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Un sogno dentro un sogno: Pasolini drammaturgo e filosofo

Ogni testo dedicato a Pier Paolo Pasolini è parziale per sua stessa natura: inserirsi nella sua stratigrafia – letteraria e teatrale, poetica e cinematografica – non è operazione semplice, perché richiede una conoscenza sterminata e la facoltà di rintracciare tutti gli infiniti riferimenti che sono posti lungo la sua strada.

Nel centenario della sua nascita ci è data la possibilità di leggere e rileggere Pasolini, seguirne un aspetto o inebriarsi della sua moltitudine. Tante, infatti, le stampe dedicate a questa ricorrenza, le uscite editoriali che tentano di riannodare i fili del suo pensiero (o cavalcarne illegittimamente la fama).

Proprio per prendere posizione nel marasma dei libri a lui dedicati, si propone qui un saggio, scientifico e analitico, che spicca per la serietà dello studio condotto su tre opere teatrali pasoliniane molto complesse: in Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs Pasolini filosofo (Metauro edizioni, 2021), Georgios Katsantonis affronta puntualmente la drammaturgia e le tematiche che risiedono in essa, tracciando un percorso che ci riporta al pensiero critico dell’autore sulla sua società contemporanea e, insieme, ai riferimenti filosofico-letterari che hanno permesso quei testi.

La disamina ha inizio con l’analisi di Orgia (testo pasoliniano del 1966, che anticipa Salò): in questo Katsantonis ritrova il riferimento esplicito ai testi di de Sade, Barthes, nonché alla filosofia di Bataille. Questa l’opera che erotizza il fascismo, nella quale la crudeltà diviene strumento di potere: dominatore e sottomesso acconsentono a delle esperienze sadomasochistiche che – attraversando l’erotismo – manipolano il desiderio conducendo alla morte, in una sorta di eros nero che porta all’autodistruzione.

È sadiana la ripresa del ruolo femminile come rottura all’ideologia imperante: viene riconosciuto un diritto al piacere femminile, e non a caso Pasolini utilizza la donna come strumento eversivo nella società capitalistica in tutti i suoi film e nelle opere teatrali. È la donna a denunciare i processi di corruzione e lo svuotamento dei valori nell’ideologia dominante.

C’è Barthes nel valore dato alla parola, e al linguaggio, che conduce al godimento: è la parola che si fa carne, le parole che diventano oggetti erotici e permettono di far durare nel tempo il desiderio. In questo, il teatro diventa realtà che lo spettatore è chiamato a vivere per elaborare, attraverso la rappresentazione del sesso, il proprio trauma.

Proseguendo incontriamo l’analisi di Porcile (testo pasoliniano del 1967-68): anche qui c’è una messa in scena del potere, o meglio, della differenza tra vecchio e nuovo potere (dittatura vs democrazia borghese) in uno dei testi più ironici e dissacranti di Pasolini. I dialoghi sono qui delle confessioni, in cui si rintraccia tutta la solitudine dell’io che insegue il godimento, attraverso un tema che è sempre sotteso nei testi di Pier Paolo Pasolini, ovvero l’anomalia della normalità o l’impossibilità di provare sentimenti considerati normali dalla società. L’animale è il fine ultimo, è la salvezza nella crisi antropocentrica in corso.

Non si tratta tanto di raccontare una perversione, quanto di riflettere su cosa sia davvero animale nel contesto sociale odierno, dissacrando – attraverso la presenza in scena del filosofo Spinoza – la borghesia, vero porcile, e ridando ai maiali la dignità di cui la società dei consumi li ha privati.

L’ultima disamina del libro di Katsantonis è dedicata all’opera Calderón (scritta da Pasolini nel 1967): il testo si rifà a Calderón de la Barca nella simbologia carceraria del sogno, poiché interessa a Pasolini raccontare allo spettatore l’angoscia esistenziale dell’uomo, che proprio nel tema del sogno, e nel ruolo del doppio, ha il suo significato (così come era nell’opera di Strindberg).

Pasolini sembra dirci: solo nel sogno si può uscire dalla dimensione borghese, poiché nella realtà il potere controlla le masse attraverso l’omologazione della cultura e operando sulla rimozione del passato. In questo modo nega ogni possibilità di rivoluzione; l’uomo viene rappresentato come una marionetta dove, in fondo, solo il narratore che inventa possiede i personaggi e dunque la verità. Il tema della marionetta torna anche nell’episodio pasoliniano, di Capriccio all’italiana,Che cosa sono le nuvole?” dove si manifestava un Otello metateatrale che, riecheggiando un verso di Edgar Allan Poe, permetteva a Totò-Iago di affermare la più disumana delle verità: «noi siamo in un sogno dentro un sogno».

Francesca Attiani

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Allegro ma non troppo: un motto di spirito

C’è un piccolo libretto, uscito molti anni fa, che conserva intatta una potenza magnetica condensando in poche pagine la veridicità del saggio unita a una grande sagacia espressiva: si tratta di Allegro ma non troppo del famoso professore di economia storica Carlo M. Cipolla (il Mulino, 1988).

Il volumetto si articola in due parti che, a modi di scherzo, trattano in realtà seriamente due tematiche: una principalmente storica, dedicata al ruolo delle spezie nella costruzione della società medievale, su cui torneremo alla fine; mentre l’altra affronta con sarcasmo la stupidità umana analiticamente.

Proprio quest’ultima parte è circoscrivibile a un tono confidenziale, ironico e spudorato, che non lascia margini di dubbio né possibilità di annoiarsi. Dimostrandoci come l’umorismo sia la capacità più intelligente dell’uomo, e come possa essere utile per comprendere meglio il mondo. L’autore in questo libretto dà sfoggio di una immensa intelligenza proprio abbandonando, apparentemente, il suo mondo accademico di riferimento, il politicamente corretto che stabilisce i confini di ciò che si può dire e su come dirlo, è un testo spregiudicato come solo le menti che fanno voli altissimi sanno produrre.

Partiamo dal presupposto che la stupidità esista, e sia una prerogativa della vita di molti, per fortuna non di tutti. L’autore ci pone innanzi a degli esempi, sostenendo le esatte e ironiche cinque leggi fondamentali della stupidità umana: la prima legge vede il nostro continuo sottovalutare/sottostimare il numero di individui stupidi in circolazione, non c’è stima che non sia al ribasso del reale. Il riconoscimento della stupidità non passa per strade culturali ma biologiche poiché – affermava il professor Cipolla – è un tratto genetico, come il colore dei capelli ad esempio, che non fa distinzione di sorta: è questa la seconda legge.

Lo stupido – insieme allo sprovveduto, al bandito e all’intelligente – rappresenta un quarto dei tipi umani esistenti. Proprio alla luce di queste quattro fazioni, ritroviamo nel saggio (che l’autore definisce «una spiritosa invenzione») dei grafici che analizzano il rapporto danno/beneficio in proporzione all’individuo che commette delle azioni nella società, grafici anche a nostra disposizione per degli eventuali nostri test.

La differenza di pericolosità di questi quattro individui starebbe nella consapevolezza o meno delle azioni commesse. Lo stupido causa un danno, agli altri e addirittura talvolta a se stesso, senza rendersene conto ci dice la terza legge sulla stupidità. E questo pericolo aumenta con l’aumentare del potere che esso esercita nel suo ruolo sociale, perché, l’autore avverte, non esiste contesto privo di stupidi: che si analizzi un campione di persone piccolo o grande, un campione di persone ricche o povere, la percentuale di stupidi sarà sempre la medesima.

E viene da chiedersi come sia possibile che persone stupide abbiano raggiunto posizioni di potere e di insensata autorità (questa è la domanda delle domande, non ha tempo né spazio, ci perseguita), ma la risposta è facile, c’è chi li ha posti in quel ruolo, spesso degli stupidi a loro volta.

La quarta legge ci dice che il potere degli stupidi aumenta con la sottovalutazione del loro potenziale nocivo, essi sono creduti maldestramente dalle altre tre categorie umane “innoqui sempliciotti”. Mentre la quinta legge afferma che non esiste persona più pericolosa dello stupido, anche più del bandito, perché agiste senza razionalità né possibilità di prevederne le azioni. E poi, soprattutto, perché lo stupido non sa mai di esserlo.

Questa riflessione ci porta al piccolo saggio sulle spezie, a cui si faceva riferimento all’inizio, quasi un monologo comico che in pochissime righe risolve la questione medievale; prescindendo dal fatto che questo brano di scrittura va proprio goduto nella lettura, ci limitiamo qui a ricordarne la parabola storica entro cui si muove.

L’Impero romano, crollato per auto-disfacimento da piombo, ci porta in un’epoca in cui la poca vitalità avrebbe motivato la ricerca di una vita altra nella fede. Ma anche questa fiducia non fermò la ricerca in terra di una vitalità, e il pepe era la soluzione. Così sarebbero iniziate le crociate in terre che possedevano pepe e ogni altro bene. Il consumo di pepe toglieva però il freno morale alla condotta di vita, causando così la creazione di cinture di castità e altri arnesi “antisesso” (con gioia di fabbri e artigiani). Insomma, chi commerciava pepe/lana/vino o lavorava il ferro era ricco, anzi ricchissimo. E quindi crebbero le banche, la ricchezza di commercianti e uomini di chiesa, fino al Trecento.

È chiaro che si tratta di un gioco colto, pieno di aneddoti divertenti ma veri, di Storia con la maiuscola presa in giro da chi la conosce alla perfezione. Un divertissement che motiva all’approfondimento e alla ricerca storica, perché non è vero che della storia non si possa ridere o sorridere; davvero un libretto da portare con sé per spingersi oltre e testare la propria intelligenza.

Francesca Attiani

Raccontarsi attraverso un romanzo epistolare: Abbiamo fatto una gran perdita di Alberto Cellotto

Quanti romanzi epistolari ci sono nelle vostre librerie?; quanti ne avete letti, sfogliati, amati o snobbati durante gli anni? Sono certa che accanto ai classici del genere trovereste piacere nell’aggiungere ai vostri preferiti, il lavoro di Aberto Cellotto, ”Abbiamo fatto una gran perdita”, edito da Oédipus narrativa nel 2018.

Il testo rappresenta la prima opera narrativa dell’autore che proviene infatti dalla scrittura poetica. Diverse sono le raccolte che ha pubblicato negli anni, prima di dedicarsi allo stile in prosa; Vicine scadenze (2004), Grave (2008) e Pertiche (2012), Traviso (2014) e in ultima ”La decenza comune” (2020) opera all’insegna dell’ironia che svela la resistenza della cultura.

La narrazione è dettata da una serie di lettere che il protagonista scrive ed indirizza a svariati destinatari; le epistole sono una quarantina, scritte fra il 27 settembre e l’11 ottobre del 2014, periodo durante il quale Martino Dossi -il nostro protagonista- perde il lavoro e decide di mettersi in viaggio, girando l’Italia, per ritrovare un po’ se stesso e allontanarsi anche dalla propria vita e dalla famiglia.

Durante questo soggiorno infatti, nelle camere degli hotel dove pernotta, si ritrova a scrivere delle lettere rivolte ad amici, conoscenti, amanti e familiari. L’espediente della lettera permette a Martino di poter snodare ad uno ad uno tutti i suoi interrogativi sulla propria vita, rivolgendosi con cura e dedizione ad ogni persona alla quale è rivolta la singola lettera, in un dialogo ad uno che lo porterà ad essere sincero e fedele a se stesso come mai era stato.

Sfogliando il testo la sensazione che viene più spontanea è quella di trovarsi come nelle pagine stesse sulle quali Martino incide la punta della sua penna; noi scopriamo pagina dopo pagina, lettera dopo lettera, destinatario dopo destinatario, un mondo fatto di dettagli quotidiani e personali che non intendiamo integralmente, che non comprendiamo completamente; Martino ci conduce con sé nel suo passato che ha bisogno di rivivere e di redimere.

È per questo che decide di non spedire mai le lettere, le tiene con sé, come fossero un monito, il racconto che gli permette di mettere in chiaro la sua esistenza e le relazioni con l’Altro.

Dopo due settimane di viaggio accade però l’evento che determinerà un cambiamento di prospettiva nella lettura dell’opera; le lettere passano tra le mani di Ester, sua moglie, che le sistemerà cercando anche di decifrare parti cancellate o addirittura stracciate, per poi pubblicarle.

Questo breve romanzo epistolare racchiude in sé davvero molte emozioni, che sono quelle provate da Martino per ognuna delle persone alle quali ha scelto di rivolgersi durante il suo viaggio; è un romanzo che può sembrare di una lettura veloce ma che in realtà richiede tempo, lo stesso tempo che si dedica alla cura dei rapporti, all’attenzione per se stessi, all’analisi della propria esperienza di vita passata.

Non posso non consigliarvi di leggerlo come fareste con una buona raccolta di poesie, lasciando che la vostra mente respiri le stesse immagini che Cellotto evoca con maestria e gentilezza, rendendoci consapevoli del fatto che non siamo soli nel sentire questo senso malinconico verso il passato e l’ingombranza della vita che spesso pone pesi assai faticosi sulle nostre spalle.

Giulia Pace

Messaggio vocale da Luca Tosi: Ragazza senza prefazione

Non tutti i romanzi d’esordio restano nella memoria, molti pur ben scritti e congeniati sfumano spesso nel calderone sempre fumante delle novità editoriali e rischiano di perdersi.

Non è il caso di questo libretto, un romanzo che sa di racconto, tanto è scorrevole e sincero negli intenti: Luca Tosi con Ragazza senza prefazione (Terrarossa Edizioni, 2022) ci lascia tra le mani delle pagine limpide e contemporanee allo scorrere dei nostri giorni, a tratti sembra di seguire il protagonista come visto dalla nostra finestra.

Un ragazzo quasi trentenne della provincia romagnola, si ritrova stretto in una condizione sociale di profonda inadeguatezza per gli standard imposti implicitamente dalla collettività e dalla mentalità diffusa: ha un percorso di studi lodevole che non l’ha però aiutato finora nella ricerca del lavoro, le persone attorno a lui non comprendono questa difficoltà e – pensando di spronarlo – ne sottolineano costantemente il fallimento; poi ci sono le amicizie che mutano a causa dei diversi contesti e della situazione sentimentale (molti si sono sposati), determinando un dislivello per chi è ancora solo o non sfoggia la sua dolce metà.

Questi sono i fattori scatenanti di uno stato di stress che il protagonista vive sulla sua pelle (letteralmente). Abitare ancora con i genitori, non avere un lavoro decente, tutti intorno che vogliono insegnargli qualcosa, la mancanza d’aria tipica delle province dove solo chi ha accumulato denaro è padrone di un luogo un tempo piccolo e antico che ora – come capita spesso ai paesi e borghi storici – si è smarcato da quella condizione a colpi di centri commerciali e locali trash.

È un sospiro bello lungo questo romanzo, così sincero da sentirlo. Una questione di appartenenza, non solo ai luoghi ma alle persone e alla vita che si fa, cercare qualcosa in cui riconoscersi e sentirsi finalmente bene.

Il protagonista sente la sua appartenenza a una ragazza, ex di un suo amico, che non è solo la cotta di una stagione della giovinezza, è sentirsi meno sbagliati e inadatti quando si sta con lei. Questa ragazza è la caduta di tutti i muri che lo chiudono nella fortificazione della propria infelicità. Poco conta che lei non ricambi, o almeno non abbia la cura necessaria per maneggiare i sentimenti altrui.

Questo racconto a doppia velocità, in una forma linguistica a tratti dialettale, fluida perché parlata, quasi come fosse un messaggio vocale che un amico ci manda per riprendere fiato dopo l’ennesima delusione, ci parla direttamente (soprattutto se si è coetanei del protagonista): è un libro scritto come un flusso di coscienza venuto fuori mentre si è distesi a guardare il soffitto della propria camera, a chiedersi inermi perché le cose semplici e normali che vediamo nelle vite degli altri per noi non ci sono.

Ha una leggerezza nello scrivere Luca Tosi che è tipica di chi ha una profondità e non ha bisogno di nutrire false ambizioni letterarie per riconoscere l’apparenza e ironizzare sul mondo circostante, smarcarsi raccontandoci quelle cose inutili del quotidiano che sono in realtà sostanza.

Una sola, importante, morale ci dona questa storia: mandiamolo sempre quel messaggio che vorremmo, senza la paura di una risposta o un’altra. Siamo tutti, sempre, troppo giovani per arrenderci alla malinconia.

Francesca Attiani

Quadernino arancio. La fragilità dell’essere secondo Marco Zungri

Silenziose raccolte
di pagine di vita
mentre nel cuore
macerie di martelli pneumatici
soffocano l’anima
a esalazioni in polvere.

Esalazioni in polvere

Seconda raccolta di Marco Zungri, Quadernino arancio (Editrice Clinamen, 2022) porta avanti la riflessione poetica che già due anni prima aveva preso avvio in Quadernino blu (La Gru, 2020), confessione personale dell’autore dal taglio intimo e introspettivo.

E in effetti, sfogliando le pagine, la sensazione è forse proprio quella di trovarsi di fronte a un quaderno cui confidare i nostri pensieri. Zungri ci interroga, ci invita a ricercare con lui la risposta, l’esperienza del segreto: Come si anestetizza / la fragilità dell’essere?

La poesia si fa luogo privato per eccellenza, dove spogliarsi e lasciarsi travolgere, magari, da una suggestione, dal trasporto di un sentimento, da un ricordo. Tutto questo a patto che chi legge si offra a propria volta, acconsenta alla connessione, nella consapevolezza di una debolezza comune, di una necessità d’amore e di unione.

Come in un diario, i versi fluiscono a tenere traccia di una realtà sfuggente, che instilla dubbio; sono appunti ripresi da una contemplazione assorta della vita, nella quale tuttavia non manca la meraviglia: il poeta ci rende partecipi di uno stupore ingenuo di fronte al mondo, spesso tanto simile a quello di un bambino che si affacci per la prima volta a scoprire ciò che lo circonda.

Con sguardo attento e affettuoso da buon maestro, Zungri dedica grande spazio all’infanzia, si apposta a osservare quell’innocenza insita in essa che forse gli adulti hanno dimenticato, ma che hanno bisogno di recuperare: Ho sognato un mondo bambino / fin troppo piccolo, / ma non era crudele / ed era a me più vicino. In questa disamina della fragilità umana, ciò che emerge e ci sconvolge è una condizione di smarrimento collettiva, apparentemente senza soluzione.

È solo vuoto
quello che trovi
intorno al cuore.
Colpisce d’assenza
l’incognita di vita.
L’altrove urlo
piange ininterrotto
d’un dolore infantile.

Urlo infantile

In questo nulla che immobilizza, Amore è la spinta necessaria a tessere reti per non soccombere alla solitudine e all’oblio. Soltanto affidandosi ad Amore è possibile creare un mondo dove sentirsi accolti, dove stabilire una propria presenza tangibile. Grazie ad Amore abbiamo la possibilità di costruire per noi un’identità pronta a entrare in contatto con l’altro, e ad assumere il rischio di rimanere possibilmente feriti nell’atto.

Quadernino arancio ci sembra dunque voler tracciare un ulteriore passo lungo un percorso di maturità, che si muove verso una consapevolezza di Amore più saggia, serena, in grado di intuirne gli aspetti molteplici, anche incomprensibili, attraverso i legami e gli incontri della vita. È l’invito di Zungri ad accogliere senza timore questo moto amoroso, cui tende inevitabilmente la fragilità dell’essere – per quanto spaventoso, vitale. In definitiva, una dichiarazione di poesia che costruisce ponti, possibilmente resistenti / ai crolli.

Alessandra Nardelli

Via da qui: tane, rifugi e case raccontate da Alessandra Sarchi

I luoghi che ci ospitano, per una sezione più o meno lunga della nostra vita, sono casa. Ma non nella generica rappresentazione delle mura domestiche, la quotidiana divisione di spazi dove appoggiamo lo scorrere del tempo, piuttosto i luoghi sono casa anche quando, talvolta, li abbiamo lasciati alle nostre spalle: la nostra memoria sono tutti i posti che, in ordine di importanza, abbiamo vissuto con le persone amate.

I cinque racconti scritti da Alessandra Sarchi in Via da qui (Minimum Fax, 2022) pur tessendo scenari tutti diversi, sono accomunati dalla presenza della casa come espressione degli affetti, spesso dolorosi, un contenitore di emozioni e scelte complesse.

Il primo racconto – La tana – è forse quello più emozionante, perché tocca delle corde delicate: la scoperta dell’amore tra due ragazze, dapprima amiche, con la costruzione della loro casa-tana, e l’arrivo sempre scioccante della morte, che fa emergere il tema dei diritti civili.

L’autrice qui mostra una cura e una tale empatia verso queste due vite che pare di vederle davanti ai nostri occhi, riuscire a sentire la rabbia che monta dentro per il mancato riconoscimento di un ruolo legittimo nella vita della compagna appena perduta, l’impossibilità di decidere sulla donazione di quegli organi che sono la persona amata, l’ingiustizia che aggiunge dolore alla mancanza. In questo racconto c’è tutto della società di oggi: il precariato che segue alla laurea come una tappa fissa, il ruolo imposto della famiglia, i diritti civili e il mancato diritto all’amore, la fatica della sopravvivenza di tutti i giorni. È un racconto che da solo può sostenere una sceneggiatura, tanto è profondo e carico di elementi potentissimi.

Ne L’argine, il secondo racconto, troviamo il rapporto tra due sorelle in età adulta – quindi dopo i rispettivi successi e fallimenti – tutto da ricostruire, e il rapporto tra zia e nipotina. Qui la casa è il legame che non si è mai spezzato tra le due sorelle che si ritrovano, ma è anche la volontà di una di tornare a vivere nel luogo dell’infanzia e dei ricordi, restaurando una delle case sull’argine. Lo stesso argine dove la nipotina trascorre i suoi pomeriggi con gli amici, l’unico luogo (ci svela nelle pagine del suo diario) dove è se stessa. La zia e la nipotina, pur non essendosi mai frequentate, avvertono la medesima emozione su quelle rive e questo crea tra loro un legame nuovo e speciale.

Ma la casa è spesso un luogo accidentale, non scelto, un posto dove ci si imbatte per nascondersi o ripararsi momentaneamente e, senza che ci si accorga, diventa la dimora di ciò che siamo diventati. È quello che accade alla coppia protagonista del terzo racconto, due persone che hanno perso tutto, non hanno altro che il rifugio l’uno nell’altra, e vivono nel sottotetto de Il palazzo della principessa, un luogo storico magnifico oggetto di restauro, che è emblema della vita che avevano o avrebbero potuto avere.

In queste pagine però c’è l’occasione, ben sfruttata dall’autrice, per parlare di un altro argomento delicato: l’aborto. Seppure solo come ipotesi prematura, la protagonista cerca aiuto e non sembra trovarlo. Ed è molto giusto inserirlo come pensiero legittimo in chi scopre la propria gravidanza, un’ipotesi che aumenta la dignità della donna e il valore della vita che nasce.

In Cherry Street, il quarto racconto, siamo davanti allo svelamento del reale, la lucida analisi della propria vita. La protagonista ha creduto di avere affianco una persona così eccellente da giustificare la modifica della sua intera esistenza. La casa americana contiene cassetti pieni di menzogne, ogni passo in quei territori è sembrato ipocrita e falsamente moderno. Uno specchio che mostra il fallimento necessario per comprendere il coraggio di andare via, andare via per tornare verso se stessi.

L’ultimo racconto è dedicato a un gruppo di amici che si ritrova insieme a Venezia dopo molto tempo. Fondamenta della Misericordia è un titolo che colloca la situazione in un posto preciso della laguna, ma è anche una metafora dell’amicizia. Molte volte i luoghi vissuti con persone amiche diventano casa, poiché sono spazi in cui si smettono gli artifici sociali (e social) per essere finalmente accettati come si è. Questo racconto è un ritorno a casa, laddove gli altri invece vedono piuttosto una fuga.

Quello che rimane, dopo la lettura di queste storie, è la capacità di Alessandra Sarchi di restituirci delle figure femminili estremamente contemporanee senza sdolcinature, ferme nei loro sentimenti devastanti e nelle loro scelte faticose, prova di un ascolto attento dell’animo femminile odierno. Una letteratura attuale e necessaria.

Francesca Attiani

Storie e parole dentro gli androni, intervista ad Alessandra Favazzo

andróne s. m. [dal lat. andron -onis «passaggio», gr. ἀνδρών -ῶνος «appartamento degli uomini», der. di ἀνήρ ἀνδρός «uomo»]. – 1. Presso gli antichi Greci, in senso lato, la parte della casa riservata ai soli uomini (sinon. quindi di andronìtis); in partic., nei poemi omerici, la grande sala principale della casa greca, e più tardi, la sala dei banchetti. 2. In Roma antica, corridoio di disimpegno fra gli ambienti di riunione degli uomini e le stanze delle donne, e di accesso agli appartamenti degli ospiti. 3. Nell’architettura moderna, ambiente di passaggio dal portone d’ingresso della casa alle scale e al cortile. 4. Nell’architettura militare, il passaggio sotto il parapetto che mette in comunicazione il piano della fortezza con il fossato.

voce andróne dal Vocabolario on line Treccani

Spazi di passaggio che diventano luoghi per immaginare vite che per caso, amore o amicizia si intrecciano, attimi suggellati da sorrisi, non detti e parole.

Laureata in Lettere moderne, Alessandra Favazzo è una giornalista professionista ed editor. Da quindici anni lavora per la stampa e il settore librario, scrivendo, leggendo e correggendo. Cuore nerazzurro, un giorno per caso ha scoperto quanto le piaccia intrufolarsi negli ingressi dei palazzi milanesi e scattare delle foto. L’anno scorso ha creato la newsletter “Dentro gli androni”.

La nostra intervista ad Alessandra che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

In foto Alessandra Favazzo, per gentile concessione

Una Milano bellissima, androni dove incontrarsi, parlare, ascoltare storie e incrociare sguardi. Posti del cuore e poi libri, film e lettere. “Dentro gli androni” ci porta a leggere soprattutto dentro di noi. Quando hai pensato che fosse arrivato il momento di scrivere una tua newsletter?

Quando le immagini di androni hanno letteralmente colonizzato gran parte della memoria del mio iPhone! Dopo qualche tempo dall’inizio di questa piccola “ossessione” – camminare, intrufolarmi, guardare, fotografare gli ingressi di palazzi, soprattutto milanesi –, anche grazie ai consigli di persone vicine o di chi guardava con curiosità a questa mia passione, ho pensato di “animarli”, cioè di creare all’interno delle piccole storie, delineate attraverso brevi dialoghi tra due personaggi che emergono dallo scenario.

Tutto accade sulla soglia e in pochi secondi, in uno spazio che potenzialmente può essere di tutti, dove le parole non sono mai parole di circostanza. Ho pensato che il posto ideale per queste micro-storie fosse una newsletter, che ho iniziato a progettare nel novembre del 2020. Poi a giugno dell’anno scorso, con un po’ di coraggio e chiudendo gli occhi, ho inviato la prima “letterina”.

Sommersi da informazioni, dati e contenuti multimediali non è affatto facile selezionare le fonti e scegliere come e che cosa approfondire. Oggi più che mai le newsletter sono diventate un canale molto importante: quali sono i vantaggi di questo strumento? Qualche buon esempio da cui imparare?

Nel caso di “Dentro gli androni” – che ospita contenuti di carattere non propriamente informativo, ma storie, piccoli quadri minimi – la forma della newsletter mi è sembrata fin da subito la migliore: cerco di non eccedere nella lunghezza delle lettere, ma soprattutto è bandita la fretta.

Chi la riceve può leggerla quando lo desidera (e rileggerla tornando indietro nell’archivio delle e-mail) e anche rispondere. Le parole che gli altri ti affidano in una corrispondenza restano la più grande emozione. E poi si crea un appuntamento fisso – anche se non sempre si riesce a rispettare ciò che il calendario impone – e io adoro le abitudini.

Sono iscritta a moltissime newsletter su temi abbastanza disparati, dalla letteratura all’ambiente: il mio primo amore è stata quella di Doppiozero, ma leggo sempre “Basilico” di Valentina Aversano, “Areale” di Ferdinando Cotugno, “Jefferson. Lettere sull’America” di Matteo Muzio, “tl;rl” di Domitilla Ferrari, “Friday I’m (not) in love” di Alessia Carlozzo, “Digesting Net” di Alessandro Loppi e “Mollette” di Jacopo Masini.

Buca delle lettere, Milano – foto di Alessandra Favazzo, per gentile concessione

Come mettere in (dis)ordine una libreria è una domanda che si fa ciascun amante dei libri. Di questo tema ne ha scritto magistralmente Massimo Gatta in L’insolenza e l’audacia – Sul disordine dei nostri libri (Graphe.it Edizioni, 2021) attraverso un’analisi dei maggiori contributi intellettuali sull’argomento. C’è chi preferisce ordinarli per autore, altezza, colore o lasciarli nel loro disordine creativo. Qual è il tuo rapporto con i libri?

Quando ho cominciato a lavorare in ambito editoriale e giornalistico, nel 2007, gran parte della produzione non era ancora digitalizzata: uno dei miei primi ricordi di redattrice è la correzione delle prove colore Chromaline. Forse per questo sono ancora molto legata alla fisicità del libro (così come delle riviste) e, se non mi è possibile acquistare, leggo e consulto libri presi in prestito in biblioteca.

Confesso che non ho ancora un e-reader, anche se prometto di iniziare a utilizzarlo, in particolare per le ragioni ecologiche legate all’utilizzo di una risorsa importante come la carta. Se vivessi sola e non con un compagno che preferisce assegnare un posto a ogni cosa, molto probabilmente sarei preda del disordine, non saprei proprio dire se creativo. Uniche costanti: i libri in lettura sono sempre accatastati sul divano, il mio posto privilegiato per leggere, mentre i più amati sono raccolti tutti in una libreria sospesa in sala. Questo è l’unico ordine che sono mai riuscita a darmi.

In Fuori di testo. Titoli, copertine, fascette e altre diavolerie (Ponte alle Grazie, 2020)  Valentina Notarberardino rivela storie, curiosità, segreti, retroscena dell’editoria in generale e della narrativa italiana più recente. Quanto le strategie di comunicazione e di vendita sono determinanti per il successo del prodotto-libro?

Direi piuttosto determinanti. Premetto che non mi sono mai occupata professionalmente degli aspetti legati alla comunicazione e alla promozione editoriale, ma ultimamente mi sembra che una parte sempre più rilevante delle strategie si concentri soprattutto su tutto ciò che avviene prima dell’uscita del libro: creare l’attesa, inviare copie in anteprima a influencer o comunque a persone in grado di influenzare le esperienze di lettura di una cerchia di persone, al punto da arrivare al paradosso – si è visto proprio in questi giorni – per il quale un romanzo “diventa” sui social un capolavoro prima ancora di essere distribuito in libreria e finire nelle mani anche dei lettori meno in vista.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Alessandra Favazzo?

Da molti anni, quando mi viene chiesto un consiglio destinato a un lettore di cui non conosco in particolare gusti e inclinazioni, rispondo con il libro che vorrei leggere sempre come fosse la prima volta e che più mi ha insegnato l’amore: Camere separate di Pier Vittorio Tondelli, di cui pochi mesi fa si è ricordato il trentennale della morte.

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate (1989), a cura di F. Panzeri, Bompiani 2016

Immagine in evidenza: Androne, Milano – foto di Alessandra Favazzo, per gentile concessione

Maria Baffigi

Il caos come possibilità dell’ordine; ”Come ordinare una biblioteca”

Siete a scuola, avete davanti la traccia di un tema, quella che più temete per il compito in classe fissato giorni fa dalla vostra esigente professoressa; l’argomento vi entusiasma, siete preparati, avete così tanto da raccontare, da voler scrivere, desiderate con tutti voi stessi poter trascrivere su quel foglio ogni singola frase, ogni concetto o idea che vi balza nella mente.

Ma, c’è un ma; il caos.

Il marasma di informazioni che il vostro cervello produce e spinge per far uscire, vi attanaglia, vi blocca, vi rende incapaci di riuscire ad ordinare tutto in modo che possa fluire senza ostacoli. Seguite la traccia dice la professoressa; create uno schema mentale, ripete; siate sintetici e centrati.

Ma come si può chiedere ordine e precisione quando si ha così tanta possibilità di esempi, citazioni, riferimenti; quando autori, scrittori, poeti, scienziati sollecitano la loro presenza e quella delle loro parole nella vostra mente, come foste in un’opera d’arte di Bosch, immersi in quel caos che fa a tratti quasi orrore.

Un ordine perfetto è impossibile, semplicemente perché c’è l’entropia. Ma senza ordine non si vive. Con i libri, come per tutto il resto, occorre trovare una via tra queste due frasi.”

“Come ordinare una biblioteca”, Roberto Calasso

Occorre trovare la via, una condizione che ci permetta di nutrirci di quel caos genuino, creatore di idee e di pensieri ma di non sprecarlo lasciandolo senza una forma, concretezza, senza vestirlo di un abito adeguato alla stoffa pregiata che ci dona.

Quello che accade quando si è davanti alla traccia di un tema, si verifica anche quando, a casa, ci troviamo davanti alla nostra biblioteca. Roberto Calasso ci fa dono di un gentile manuale di istruzione su come gestire le storie dei nostri libri, il loro valore ma non solo; ci parla anche dell’importanza delle riviste, della nascita delle recensioni e del ruolo dei librai.

Tutto è raccolto in 4 capitoli, poco più di un centinaio di pagine, un saggio da sfogliare e leggere anche senza soluzione di continuità, come fosse un piccolo aiuto che chiediamo nel momento del bisogno.

Come ordinereste la vostra biblioteca? Avreste forse meno pressione nel decidere il metodo da utilizzare di quando siete vittime della traccia ma in realtà è sempre una scelta difficile da compiere. C’è chi ordina i testi per scale cromatiche, chi per case editrici o per altezza, spessore; chi rivolge il dorso all’esterno dello scaffale e chi all’interno, sulla scia di una tendenza più minimalista dell’arredamento. Calasso fa una cosa ancora più singolare; ricopre i dorsi dei suoi libri con una carta velina in modo che nessuno possa leggerne i titoli, preservando così la propria intimità.

Se infatti i nostri pensieri possono rimanere abbastanza celati ai più -nella nostra mente-, ciò che leggiamo e con cui nutriamo il nostro spirito critico, il nostro intelletto, è soggetto al costante sguardo di chiunque abbia accesso ai nostri luoghi quotidiani.

Parlando di caos è inevitabile pensare a tutti i libri comprati e accumulati lì, che giacciono in attesa di un nostro sguardo più pronto, del tempo propizio per riscoprili e comprendere il motivo per il quale li abbiamo portati a casa con noi. Calasso è gentile anche in questo, nel concederci la possibilità di darci tempo; tempo per leggere, per scoprire nuove storie, personaggi che abbiamo incontrato all’età di 15 anni ma che scopriamo ci somigliano solo a 50.

In questo gioco di possibilità, Calasso, sulla scia di un buon maestro -Aby Warburg- suggerisce che l’unica semplice regoletta per far coincidere caos prolifico e ordine necessario, sia quella del buon vicinato. Questo permetterà alle storie di fondersi tra loro, ai personaggi di incontrarsi e mescolarsi in un gioco di intrecci e mirabilanti avventure fuori da ogni immaginazione. Sceglieremo così sempre il libro che sta accanto a quello che credevamo potesse servirci.

Ci parla poi dell’importanza del supporto fisico, cartaceo, della necessità di vivere il libro non come oggetto d’arredo o cimelio intoccabile. Tutto del libro chiama ad essere toccato, quasi consumato, con appunti, sottolineature, richiami ad altri titoli, concetti correlati.

Ed i librai poi; un mestiere, un lavoro forse o una predisposizione naturale. Quella del libraio è una figura chiave all’interno della libreria. E’ colui che si occupa tacitamente e cordialmente di tenere in ordine, catalogare, tenere traccia dei volumi, aver cura che siano sempre al posto giusto. Con discrezione si interfacciano con il lettore, muovendosi con abilità e consapevolezza tra gli scaffali della libreria, orientandosi con destrezza.

Il saggio di Roberto Calasso è un dono prezioso che possiamo scegliere di concedere a noi stessi o a qualcuno che ha bisogno di ritrovare un po’ l’ordine perduto nella propria vita e non solo nella sua libreria.

La morte non esiste più: i racconti di Lejla Kalamujić

In un brano di qualche anno fa, i Baustelle cantavano “La morte non esiste più”, un pezzo estremamente introspettivo e inaspettatamente luminoso/illuminante che invitiamo ad ascoltare al termine di questo articolo.

C’è un qualcosa che rievoca quel brano nel leggere questi racconti di Lejla Kalamujić Chiamatemi Esteban (Nutrimenti, 2022 – traduzione di Elvira Mujčić) – perché sono ambientati in un contesto innevato, dove spuntano pochi elementi vitali, spesso volatili, e dove la notte sembra ricondurre alle proprie paure di guerra e di illusioni.

Come nel brano, la protagonista lascia correre il dolore: ha perduto la mamma quando era molto piccola, e questo ha creato una mancanza di ricordo più che di presenza. Rimasta con un padre alcolizzato, si sono presi cura di lei i nonni. Proprio con loro conoscerà la dimensione della perdita, e del senso di colpa che spesso la segue, ricercando costantemente motivazione all’assenza della giovane madre.

I racconti utilizzano una forma poetico-intimista, sono dialoghi coi morti e coi vivi, alternati in un passaggio spesso inafferrabile tra realtà e inconscio. Quelli con i morti più diretti e caldi, paradossalmente, senza lo schermo della voce o della verità a tutti i costi: confortano questa anima persa e, sempre riecheggiando la canzone, questi morti sembrano tranquillizzarla dicendole morire non è niente se l’angoscia se ne va.

La bambina cresce, infatti, in un’angoscia perenne, causata in parte dal periodo storico che vede la ex Jugoslavia in guerra: sballottata da una casa dei nonni a un’altra, in una condizione di instabilità fisica ed emotiva, crescerà sentendosi perennemente al confine.

È in questa fase che inizia il difficile rapporto con la sepoltura e i luoghi cimiteriali: i propri cari disseminati in diverse aree del Paese, una madre evocata ma non vissuta, la paura che le persone vive smettano di farlo all’improvviso. È un passaggio che la protagonista supererà solo con l’incontro dell’amore, e grazie alla consapevolezza di amare una donna: c’è un disvelamento del proprio sentire che procede di pari passo alla ricerca delle proprie radici e dei ricordi mai avuti.

Non secondario l’aspetto metanarrativo che la vede scrittrice in una stanza nuova, lontana da quelle che l’avevano ospitata finora, una residenza letteraria che le permette di tessere questo mosaico sentimentale davanti ai nostri occhi, forse potendo finalmente dire: apro la finestra e volo via.

Francesca Attiani

Qualcosa è accaduto: i Morsi di Marco Peano

Sono trascorsi due anni da quando la pandemia di Covid-19 è iniziata, un arco di tempo che ci ha cambiati. Siamo stati chiusi in casa con i nostri fantasmi peggiori e le paure più recondite. Se non fosse ben localizzato e contestualizzato, questo romanzo di Marco PeanoMorsi (Bompiani, 2022) – potrebbe essere il racconto della nostra battaglia recente.

La storia ha per protagonisti due ragazzini, Sonia e Teo, che vivono nelle valli di Lanzo – un paesetto tranquillo alle pendici delle montagne piemontesi – dove frequentano la scuola media, alle prese con i mostri della loro età: il peso del giudizio degli altri, il bullismo, la solitudine, la professoressa temuta, il cambiamento del corpo e il contatto fisico, la paura di perdere i propri cari.

La scrittura di Peano è incredibilmente calma, pacata, tanto da non far trapelare la sua potenza evocativa per le prime quaranta pagine: una fotografia un po’ melanconica degli anni novanta, e una routine tra nonna e nipote che sembra confortarci.

A un certo punto del racconto avviene qualcosa. Come nei migliori film horror è nei luoghi più tranquilli e arcaici che può manifestarsi il male. Lo shock non è tanto causato dalla descrizione di alcuni episodi di violenza autodistruttiva, quanto nel sapere che dei ragazzini ne siano testimoni: proprio Sonia e Teo dovranno combattere questa guerra, con l’incoscienza e il coraggio della loro età, sul filo della realtà.

Entrare ora negli accadimenti non ci interessa, è un’operazione che farà il lettore; è piuttosto utile fermarsi a riflettere sulla strategia narrativa compiuta dall’autore: materializzare le paure e porle sul cammino di due preadolescenti significa dare concretezza agli incubi che occupano la testa e gli occhi a quell’età. Sono così seri questi ragazzini nella loro armatura giocattolo nel farsi carico dei problemi dei grandi, come spesso accade, portandone il peso silenzioso.

Dentro una storia sanguinosa e macabra, c’è tutta la vitalità e la voglia di mordere la vita (letteralmente) che si ha nell’infanzia. Arriva un momento improvviso in cui si cresce, malgrado lo si voglia, e ci si rende conto tutto insieme che il male, la sofferenza, è parte della giostra della vita. Saper cogliere quell’esatto istante di sospensione, in cui si sta a metà tra la paura e la consapevolezza, il passo arrestato per guardare ciò che si lascia e ciò che ci attende, è un sentire difficilissimo da descrivere e l’autore lo fa con delicatezza, memore della portata che ha il sentire a quell’età.

Gli ostacoli che i due giovani dovranno superare, causati in parte da un sortilegio e da un destino familiare, vengono abbattuti con l’arma più potente che si acquisisca crescendo: la parola. Sonia sognava le parole e non riusciva a dare loro un ordine, a collegarle nel suo inconscio; lo farà finalmente quando si troverà a sconfiggere il male. L’autore ci dice «Conoscere il nome delle cose significa salvarsi».

A salvare Sonia e Teo non sarà stare chiusi in casa mentre il mondo fuori finisce, abbracciare stretta la propria fragilità e sprangare le porte alla paura. Non fidarsi degli altri è la guerra che si combatte in questa storia, ma solo affrontando il nemico lo si può conoscere e vincere.

Cosa hanno vissuto Sonia e Teo in quell’inverno di così orribile da annunciare loro la terribilità del crescere? Neve e sangue sulle loro impronte, è la vita che comincia.

Francesca Attiani