile delle comunità queer: una mappa attraverso la quale orientarsi e crearsi un percorso di lettura personalizzato, non mediato da giudizi o pregiudizi (ad esempio verso generi minori come i manga, il fantasy o i romance m/m, o verso libri pubblicati in proprio).

Nel corso degli anni Queerographies è diventato inoltre un archivio digitale utilissimo non solo per i lettori e le lettrici, ma anche per gli studiosi e le studiose di letterature LGBTQIA+ che nel sito trovano un repository per le loro ricerche.

Queerographies | Risultati della ricerca per: Pier Paolo Pasolini https://queerographies.com/?s=pier+paolo+pasolini

Riuscire a definire i contorni della letteratura queer non è molto facile. Luca Starita, in Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana (effequ, 2021), si è messo alla (ri)scoperta delle personalità più interessanti della storia della letteratura italiana, nel loro universo più intimo e celato, per provare a smascherarne i lungamente velati silenzi. Anche Tommaso Giartosio ha scomodato la tradizione per offrirne un’interpretazione controcorrente in Non aver mai finito di dire. Classici gay, letture queer (Quodlibet, 2017). È arrivato il momento di guardare la letteratura attraverso nuove lenti?

Hai ragione è davvero difficile dire cosa sia la letteratura queer, soprattutto negli ultimi tempi nei quali anche le istanze identitarie più militanti di alcuni scrittori sembrano essersi spente o almeno affievolite. Già qualche anno fa Francesco Gnerre ed io (in Noi e gli altri, 2007) avevamo fatto notare che qualcosa stava cambiando, stavamo entrando in una dimensione culturale “post-gay”.

Per molti scrittori e molte scrittrici l’essere queer non rappresentava più un problema su cui costruire una storia, anzi era un dato di fatto. Il superamento dell’identità come mito fondante della letteratura queer ha agito profondamente nell’immaginario collettivo, liberandola dal “ghetto” delle comunità d’appartenenza e aprendosi all’editoria mainstream. Non so se questo sia stato solo un bene, ma di sicuro ha permesso che molti più lettori e lettrici potessero avvicinarsi a questo modo di fare letteratura. E forse non è un caso se alcuni di quelli che vengono considerati o percepiti come classici della letteratura queer contemporanea (sto pensando ad esempio a Brokeback Mountain (1998) di Annie Proulx, Chiamami col tuo nome (2007) di André Aciman e Una vita come tante (2015) di Hanya Yanagihara) siano stati scritti da persone che non si identificano come gay.

Per ritornare alla tua domanda dunque, faccio nuovamente ricorso a Francesco Gnerre, pioniere degli studi letterari lgbt in Italia. Nel 2000, anno del Giubileo ma anche del primo World Gay Pride a Roma, Francesco Gnerre pubblicò L’eroe negato, un saggio importantissimo che indagava la presenza dell’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Venti anni più tardi, il libro è stato ripubblicato in maniera ampliata e rivista con il titolo La biblioteca ritrovata(2020). Dalla negazione alla scoperta: proprio nella differenza di questi due titoli si può scorgere quanto sia cambiato il mondo e il modo di approcciarci alla scrittura delle persone non eterosessuali. Con questo non voglio dire che sia un percorso terminato e che non ci sia nulla da aggiungere, anzi. Il discorso di Luca Starita in qualche modo si inserisce nel solco tracciato da Francesco Gnerre, attualizzandone le domande e le istanze, mentre Tommaso Giartosio interroga il presunto canone lgbtq+ per osservare quanto questo possa incidere sul nostro presente, ma la sua analisi non si limita a questo e si fa più interessante quando applica il filtro queer alla letteratura, indagandola da una posizione d’eccezione.

L’anno scorso Franco Buffoni ha pubblicato Silvia è un anagramma (2020) che è un vero e proprio (e sacrosanto) atto d’accusa contro il “neutro accademico eterosessuale” invitando i lettori e le lettrici ad annoverare il fattore “o” (come omosessualità) nel novero delle possibilità di lettura della vita e dell’opera di Leopardi, Pascoli e Montale.

È arrivato dunque il momento di guardare la letteratura attraverso nuove lenti? Quel momento è sempre stato presente.

Queerographies | [Silvia è un anagramma] [Franco Buffoni] https://queerographies.com/2020/08/05/silvia-e-un-anagramma/

Sotto la forma di un ritratto autobiografico o servendosi della finzione narrativa la scrittura può diventare un’occasione di riflessione, di condivisione, di espressione libera del proprio io. Per chi legge significa ritrovarsi in quelle parole, immedesimarsi in quelle emozioni. Quanto è importante leggere per la propria crescita personale?

Nella lettura noi queer abbiamo sempre cercato uno spazio sicuro: un luogo dove riconoscerci, sentirci accolti e crescere. Non avendo un modello familiare di riferimento abbiamo problemi a identificarci in una norma che non sentiamo nostra. Così come fatichiamo a muoverci in ambienti a volte ostili come scuola o lavoro. Nella lettura possiamo sentirci finalmente a casa, trovare cittadinanza e non essere giudicati. Impariamo a leggere oltre il testo, codici e linguaggi nostri.

È vero che alcuni sentimenti sono universali, ma è altrettanto vero che alcune esperienze sono esclusive del mondo queer. Nessunǝ eterosessuale è chiamato a far coming out, si dà per scontato che lui, lei o loro lo siano. Molte volte il primo coming out lo facciamo proprio attraverso i libri, verso quel personaggio o quell’eroina che ci ha fatto prendere una cotta. Nei libri possiamo trovare conforto, cura e ascolto, cose che oggi si possono trovare anche nelle librerie specializzate: Nora Book & Coffee a Torino, Antigone a Milano, Igor a Bologna o Tuba a Roma, per fare qualche nome.

Recentemente la poeta scozzese Jackie Kay ha dichiarato che leggere Audre Lorde le ha permesso di scoprire che esistevano altre persone come lei, nere e lesbiche, anche all’interno dello stesso movimento omosessuale, tuttora ancora prevalentemente bianco e cisgender. La lettura è dunque il compimento di un duplice movimento, di conoscenza verso sé stessi e di scoperta di mondi diversi dal nostro.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Queerographies?

Il primo libro che mi è venuto in mente pensando al vostro nome è stato Autobiografia del rosso di Anne Carson, ripubblicato a fine 2020 da La nave di Teseo, con la traduzione di Sergio Claudio Perroni. Si tratta di un romanzo in versi che rilegge liberamente il mito greco di Gerione, il gigante a tre teste al quale Eracle deve sottrare la mandria di vacche rosse consacrate ad Apollo per completare la sua decima fatica. Nella rivisitazione moderna di Anne Carson, Gerione è un giovanissimo mostro rosso alato canadese abusato dal fratello maggiore. Ha quattordici anni quando incontra Eracle per la prima volta e se ne innamora. Anni dopo in Argentina i due si incontreranno di nuovo, ma questa volta Eracle è accompagnato dal suo nuovo amante Ancash.

Non racconto di più, ma vi invito a leggerlo se non lo avete ancora fatto. Lo stile di Anne Carson è così ricco e unico che non potrà non conquistarvi.

Anne Carson, Autobiografia del Rosso (1998), traduzione di S. C. Perroni, La nave di Teseo, 2020

Dal martedì alla domenica su Bianco Critico proponiamo un brano di un libro accompagnato da un’opera d’arte, alternando rubriche tematiche (In Libreria, Classici, Illustrazioni, Contemporanei, Teatro, Poesia). E se immaginassimo un giorno con Queerographies?

Sceglierei questi versi della mia amatissima Adrienne Rich:

Il silenzio può essere un piano

rigorosamente eseguito

la cianografia di una vita

È una presenza

ha una storia // una forma

Non confonderlo

con alcun tipo di assenza

tratti da Cartografie del silenzio, tradotti da Maria Luisa Vezzali e ripubblicati in Italia da Crocetti nel 2020. A corredo ho scelto un’opera di Linder Sterling, She/She del 1981.


Linder Sterling, She/She, 1981, printed 2007, Tate, Londra © Linder 

Per l’immagine in evidenza si ringrazia per la gentile concessione Gian Pietro Leonardi.

Maria Baffigi

Le colpe dell’innocenza. Quel luogo a me proibito di Elisa Ruotolo

Un romanzo che è una riflessione intima sullo stato della propria vita, una confessione privata di ciò che si è diventati o non diventati: Elisa Ruotolo racconta un sentire che è il suo e insieme quello dei suoi avi.

Quel luogo a me proibito, Feltrinelli 2021, è un diario della vergogna sommersa, quella che l’educazione del non detto spesso coltiva, un senso di colpa e di responsabilità per le vite degli altri che già da bambini invade il proprio essere.

La protagonista è una donna, prima bambina, che si guarda indietro per cercare i motivi che l’hanno resa una conchiglia chiusa al mondo. Sente di aver raggiunto i quarant’anni senza aver vissuto, il tempo non lo ha mai afferrato e così l’ha perduto tra dubbi senza risposta e capolavori di obbedienza.

Le vite insoddisfatte della madre e del padre, persone umili abituate alla fatica ma non alla tenerezza, fungono da modello per questa bambina, che cresce con la sola idea di non deludere le loro regole. Vorrebbe sapere di più dei suoi nonni, delle persone che hanno abitato il suo sangue prima di lei, vorrebbe conoscere se stessa attraverso i racconti degli adulti. Ma queste parole implorate non arrivano. Il silenzio della vergogna, per un passato solo avvertito, ma che aleggia come uno spettro sulle loro vite, la inibisce di fronte a ogni possibilità di vivere.

Come una spugna ipersensibile, sente su di sé la somma del dolore altrui, la colpa che la chiesa cattolica attribuisce alla carne e specialmente alla figura femminile. Lo stato di paura con cui viene cresciuta è tipico di molte famiglie all’antica – nel senso peggiore del termine – che educano alla non-libertà, a non fare per non venire giudicati. Una società paesana nella quale il mancato pettegolezzo su di sé viene barattato a costo della felicità.

La bambina che osserva gli altri vivere, ne invidia la spensieratezza; ha timore del mondo maschile che vede, così violento nelle parole, sporco nella gestualità. Non ha esempi di amore né di umanità, la bambina cresce pensandosi immortale, ferma stoicamente entro il limite che la separa con l’inferno che sta fuori.

In questo modo, si rende invisibile agli altri, si isola in una bolla temporale che oscilla tra il luogo interdetto della memoria e il presente che scorre. Non riesce a fermarsi in nessuno dei due.

Il rifugio diventano i libri, come spesso accade, dove la libertà è a portata di mano.

Un giorno questa donna quarantenne, che non aveva mai incontrato un uomo né l’amore, incrocia provvidenzialmente Andrea. Lui cerca di salvarla, tenta di aprire le sue imposte per fare finalmente luce, pur rispettandola nei suoi tempi e nei suoi limiti. Ma il corpo è ancora un territorio inesplorato, il cuore non è allenato per le scosse della vita.

Quel luogo proibito sono i ricordi, sono i giochi, sono le corse perdifiato, sono gli sbagli, sono i rimorsi, sono gli abbracci, sono la vita della madre da bambina, sono la nonna che cresce una figlia da sola, l’amore tra i suoi genitori, la spiegazione alle cose che accadono, l’amore, il sesso, il fidarsi dell’altro, abbandonare il proprio corpo al desiderio, smettere il controllo, arrendersi alla finitudine.

Francesca Attiani

Il racconto audace e famelico dell’incomunicabilità: L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito

Di racconti sulla provincia ve ne sono molti nella narrativa italiana; di racconti sulle disuguaglianze sociali, sui diritti negati, sulle storie di abusi e violenze ve ne sono altrettanti. Ma questo romanzo non è una narrazione sulla periferia, non del tutto almeno. È una storia che stringe, che sta stretta, che scalcia e fa soffrire. È una storia, una voce, quella di una giovane ragazza dal nome misterioso che reclama la nostra attenzione, l’attenzione che un mondo intero sembra averle sempre negato.

Ebbene, la nostra attenzione viene letteralmente mangiata da questa giovane attorno alla quale ruotano le vite degli altri personaggi che incontriamo sfogliando le pagine. G. é solo una bambina all’inizio del romanzo, vive una vita che percepisce quasi inconsapevolmente, costretta a giocare con suo fratello maggiore in uno spazio di pochi metri quadri con la sua famiglia che lotta per il diritto ad ottenere una casa popolare. G. vive una dura realtà, che è quella della provincia, una provincia che non viene raccontata come degradante o fatiscente -sebbene il più delle volte lo sia- ma che diventa il luogo di una nuova possibilità di riscatto, slegandosi dalla retorica stantia che la contraddistingue. È la periferia a nord di Roma, Anguillara Sabazia, dove la famiglia della giovane protagonista si trasferirà dopo anni trascorsi a Roma, a combattere per ottenere il diritto ad abitare una casa degna di potersi chiamare tale.

La famiglia appunto, altro elemento fondamentale del romanzo -che può per certi aspetti anche considerarsi di formazione- si radica all’interno delle pagine che leggiamo come un’edera infestante, è costantemente presente nella ricerca disperata di un riscatto sociale. Non è una famiglia facile; con un padre disabile costretto sulla sedia a rotelle a causa di un incidente sul lavoro -non coperto da assicurazione- quattro figli da dover crescere ed accudire e una madre ostinata e caparbia che carica sulle sue spalle tutto il peso del suo piccolo mondo come un moderno Atlante. Colei che con forza, coraggio, determinazione ed ostinazione combatte e lotta per ottenere diritti per la sua famiglia è Antonia, la figura femminile che sarà per tutto il romanzo presenza viva e contrapposta a quella della nostra giovane protagonista.

G. crescerà un po’ all’ombra di sua madre tanto da venirne oscurata -in paese tutti la riconoscono come “la figlia della Rossa”- anche se Antonia cerca costantemente di proteggerla ed educarla nel rispetto del valore dell’onestà.

“Quando mi azzardo a farle notare che le cose di tutti è come se non fossero di nessuno lei mi risponde: Levati ora questa idea dalla testa o diventerai una donna cattiva.”

Il rapporto che si creerà tra queste due imponenti figure sarà conflittuale e la presenza ingombrante della madre porterà G. a sentirsi soffocata e a lottare costantemente alla ricerca e alla sopravvivenza di sé rendendola una donna intelligente e talentuosa ma carica di desiderio di rivalsa.

Questo romanzo prende tutta la sua forza da un desiderio di riscatto, da urlo di rabbia che dirompe e sfonda il muro dei temi sociali, dei racconti di povertà, dei soprusi e dei diritti mancati del lavoro; è un desiderio di comunicare ciò che non si riesce ad esprimere, cioè che resta sommerso nei meandri di una pozza oscura e torbida d’acqua. 

Da qui il Lago, quello di Bracciano, che fa da sfondo alla storia, che un po’ la inghiotte in sé, così come fa la figura di G. che a sua volta è assorbita dalla sua stessa violenta rabbia.

Il Lago è una metafora o forse solo una presenza misteriosa ed inquietante che si fa simbolo di questa incomunicabilità, che nasconde in sé tutto ciò che vi si immerge, che non permette di essere scrutato.

Giulia Caminito pubblica questa storia per Bompiani proprio a gennaio di questo anno e la sua scrittura così audace e a tratti cruenta rende incapace il lettore di poter opporre resistenza alla forza sconvolgente della protagonista, alla sua indomabile essenza. 

Quello che più colpisce nella lettura di questo romanzo è infatti proprio lo stile, la narrazione, la scrittura che si tinge di tonalità cupe ma che è tanto ricca da riuscire a pervadere completamente il lettore facendolo immergere nella dura realtà raccontata.

G” l’iniziale che accomuna il nome della giovane scrittrice con quello della nostra giovane protagonista, famelica, indomabile, insaziabile.

È l’iniziale di un nome che non troverete in questo spazio ma che scoprirete da soli perché vi verrà svelato nel modo più inaspettato durante la lettura, in un momento che saprà emozionarvi e commuovervi. 

Giulia Pace

Silvia Ruotolo. Un ricordo a fumetti

Mancheresti di rispetto in maniera così clamorosa a qualcuno che ti ha amato tanto? Perché smettere di parlare di mia madre sarebbe come darle uno schiaffo ogni giorno. Ricordarla è un dovere, come figlia e come cittadina. Questo impegno è una condanna. Ma è una bella condanna.

Alessandra Clemente, figlia di Silvia Ruotolo e Assessora del Comune di Napoli

Napoli, 11 giugno 1997. Silvia Ruotolo sta tornando a casa dopo essere andata a prendere il figlio Francesco all’asilo, lo tiene per mano mentre attraversano la strada. Alessandra li aspetta, è quasi ora di pranzo. Il rumore della pentola che bolle è il ronzio di una quotidianità conosciuta e protettiva.

Lo scontro tra due bande della camorra si infiltra all’istante e senza pietà a colpi di pistola, gli spari che scoppiano irrompono cancellando per sempre l’armonia della casa e di una vita serena. Sulla scena saranno ritrovati quarantuno proiettili; uno, quello che ha ucciso Silvia.

Quando arrivano i soccorsi, Francesco la tiene ancora per mano, non riesce a staccarsi. Alessandra ha visto tutto dal terrazzo: gli spari, il sangue, loro madre a terra. È una bambina di dieci anni soltanto. Suo fratello ne ha appena cinque. È un mondo che crolla sotto l’urto di una crudeltà senza senso e casuale.

Eppure in qualche modo Alessandra, Francesco e Lorenzo, marito di Silvia, trovano il coraggio di rialzarsi e di lottare, e questa spinta si solleva dallo stesso ricordo della madre e moglie perduta, è un desiderio di giustizia che preme non soltanto per lei, ma per tutte le vittime innocenti che sono state uccise dalle mafie. «Ci sono due tipi di giustizia», ricorda Alessandra, «Quella giudiziaria e quella sociale (…) La giustizia sociale non è punitiva ma costruttiva, è quella che ti dà un vero senso di riscatto».

Accanto a Silvia, altre voci senza memoria rimangono invisibili, ed è necessario mantenerle vive con forza nel ricordo, affinché il loro sacrificio non resti vano. La giustizia sociale, riprendendo ancora le parole di Alessandra, è «sulle spalle di tutti noi. È costruita sulla memoria e sull’azione». L’azione come ripetizione della comunicazione, il verbo che agisce, ma anche ovviamente come gesto, l’atto, lo stesso di Giacomo Taddeo Traini che nella graphic novel Silvia Ruotolo – Tutto ciò che libera e tutto ciò che unisce (edita da BeccoGiallo, 2019) ripercorrere la vicenda attraverso il filo svolto dai familiari della vittima e senza sosta annota, scrive, disegna, diventando lui stesso un membro della famiglia, un testimone. Ed è ancora l’azione ciò che spinge a cambiare il mondo e a creare nel 2007 il Comitato Silvia Ruotolo e successivamente nel 2011 la Fondazione Silvia Ruotolo, tuttora impegnata nel recupero dei giovani sottratti alla cultura camorrista attraverso percorsi quotidiani contro la criminalità.

Lo scorso 21 marzo abbiamo osservato la Giornata della memoria e dell’impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Noi ragazze di Bianco Critico vogliamo rinnovare ancora oggi un invito alla riflessione e all’azione quotidiana, attraverso le parole di Lorenzo Clemente: La memoria va fatta ogni giorno, non solo nelle ricorrenze. Questo significa combattere la criminalità e essere cittadini.

Alessandra Nardelli

Indagare la parola. Gli esercizi di fiducia di Susan Choi.

Abbandonarsi. Sciogliere i muscoli e smettere di contrarli. Respirare lentamente ma senza cambiare il ritmo. Statue di carne e ossa, tenute a galla da braccia sconosciute. È questo l’esperimento che viene richiesto al lettore, per affidarsi totalmente al racconto altrui, entrarci dentro, in special modo qui, nel romanzo di Susan Choi Esercizi di fiducia (pubblicato da Edizioni Sur, 2021, tradotto da Isabella Zani).

Il romanzo, vincitore del prestigioso National Book Award, chiede al lettore di fare un esperimento – e allo stesso tempo un’esperienza – immergendosi in tre acque diverse, capitoli separati, dove la medesima storia viene raccontata in versioni lontanissime l’una dall’altra. L’esperimento è giungere al terzo capitolo accettando di non conoscere la verità dei fatti.

L’autrice ci porta negli anni ottanta del Novecento, in un’America ambigua, dove convivono il disagio sociale e le manie di protagonismo. Questi anni vengono indagati attraverso lo sguardo di una coppia di adolescenti che si innamora.

Sarah e David sono i poli opposti: lei è il silenzio e l’autocontrollo, lui l’arroganza dell’ostentazione e la passione. I due si evitano, come accade spesso ai giovani, per troppo amore. La sofferenza che provano è inconciliabile con la felicità, hanno quell’età dove tutto è estremizzato, e lo sguardo della persona che si ama è insostenibile, colpevole come di una coltellata inflitta nel petto, che lacera senza possibilità alcuna.

I due frequentano una scuola di teatro che, nell’America di quegli anni, vuol dire una finestra sul mondo, l’unica opportunità per uscire dal proprio stallo. Un insegnante gay, mr. Kingsley, sottoporrà questo gruppo di ragazzi a continue prove: non solo quelle letterarie e mnemoniche, che si abbinano al contesto, ma veri e propri Esercizi di fiducia dove il limite tra vero e verosimile è fluttuante.

La vita fuori dalla scuola – dove questi sedicenni fanno sesso, bevono o si drogano, rubano, si vergognano della loro mancanza di indipendenza, si umiliano costantemente – viene portata dentro la “scatola nera”, nel teatro, dove hanno spazio solo le emozioni autentiche, seppur in circostanze fittizie. Recitare è questo, portare il proprio io nell’invenzione narrativa. Questi ragazzi non riescono più a scindere le due parti della loro esistenza.

Nei tre capitoli, oltre al cambio di visuale subito dal racconto, cambia la voce narrante. È a noi, ora, che viene chiesto un esercizio di fiducia.

Susan Choi mette al centro il teatro come luogo fisico e luogo di finzione letteraria, in un romanzo metaletterario straniante e psichedelico. Chi lo frequenta abitualmente il teatro (o meglio, frequentava prima della pandemia) da artista o spettatore, leggendo questo testo avrà colto tutta la potenza che viene riconosciuta alla parola, al carisma che la pronuncia, al corpo che la concretizza; scuola di vita per provare a sopravvivere. Una storia non è mai soltanto una storia ma il pretesto per riconoscersi, sembra dirci l’autrice.

Francesca Attiani

Nicola Lagioia, La città dei vivi. Storia di un assassinio dilettante

Roma, marzo 2016, al decimo piano di Via Igino Giordani, quartiere Collatino, viene ritrovato il corpo senza vita del ventitreenne Luca Varani, torturato per ore da Manuel Foffo e Marco Prato a colpi di coltellate e martellate. Da questa tragedia priva di logico movente ha inizio l’indagine di Nicola Lagioia, premio strega nel 2015 con La ferocia e direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino. 
La città dei vivi (Einaudi 2020) è un ricco e profondo resoconto, frutto di quattro anni di intensa ricerca, interviste e studio minuzioso sul caso, affrontato in tutte le sue complesse sfaccettature. 

La città dei vivi è un libro difficile perché si insinua nelle pieghe più dure e oscure di un evento che ha segnato chi ne era coinvolto e chi ne era spettatore. L’abile scrittura di Lagioia trascina senza indugio, nonostante la mole di pagine e di contenuto la lettura è scorrevole nella puntualità del lessico e nel ritmo. 
Attorno all’omicidio di Luca Varani ruotano una serie di tematiche collaterali: grande pilastro narrativo è Roma, all’epoca dei fatti senza guida politica ma con ben due papi, città ossimoro infestata da topi, gabbiani, monnezza e corruzione, in cui la vitalità trabocca quanto il ristagno. La geografia urbana è impossibile da tracciare nella disarticolata alternanza di centri e periferie, sembrano non esistere confini. A Roma è tutto grande: bellezza e sfacelo, imponenti, si confondono a tal punto da diventare indistinguibili.
Una perla l’apertura del libro, che sembra omaggiare il cinema del miglior Sorrentino: scene al limite tra surreale e grottesco, lo sguardo tra un alto che è monumentale e sublime e un basso che è caos e informe.
Questa narrazione parallela della città, tra la disarmante magnificenza e l’apocalittico collasso, torna come elemento integrante della storia a dimostrazione del forte nesso tra l’omicidio e il contesto in cui si è consumato.

La città dei vivi è un libro ricco di testimonianze raccolte da Lagioia, completamente calato nei luoghi della vicenda con tutte le persone più o meno coinvolte, ma è anche un appassionante contenitore di riflessioni, tra cui una, che mi sembra quella portante, sul concetto di tragedia
La tragedia, che nella sua crudele perfezione «sembra intagliata dalle mani di un dio» (Lagioia), ha una sua ben precisa e spigolosa struttura, difficile da accogliere perché porta con sé l’inaccettabile principio di irreversibilità. 
Ne La città dei vivi la tragedia è come una secchiata d’acqua gelida, un evento piombato a capofitto e incomprensibile.
Cosa è successo a due ragazzi apparentemente normali? Cosa li ha spinti a seviziare un ragazzo per tutto quel tempo? La risposta non ce la forniscono neanche i protagonisti, che anzi sembrano chiedere disperatamente una spiegazione ai loro accusatori per il delitto commesso. Su questo aspetto Lagioia pone l’accento in modo particolare: uno dei momenti più toccanti del racconto è quando Manuel Foffo, dopo aver dormito a poca distanza dal cadavere di Luca Varani, esce di casa per recarsi al funerale dello zio con suo padre. Durante il viaggio, ancora stordito dai giorni passati tra alcol e cocaina, Manuel confessa di aver commesso un omicidio, consegnando alla realtà quello che fino a poco prima poteva essere solo un incubo privato. In quel momento così assurdo per una confessione, che neanche l’immaginazione più fervida di uno scrittore avrebbe mai potuto partorire, Manuel ammette di non conoscere il malcapitato. Aveva torturato in casa sua, per ore, uno sconosciuto. 
A questa incapacità di elaborare la tragedia contribuisce la comunicazione sghemba e goffa massmediale, che tende a spettacolarizzare la realtà tragica collocandola su un piano di finzione, quasi cinematografico.
Questo meccanismo di riempire il timore del nulla con ulteriore nulla è un tentativo di rimozione, perché cercare il mostro da sbattere in prima pagina vuol dire circoscrivere il male e gestirlo come altro da sé, quindi non comprenderlo. La letteratura, in questo caso la penna di Lagioia, è invece un bisturi impietoso che si addentra in quel tormento e ne restituisce l’autenticità, ribalta l’idea che uccidere sia una pulsione momentanea, una forza superiore implacabile, punta i riflettori non tanto sul ruolo di vittima ma su quello di carnefice, con il quale è certamente più complesso identificarsi. La paura di subire è forse innata, quella di infliggere un dolore non è contemplabile.

In che modo il caso Varani è figlio dei nostri tempi?
Sicuramente lo è più che mai per via della fragilità estrema di cui sono vittime i due colpevoli, incapaci di esercitare anche il minimo controllo sulle azioni e sugli eventi. 
Letteralmente sopraffatti, Marco e Manuel non distolgono mai lo sguardo dal riflesso di uno specchio che li vede miseri e nudi nella loro solitudine. Vedere l’altro come possibilità e non solo come ostacolo e giudizio avrebbe impedito loro di infierire su un corpo con quella gratuità, perché tanta violenza è possibile quando non si ha alcuna capacità di riconoscere l’umanità altrui e propria. 
Mi chiedo quanti chilometri debbano aver percorso prima di finire nel buco nero della coscienza in quell’appartamento del Collatino, che a pensarlo sembra appartenere a chissà quale altra dimensione. Quei chilometri sono importanti e solo la letteratura può darcene testimonianza, sono fatti di innumerevoli vuoti, ferite che diventano voragini, ci dicono che c’è un processo preciso che porta all’irreversibile, che il gesto folle e insensato non esiste.
Tenere in considerazione che non esiste chi da persona normale che salutava sempre diventa un mostro omicida, può essere un ottimo punto di partenza per valutare la nostra responsabilità collettiva di esseri umani.

In ottobre 2020, quasi in contemporanea con La città dei vivi, usciva Forever, il primo album da solista di Francesco Bianconi. La nona traccia si intitola Assassinio dilettante e parla di un uomo incapace di uccidere il padre, dunque di separarsene e trovare se stesso. Le parole e la musica di questa canzone mi risuonano spesso nella testa pensando al libro: quell’incapacità di distogliere lo sguardo dallo specchio, di riconoscersi e riconoscere l’altro percepito con La città dei vivi era la stessa dell’uomo di Bianconi, quello dei piani fallimentaritentati amoriodio senza vocemattino atroce

Intuisco che tu mi vuoi assoldare per uccidere tuo padre. Manuel sobbalzò […] Pagarlo per uccidere suo padre? Non ricordava di avergli mai fatto una richiesta simile, eppure, su un piano puramente teorico, l’idea non gli dispiaceva. Se avesse avuto il padre lì davanti e una pistola in mano, non sarebbe mai riuscito a premere il grilletto. Ma immaginare distrutto l’uomo per colpa del quale la sua vita era stata una catena di fallimenti, be’, questo invece gli dava soddisfazione.

Sono tanti i vuoti lasciati da padri e madri in questa storia, una distanza emotiva che stride con quella fisica: i genitori di Manuel vivono nell’appartamento appena sotto il suo che è un cumulo di confusione e sporcizia, la deriva di uno spazio che ha fagocitato il tempo e forse i suoi inquilini. 
Ho pensato a Manuel e Marco come due dilettanti, due apprendisti stregoni come ama definirli Lagioia, che si macchiano di un delitto senza l’aura di assassini, piuttosto con una goffa, galleggiante disperazione. 
Ascolto Assassinio dilettante e ricordo, come un quadro o un fotogramma di Antonioni, l’immagine malinconica di Marco Prato in un E.U.R buio e silenzioso vestito da donna, fermo sotto un grande serbatoio idrico in attesa vana di clienti. Penso a Luca Varani, vittima sacrificale di una sofferenza grande e sconnessa come Roma.

Vuole diventare un assassino
Ha bisogno di colpire
Di un San Pietro da bruciare

[…]
Perché crescere è importante
Ma fa male, chiama sangue
Va fatto quando è tempo
Quando arriva la stagione
Altrimenti l’amatore
Aspirante Edipo re
Che suo padre ucciderà
Avrà pietà di lui
O morirà con lui

Gaia Palombo

All’antica: per alcuni, non per tutti. Una riflessione di Duccio Demetrio

Il vademecum che è appena uscito da Raffaello Cortina editore All’antica. Una maniera di esistere, del prof. Duccio Demetrio, vuole essere una finestra aperta su di noi e su ciò che siamo, alla luce dell’anno difficile appena trascorso.

Partendo dal presupposto “come se…” si intraprende una navigazione filosofica che ci chiede una notevole dose di immaginazione – non di finzione attenzione! – per ripensare a un periodo temporaneamente non collocabile.

La domanda è: quanto del passato vorrei nella mia vita, o meglio, quanto di ciò che non ho mai vissuto può migliorare il mio presente?

Da qui si accede a un modo di essere, che in tempi di Covid può davvero mostrarsi salvifico, una modifica dei comportamenti umani che mira ad un avanzamento e non (come forse stareste pensando) a un volere reazionario.

Si tratta di una svolta morale, di ripensare il nostro tempo dilatato, abbandonare l’ossessione della velocità, della perenne dimostrazione ansiogena, per approdare in un incanto esistenziale (dolce e nostalgico al tempo stesso). Un’alternativa alla paura attuale di non riuscire a colmare il nostro tempo, al sentirci, talvolta, estranei all’oggi che va consumato rapidamente.

Il presente che viviamo è spesso umiliato dalla mancanza di qualità morali, banalità e futilità sono diventati ormai la dottrina della società dei consumi; essere all’antica può voler dire andare in profondità, evitare di fingere (la giovinezza, la ricchezza, la felicità) a tutti i costi.

Demetrio ci ricorda che l’antico non va collocato nel tempo, ma che risiede nello stato d’animo, come facevano i poeti crepuscolari sussurrando un sentire introverso.

Spesso il nostro incontro con l’antico avviene attraverso la poesia, o nell’infanzia mediante gli oggetti appartenuti a un tempo nel quale non c’eravamo: è un dare valore che ci pone in una dimensione altra, infinita, come direbbe Leopardi.

Leopardi sembra la vera chiave di questo libro, e dell’intera riflessione sull’essere all’antica. Lui per primo si è sentito spesso lontano dal suo tempo, rintracciando nelle grandi figure del passato i modelli a cui ambire, uomini di valore proprio perché fatti all’antica. Un antico/eterno che si manifesta nel termine ricordanza: non è il ricordo (l’incontro con un momento del vissuto che Leopardi non aveva, forse, neppure provato) che ci dice condannato all’oblio, quanto il rivivere cicli dell’esistenza e della natura che non ci appartengono.

Il libro di Demetrio vuole essere un invito a non vivere a propria insaputa, ad essere saggi, a dare peso alla parola e all’ascolto. Le 23 poesie che ci dona a termine di questa disamina, ne sono una prova.

Francesca Attiani

È ora di leggere: Dicono di oggi, intervista ad Antonella Sbrilli

Alice: «Per quanto tempo è per sempre?»
 Bianconiglio: «A volte, solo un secondo.»
 L. Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, 1865 

Ha la forma di una scarpetta di cristallo quell’attimo che allo scoccare della mezzanotte spezza l’incantesimo per Cenerentola, è un carteggio che porta la firma del giovane Jacopo Ortis, si trasforma in orologi distorti e gocciolanti nell’immaginario di Salvador Dalí, si confonde tra la realtà e il sogno nelle giornate di Guido Anselmi in 8 1/2 di Federico Fellini. Per noi il tempo è prima di tutto quel segno sul calendario, custode di ricordi, emozioni, attese e speranze. Nella finzione narrativa quale significato assume una data? Seppur non possiamo essere nella mente degli scrittori, interrogarsi sui motivi e riuscire a trovarne delle possibili soluzioni è il cuore di un progetto editoriale capace di catturare e di stimolare l’attenzione e il piacere per la lettura.

Dicono di oggi, due volte finalista al Macchianera Internet Awards come “Miglior sito letterario”, è un database di citazioni letterarie dal primo gennaio alla notte di Capodanno, un blog che raccoglie riflessioni e segnalazioni legate a questo tema, una community che conta migliaia di partecipanti su Twitter, il canale social che più si presta all’istantaneità e al gioco tra il tempo reale e il tempo narrato.

Dicono di oggi nasce da un’idea di Antonella Sbrilli, che ne è fondatrice e curatrice. Docente di Storia dell’arte contemporanea presso la Sapienza Università di Roma, svolge ricerche su arte e scrittura, intrecciando tempo, gioco e tecnologie. Socia dell’International Society for the Study of Time (ISST), fondata da J. T. Fraser, ha ideato e progettato giochi per musei, stampa e web; ha curato e realizzato mostre per il Museo Laboratorio di Arte contemporanea della Sapienza (2003, 2017), per l’Istituto Nazionale per la Grafica (2010-11), per il Centro Trevi di Bolzano (2012, 2016), per il Museo Macro di Roma (2016, 2019), per l’Auditorium-Parco della Musica (2019). L’esperienza di Dicono di oggi è stata ospite, tra gli altri, in occasione di un’edizione del “Maggio dei Libri” e degli incontri rivolti a insegnanti e a studenti universitari promossi da “Educare alle mostre, educare alle città” (Musei in Comune, Roma).

È arrivato il momento di lasciare la parola ad Antonella Sbrilli, che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Su Twitter l’account @diconodioggi scandisce i giorni dell’anno attraverso un tempo inventato dagli scrittori, sconfinando nei campi dell’arte, della cinematografia e della musica. Come ha avuto inizio questa suggestiva catalogazione dei libri?

La raccolta di citazioni narrative che raccontano un giorno dell’anno ha avuto inizio dal desiderio molto concreto di avere a disposizione – per una consultazione quotidiana o randomica – un’antologia di giorni narrati. Ho cominciato raccogliendo alcuni “ritratti temporali” molto intensi, il 15 dicembre del pranzo di Babette (Dinesen/Blixen), il primo gennaio del compleanno di Lolita (Nabokov), ovviamente il 16 giugno di Ulisse (Joyce), il 15 agosto dei Figli della mezzanotte (Rushdie) e il gioco della ricerca è continuato fino a comporre un anno ciclico di 366 giorni finzionali e paralleli.

Così è nato Il gioco dei giorni narrati, un libro edito nel 1994 dalla casa editrice Giunti, impaginato come un calendario e con una azzurra copertina disegnata da Paolo Bernacca (che, nella sua attività di illustratore e designer, è anche autore di bellissimi calendari basati su invenzioni grafiche). Il libro antologico negli anni ha avuto una sua diffusione in nicchie di lettori e lettrici interessate alla rappresentazione del tempo e al radicamento della lettura nel quotidiano; è stato usato per rubriche radiofoniche e televisive; è stato presentato all’International Society for the Study of Time (ISST). Nel frattempo, le citazioni crescevano e, con l’aiuto di Carlo Costantini, esperto di digital humanities, hanno trovato posto in un database strutturato e arricchibile.

Dietro la scelta di un determinato giorno ritiene che l’autore voglia tenerci segreto o rivelarci qualcosa? Tra quelle annotate una data particolarmente curiosa e più frequente?

Se si escludono le date che fanno riferimento a un fatto storico, la presenza di un giorno in un testo narrativo (crononimo) può avere molteplici origini, alcune si intuiscono, altre possono emergere – se interessa – dallo studio della biografia e delle vicende del testo, molte rimangono nascoste. Del resto, quello che conta è la capacità di restituire una porzione di tempo trascorso (e perduto) al presente di chi sta leggendo.

Esplorando la raccolta di date, emerge che spesso la data di nascita dello scrittore o della scrittrice è un perno della narrazione: accade con Borges (24 agosto), García Márquez (6 marzo), Uhlman (19 gennaio), J. K. Rowling (nata come il suo Harry Potter il 31 luglio).
A volte la vicenda del libro e della storia si intrecciano in una data, per esempio l’11 ottobre 1928, quando Virginia Woolf pubblica
Orlando, che si conclude proprio al “dodicesimo colpo di mezzanotte, giovedì undici ottobre millenovecentoventotto”.

Un’altra data curiosa è il 15 giugno: compare nel Mondo di Sofia di Jostein Gaarder, come giorno in cui le due ragazze Sofia e Hilde compiono 15 anni. Ed è anche il giorno in cui la figlia di Leopold e Molly Bloom (nell’Ulisse di Joyce) compie la stessa età: “Quindici anni ieri. Strano, anche il quindici del mese”.
E per sconfinare nel campo dell’arte, il pensiero va ad Alighiero Boetti, che ha elaborato la sua data di nascita – il 16 dicembre 1940 – proiettandola nel futuro, ricamandola e giocando in tanti modi creativi con le misure del tempo, gli orologi, i calendari.

11 ottobre | the 11th of October | Dicono di oggi: http://www.diconodioggi.it/11-ottobre-5/

Dai libri il progetto editoriale è approdato sui social, riscuotendo grande successo su Twitter dove, attorno a Dicono di oggi, si è formata una community molto attiva e partecipe di lettori-giocatori. Per chi non la conosce può spiegarci come funziona?

L’avvio dell’account Twitter di @diconodioggi si deve all’incontro con Daniela Collu (@stazzitta), con la quale nel 2013 è cominciata l’avventura social dell’antologia di giorni narrati.

Da allora, ogni giorno su Twitter propongo alcuni frammenti narrativi in cui compare la data del giorno in corso.
I brani da cui sono tratti si possono ritrovare nel blog
www.diconodioggi.it con i riferimenti editoriali completi: il blog è in un certo senso la casa-madre da cui parte e a cui ritorna l’interazione sui social. Il web master è Paolo De Gasperis con il quale lo abbiamo progettato come un contenitore capiente e flessibile. Nel tempo vi hanno trovato posto – oltre alle citazioni quotidiane nella parte alta della pagina – anche centinaia di post di segnalazioni di eventi e di riflessioni sul tema del tempo e alcuni giochi che curo per quotidiani e riviste, collegati alla finzione letteraria e al reenactement artistico.

Quanto alla comunità di Twitter: è composta di persone che leggono molto e che hanno la cura di memorizzare un passo e di condividerlo. In questo modo, un database molto specifico e non generalista si arricchisce di tanti contributi sfaccettati, che una sola persona non potrebbe mai acquisire, per limiti di tempo e differenza di gusti. Seguo chi invia una citazione e chi interagisce su temi che riguardano il tempo, e archivio la maggior parte delle citazioni annotando nei metadati il nome di chi le ha postate su Twitter indirizzandole a @diconodioggi.

Blog | Dicono di oggi http://www.diconodioggi.it/category/blog/

Nel 2016 gli spazi del Museo Macro di Roma, in via Nizza, hanno ospitato la mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea, curata da lei e da Maria Grazia Tolomeo, che ha portato Dicono di oggi “dentro un museo”. Può raccontarci questa esperienza e se prossimamente siano previsti altri progetti?

Nel blog, nella sezione Notizie da una mostra sul tempo, sono disponibili molti materiali relativi a quella esposizione: immagini e collegamenti ai siti degli artisti e delle artiste presenti, interviste, e poi il video del regista Stefano Scialotti, ritmato dal passaggio degli autobus davanti al Museo Macro di via Nizza. Sono anche riportati gli incontri e le interazioni con il pubblico sui temi della temporalità, che si sono svolte durante i 155 giorni di apertura della mostra, scanditi da un grande calendario all’ingresso, di quelli da cui si staccano i “foglietti” con i giorni.

Con Maria Grazia Tolomeo abbiamo cercato di mostrare – grazie alle opere – alcuni approcci nei confronti del tempo che gli artisti e le artiste hanno intuito e rappresentato con anticipo, con perizia e con poesia, ma che riguardano tutti: la memoria, la traccia, la ripetizione. Quanto al futuro prossimo, la pandemia ha rallentato e differito molti progetti; speriamo che – da qui in avanti – si possa tornare all’azione.

Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (29 aprile – 2 ottobre 2016) | Calendario sfogliabile con le citazioni letterarie riferite a ciascuno dei giorni della durata della mostra | Museo Macro di Roma, via Nizza 138

Con anticipo ha saputo intuire le potenzialità del digitale nel promuovere e diffondere la cultura. Una sua visione per lo sviluppo futuro a seguito della forte accelerazione degli ultimi anni?

Per i miei interessi e dalla mia esperienza, mi pare che la dimensione del gioco nella diffusione della cultura – fuori e dentro la rete – sia sempre più importante e fruttuosa. Può coinvolgere persone di età e formazioni diverse, e modularsi in tanti tipi di proposte: ci sono giochi progettati da artisti, giochi che si svolgono in contesti culturali, giochi che mettono in azione la “creatività cooperativa”, e anche i così detti “giochi con uno scopo” (Game With A Purpose), in cui le azioni di chi partecipa (scrivere una didascalia, disegnare un oggetto) allenano una rete neurale a riconoscere forme e segni.

Con Maria Stella Bottai, seguiamo quello che accade in questo campo e ne scriviamo nel blog www.art-usi.it

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Dicono di oggi?

Suggerisco un libro che è anche un’opera d’arte di Daniela Comani: The Beginning The End (Monroe Books, 2020). L’artista ha scelto 212 romanzi, da cui ha estrapolato le frasi d’inizio e di chiusura. Ha poi scritto di seguito tutti gli inizi e li ha impaginati in un verso del libro; lo stesso ha fatto con le fini, impaginate nel verso opposto, nello stesso ordine in cui compaiono nella parte degli incipit. Così composte, le sequenze raccontano due storie, simmetriche e sorprendenti, a volte spiazzanti, poiché Daniela Comani ha talvolta portato alcune frasi in prima persona, “come atto di appropriazione”. La prima frase viene dal romanzo Le Onde di Virginia Woolf e l’ultima da L’anno della morte di Ricardo Reis di José Saramago. I titoli dei libri non sono rivelati, ma conosciamo l’ordine di apparizione dei loro autori e delle loro autrici. Dunque siamo anche invitati a un gioco di riconoscimento e di localizzazione.

Abbiamo davanti agli occhi un libro di poche pagine, che contiene una miriade di combinazioni e di attraversamenti. Buon divertimento!

Daniela Comani, The Beginning The End | L’inizio La fine, Monroe Books, 2020

Immagine in evidenza: Paolo Bernacca, bozzetto per la copertina del libro Il gioco dei giorni narrati, Giunti, Firenze 1994 e ss, Courtesy Paolo Bernacca

Maria Baffigi

“Si possono fare opere che non siano arte?”. Duchamp e il Grande Vetro

Nel 1913 Marcel Duchamp appunta una nota contenuta nella Scatola Bianca – una delle tre “Boîte’’ in cui raccoglierà tutte le sue annotazioni – nella quale delinea la sua idea del fare artistico e dell’arte in generale stabilendo, forse senza saperlo, una delle più importanti rotture con il sistema dell’arte e ponendosi come all’origine di tutte le rotture più radicali della storia dell’arte. È così che nascerà l’arte contemporanea.

Marcel Duchamp nasce nel 1887 in un piccolo paesino in Normandia, Blainville, dove rimarrà fino all’età di 22 anni quando si sposterà a Parigi con il permesso del padre. La sua intera vita può dirsi dedicata all’arte e all’indagarne il senso più profondo in una continua ricerca del nesso arte-vita e dell’identificazione dell’opera-non-d’arte.

Ponendosi il problema storico, estetico e teoretico della riconoscibilità dell’arte, Duchamp si è reso inconsapevolemente l’artista più complesso del secolo breve. Tutte le riflessioni che porta avanti sono frutto di uno studio attento e ricercato sul valore dell’opera d’arte e della sua riconoscibilità; per lui l’arte poteva essere qualunque cosa nella misura in cui ci fosse l’unione di tre elementi ben precisi, ovvero la scelta dell’artista, una indifferenza visiva nei confronti dell’oggetto scelto come oggetto d’arte e un possibile. Queste tre caratteristiche determinavano la nascita di quello che chiamiamo “Readymade”, letteralmente “già fatto”. Tra le varie tesi e ricerche che costellano il progetto artistico di Duchamp troviamo il concetto di nominalismo inteso come superamento del linguaggio stesso, il concetto di apparenza e apparizione e non meno quello di “inframince” traducibile come “infrasottile” che sta a rappresentare per Duchamp lo spazio invisibile che separa due cose come ad esempio il calore che viene rilasciato su una sedia quando una persona si alza oppure lo sfregarsi del tessuto dei pantaloni quando si cammina.

Insieme a queste tematiche troviamo fondamentale anche i suoi molteplici studi riguardo la matematica, il movimento e la quartai dimensione; nel circolo di Puteaux, Duchamp, insieme al fratello maggiore e ad altre personalità a loro contemporanee, si riuniva per partecipare a discussioni di carattere scientifico e artistico riguardo il tema della quarta dimensione in particolare modo.

La maggior parte di questi studi che lui compie anche nel campo dell’ottica di precisione affioreranno in molte delle sue opere artistiche e saranno poi messe a frutto in quella che possiamo definire l’opera capitale di Duchamp che lo ha visto partecipe per un periodo assai lungo della sua vita. Stiamo parlando della “Sposa messa a nudo dai suoi scapoli,anche” più comunemente nota come “Il Grande Vetro”.

Il Grande Vetro rappresenta il totale superamento della concezione dell’arte come rappresentazione del Bello plastico a favore invece di una “Bellezza di Indifferenza”; di fatti Duchamp sarà il primo che arriverà a disgiungere definitivamente l’idea di Bellezza da quella di Arte.

La realizzazione di questa opera capitale è assai complessa ed eterogenea; di fatti il Vetro può dirsi iniziato intorno al 1911-1912 e concluso, o meglio dichiarato definitivamente incompleto, solamente nel 1923, ben 12 anni dopo. Il 1912 è un anno fondamentale nel panorama della storia dell’arte perchè è l’anno che inizia a segnare le prime rotture con la continuità classica della rappresentazione, tanto che nascono le prime avanguardie, Kandinsky aveva già pubblicato “Lo Spirituale nell’arte” e dà vita al movimento del “Cavaliere Azzurro”, Picasso realizza il suo più noto collage, “Natura morta con sedia impagliata”, che rappresenta un primissimo approccio alla relazione tra opera d’arte e ambiente circostante. In questo contesto di sviluppo, Duchamp si trova a Monaco ed è lì che inizierà a realizzare i primi disegni per lo sviluppo del personaggio principale del Vetro, la “Sposa”.

Nel 1912 inoltre è di fondamentale importanza uno spettacolo teatrale al quale Duchamp parteciperà, “Impression d’Afrique” di Roussel e grazie al quale lui concentrerà moltissimo del suo interesse nella tematiche selle “macchine”-intese come meccanismi mobili- e dell’ironia.

A Monaco inizia quindi a realizzare questi primi disegni che rappresentano un’evoluzione stilistica del nudo femminile che aveva fin da giovanissimo affrontato. Sono tre le principali versioni che precedono quella definitiva della Sposa che poi verrà inserita all’interno del meccanismo del Grande Vetro e sono il prodotto di una quasi maniacale attenzione alla tematica del movimento, della trasfigurazione, del passaggio e della trasformazione. Attraverso il principio della frammentazione e della demoltiplicazione, Duchamp arriva infatti a realizzare la figura della Sposa in modo che sia totalmente irriconoscibile poichè “spogliata” di qualsiasi richiamo alla figurazione naturale del nudo umano.

Nei due anni successivi si occuperà di realizzare invece alcuni readymade che finiranno nella parte sottostante del Vetro -nel 1913-14 Duchamp non ha ancora in mente l’idea del Vetro, lo inizierà solo nel 1915, in America, su proposta della collezionista Katharine Dreier- che consistono nella “Macinatrice di cioccolato”, “il Cimitero delle uniformi” e il “combattimento di boxe”.

La realizzazione del Vetro subirà un brusco rallentamento nel 1918 quando Duchamp si dedicherà principalmente agli scacchi e alla realizzazione di un’opera commissionatagli dalla Dreier, “Tu m’”. Come già accennato, nel 1923 dichiarerà definitivamente incompiuto il Vetro e lo esporrà al Brooklyn Museum in occasione di una mostra tenuta dalla Societè Anonyme nel 1926. Nel 1936, dieci anni dopo, vi rimetterà mano per irrobustire la struttura che era stata danneggiata durante il trasporto dell’opera dalla mostra all’appartamento privato di Katharine Dreier.

Ma quindi, andiamo a vedere nello specifico come “funziona” questa grande macchina messa in piedi da Duchamp e anche i motivi che lo hanno spinto a realizzarla in tal modo.

“La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche”, 1915-1923, Philadelphia Museum of Art.

L’opera consiste in una grande superficie di vetro dalle dimensioni di 2,72 x 1,75 m divisa in due parti unite da una cornice di metallo che le sostiene. Queste due parti o sezioni sono distinte in una “Zona Superiore” dedicata alla figura della Sposa e una “Zona Inferiore” dedicata ai Celibi o Scapoli.

  1. Zona Superiore: la sposa si trova in alto sulla sinistra, la sua immagine è totalmente smaterializzata, la sua fisionomia disumanizzata; è ridotta ad una pura e semplice machina, un ingranaggio che determina il movimento dell’intera opera -definita anche macchina agricola-. La sposa, messa a nudo dai suoi scapoli, mira a raggiungere una condizione altra, una nuova dimensione (richiamo alla quarta dimensione) ma questa tensione che lei esprime non riesce a manifestarsi concretamente così come il desiderio provato dagli scapoli, nel tentativo di raggiungerla dal basso fallisce miseramente. L’opera è una espressione della tensione, del desiderio passionale, dell’Eros che è la vera energia motrice -insieme a quella dello humor- quella che permette ai personaggi di svolgere i propri ruoli.
  2. Zona Inferiore: i celibi o scapoli che troviamo in basso a sinistra soo stati anche loro ridotti alle singole e spoglie uniformi che avrebbero dovuto indossare e dai vertici di queste figure spoglie, si diramano dei filamenti che conducono la loro energia, il gas d’illuminazione, ad una pompa a farfalla, la quale attraverso 7 setacci trasforma il gas in forma liquida e lo fa convergere ai testimoni oculisti che si trovano sulla destra ( i tre cerchi concentrici sovrapposti) che hanno il compito di condurre l’energia nel regno della sposa, in corrispondenza della congiunzione dei due vetri. Nella zona inferiore ritroviamo infatti “La Macinatrice di cioccolato”, “Il cimitero delle uniformi” e “il reticolo di rammendi” (rimando ad un esperimento denominato “3 stoppage etalon” del 1913).

L’intera dinamica-funzionamento sta nella figura della sposa, Duchamp con questa opera intende parlarci di come il desiderio femminile sia non trascurabile, di come la figura della donna sia da porre al centro di un movimento e una tensione che generano desiderio ma non violenza. La donna è posta al centro del desiderio perchè anch’essa ne prova ma non è ridotta ad un oggetto usto a piacimento dal genere maschile, anzi, attraverso i celibi l’artista vuole anche un po’ mettere in ridicolo l’ego maschile.

Questa complessa macchina-celibe che ci ricorda un po’ anche quelle che realizzerà qualche anno più tardi l’artista newdada Tinguely, è il prodotto di uno studio preciso e attento ad ogni aspetto culturale della vita dell’essere umano ed è un invito a chi guarda, all’osservatore, a saper guardare non tanto con occhio sensibile ma con lo sguardo della mente. Non è un caso che come supporto Duchamp abbia scelto proprio un vetro, un materiale trasparente che permettesse la scelta dell’osservatore, che non costringesse ad osservare in un’unica direzione ma che lascia se ampio spazio alla possibilità.

Giulia Pace

Le informazioni utilizzate per la stesura di questo articolo sono state tratte dal testo “Introduzione a Duchamp” di Carla Subrizi, edito da Laterza Editore, 2008

Guarda, osserva, immagina Didatticarte, intervista a Emanuela Pulvirenti

Potremmo iniziare la giornata con una colazione con vista, entrare in un quadro di Vermeer, ritrovarci persino a pranzo con lo scheletro e concederci una piccola pausa pomeridiana sdraiati su un’amaca dell’arte per poi perderci tra le architetture dipinte aperte sul cielo e percorrere strade con il naso all’insù a guardare le mille e una nuvola.

Con un pizzico di fantasia niente è impossibile viaggiando tra le pagine del sito di Didatticarte. Uno spazio che si distingue nel saper spiegare concetti complessi con parole chiare e precise, nutrendosi di un repertorio vastissimo di immagini: materiale di studio per la storia dell’arte e il disegno tecnico, contenuti divulgativi su artisti, tecniche pittoriche, iconografia, fotografia, didattica fino a tematiche di vario genere legate al patrimonio culturale.

Dietro le quinte di questo progetto editoriale c’è la passione e la competenza di Emanuela Pulvirenti, architetto e dottore di ricerca in Fisica Tecnica Ambientale con specializzazione in illuminotecnica, dal 2006 insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso le scuole secondarie superiori. Dal 2011 cura personalmente il sito-blog Didatticarte (oltre 5 milioni e mezzo di accessi nell’ultimo anno) con ottimi riscontri tra like e condivisioni sulle pagine social. Tra le menzioni e i riconoscimenti ricevuti, il “premio Silvia Dell’Orso” 2016 per la divulgazione on-line dei beni culturali. Divulgare è il modo più generoso di trasmettere conoscenze e saperi.

La nostra intervista a Emanuela che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Emanuela Pulvirenti – per sua gentile concessione –

La prima parola che ci piace associare a Didatticarte è Wunderkammer per la straordinarietà dei contenuti proposti, il vasto repertorio di immagini, il continuo lavoro di ricerca e studio che a portata di clic offre all’utente ogni volta una meraviglia da scoprire. Che cos’è per Emanuela Pulvirenti Didatticarte?

È esattamente la stessa cosa: è il posto dove raccolgo le mie curiosità, i miei percorsi, i miei esperimenti. È il mio personale parco giochi, dove scrivo quando sento il bisogno di riordinare le idee su un argomento. A scuola è diventato anche uno strumento didattico perché nello stesso posto ho iniziato ad archiviare presentazioni, video e materiali per lo studio della storia dell’arte, ma gli articoli non hanno necessariamente un taglio didattico. Sono passeggiate tra le immagini che intersecano anche la scrittura, la fotografia, la percezione visiva, gli strumenti digitali. È la storia dell’arte come avrei voluto studiarla…

Questo approccio, molto libero e personale, è rimasto invariato fin dall’inizio. Per questo motivo non ho mai accettato di scrivere su richiesta recensioni o notizie di mostre ed eventi d’arte né ho allargato il blog ad altri autori. Non mi interessava trasformarlo in un magazine. Si sarebbe snaturato. Volevo che restasse uno spazio mio, simile a un diario di bordo per immagini.

L’esperienza on-line e di insegnante ha portato Didatticarte a diventare un punto di riferimento per la divulgazione dei beni culturali e lo studio della storia dell’arte nell’ambito scolastico rivolto a studenti e a colleghi docenti. È appena uscito, come presentato in questo post, Artelogia, testo di storia dell’arte per le scuole secondarie di secondo grado (Zanichelli, 2021). Che cosa troveremo tra le pagine di questi volumi?

Dentro Artelogia si trova tanto Didatticarte. La storia dell’arte è raccontata in modo da farne emergere tutta la ricca e affascinante complessità. Ci sono tanti percorsi trasversali, che vanno oltre la canonica sequenza cronologica dei periodi artistici per spaziare in tante altre direzioni, dalla letteratura alla società, dalla tutela del patrimonio alle tecniche artistiche, dal linguaggio visivo ai metodi costruttivi.

Ancora più di Artemondo (il libro per le medie uscito tre anni fa) che doveva avere un approccio semplificato ed essenziale, questo è un libro che mi somiglia, un libro in cui ho voluto trasformare la storia dell’arte in un’avventura nel passato capace di farci riscoprire le nostre radici culturali e la nostra identità.

Da Artemondo però ho ripreso il metodo: la storia dell’arte è raccontata soprattutto per immagini, attraverso il confronto tra le opere. Lo studente è chiamato a diventare protagonista del processo di apprendimento perché viene coinvolto attivamente in questo esercizio di osservazione e comprensione delle immagini.

La società americana di analytics e business intelligence DOMO ha pubblicato un’interessante infografica che mostra che cosa accade in rete ogni minuto: nel 2020 gli utenti di Instagram hanno condiviso 347.222 storie, su Facebook sono state caricate 147.000 foto, TikTok è stato installato 2.704 volte. Nella società di oggi quale valore attribuiamo alle immagini, nostre e altrui? Quali possono essere le buone pratiche per un uso consapevole?

Oggi più che mai consumiamo le immagini voracemente, senza soffermarci a osservarle e comprenderne i vari livelli di significato. La mole di immagini che vediamo ogni giorno è tale che anche con la migliore volontà non riusciamo a dedicare loro l’attenzione che meritano. Se un dipinto medievale era un compendio di simboli da interpretare, agli scatti su Instagram dedichiamo una frazione di secondo per passare subito alla foto successiva. Eppure anche questi contenuti avrebbero tanto da raccontarci, nel bene e nel male…

L’inquadratura, i colori, il soggetto, ogni aspetto dell’immagine, anche se scelto inconsapevolmente dall’autore dello scatto, può rivelare tanto di lui e della società. I selfie, ad esempio, sono un universo di significati: si potrebbero passare ore ad analizzarne uno. Ma, oltre al tempo per farlo, manca anche la preparazione. Manca quella cultura visuale che ci consente di capire e decodificare le figure.

È una situazione paradossale: siamo sommersi da immagini, quelle che osserviamo e quelle che produciamo, ma siamo affetti da un grave analfabetismo visivo. Reagiamo davanti alle immagini in modo puramente istintivo, non tentiamo alcuna lettura un po’ più approfondita. Questo, oltre a impoverirci dal punto di vista culturale, nasconde anche un altro pericolo: quello di essere facilmente manipolabili attraverso immagini confezionate ad arte, per stimolare di volta in volta l’indignazione, il disprezzo, il sarcasmo.

Naturalmente l’antidoto a tutto questo è la conoscenza. Conoscenza dei meccanismi della comunicazione visiva, della storia delle immagini, della lettura delle opere d’arte. Tutto questo si deve iniziare a scuola, fin da piccoli, esattamente come si apprende la lettura e la comprensione dei testi scritti.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Didatticarte?

C’è un libro, scoperto negli anni dell’università, a cui sono rimasta sempre molto legata: è “Da cosa nasce cosa” di Bruno Munari. Non parla esplicitamente di arte e di lettura delle immagini ma dei meccanismi della creatività e di pensiero divergente, abilità che andrebbero coltivate sempre. Munari non fa differenza tra il progetto di una lampada e il disegno di un volto, tra la manipolazione di una forchetta e l’osservazione dei sassi su una spiaggia.

Ecco, dovremmo essere sempre così: curiosi del mondo e pronti a connettere tra loro immagini e idee.

Bruno Munari, Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale ( I ed. 1981, Laterza 2017)

Un piccolo sogno nel cassetto del team di Bianco Critico: Didatticarte può regalarci un libro e un’opera d’arte per la nostra libreria delle immagini?

C’è un autore che sa deliziarmi come pochi. È Achille Campanile, scrittore umoristico ma capace di descrizioni potenti e immaginifiche. Questa è del suo racconto “Se la luna mi porta fortuna” del 1928 in cui narra il sorgere del sole.

“Per prima cosa lancia in campo i carri delle nuvole, carichi d’oro e di porpora, soffia nei suoi cartocci di zolfo e di zafferano e confonde tutto nel pulviscolo; intanto si dà al gettito intensivo dei colori – ecco il violetto, ecco il lilla, ecco il turchino, l’arancione, il verde, il marrone, – scaraventa fontanoni di scintille e, tenendosi ancora nascosto, inizia il lancio delle bombe luminose là dove mezz’ora prima era notte; non basta: sta col piede sulla soglia, pronto ad apparire, ma, prima di fare la grande entrata, ha il supremo effetto: incendia la girandola finale, la scappata dei razzi dorati e delle fionde luminose, e, nel momento in cui tutto scoppia, crepita e turbina vertiginosamente, lui, eroico mattatore, fa dar fiato alle trombe d’argento, sfodera la spada, squarcia l’orizzonte e, tra bagliori, lampeggiamenti e serpentine, appare.”

L’immagine che mi piace accostare a queste parole è un’alba di Giuseppe Pellizza da Volpedo del 1904, un’esplosione di pigmenti che dagli occhi arrivano dritti all’anima.


Il sole o Il sole nascente (1904) di Giuseppe Pellizza da Volpedo,
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Si ringrazia Emanuela Pulvirenti per il bellissimo collage dell’immagine in evidenza.

Maria Baffigi