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L’ospite di riguardo: Giacomo Leopardi a Villa Ferrigni

Dall’aprile 1836 Giacomo Leopardi si trasferisce a Villa Ferrigni: situata a Torre del Greco, la villa si affaccia sul Vesuvio, e a questo sembra vincolata sia per bellezza che per paura, immobilità e continua fuga dei suoi abitanti, uno scenario desertico dove gli uomini non accettano di arrendersi alla volontà della terra.

Da questo punto parte il romanzo di Marina Plasmati Il viaggio dolce (La Lepre edizioni, 2015), che ripercorre il soggiorno in villa del poeta e filosofo recanatese, estrapolando aneddoti e scenari dal racconto di un testimone d’eccezione: Antonio Ranieri, cognato del padrone di casa, che in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi” restituisce parte di quell’esperienza.

L’autrice sceglie di non nominare mai Leopardi, per il lettore di questo libro sarà sempre l’ospite di riguardo, un moto di timidezza e di cura che appare come una scelta rispettosa di una figura gigante, spesso abusata dalla letteratura e dagli stereotipi scolastici, non capita e ancora oggi fraintesa. Con questa scelta l’autrice cerca di restituire una sensibilità umana, prima che l’uomo, un particolare sentire nell’ultimo viaggio della sua vita.

Il romanzo è suddiviso dal passare dei mesi, un soggiorno che appare caratterizzato dalla necessità di scrivere ciò che Leopardi sente e vede attorno a sé; è il romanzo de La Ginestra, il cammino profondo che ha portato al componimento di quel canto testamentario.

Questo libro vuole essere una parafrasi di quei versi, una lente d’ingrandimento sul foglio bagnato di inchiostro da Leopardi, cancellato e trascritto mentre dalla finestra della villa il cielo toccava il Vesuvio, sul paesaggio arido che ha saputo accogliere la vita. Non a caso, alla fine del testo, ritroviamo interamente quei versi, riproposti come una sorta di postfazione dell’autrice a sottolineare la volontà di non romanzare un sentire autentico.

Leopardi compie due viaggi, aiutato in questa storia da un giovane villanello, che saranno i perni del suo canto: il primo proprio sul Vesuvio, dove vedrà tra le ceneri infeconde crescere la ginestra, col suo dolcissimo odor (probabilmente il titolo del libro deriva da questo olezzo; di quel lungo soggiorno, durato quattro mesi, Leopardi sceglie di portare nel suo ricordo un profumo, simbolo per antonomasia della dolcezza di un momento).

Il secondo viaggio sarà agli scavi di Pompei, dove Leopardi incontrerà se stesso negli uomini scolpiti dalla lava, bloccati per l’eternità in un istante di vita; si riconosce in quella vitalità che gli è propria ma che è contenuta in un guscio rigido. La natura che imprigiona ignorando la speranza umana: quelli che nel canto chiamerà eccelsi fati e nove felicità / quali il ciel tutto ignora.

Non c’è pessimismo in questo romanzo perché non c’è in Giacomo Leopardi, la sua analisi della vita umana è filosofica e come tale deve essere analizzata e tradotta. La crudeltà che viene ritratta ne La Ginestra è una foto della realtà, che non cede mai alla tristezza della morte ma, anzi, punta all’ironia sottile con cui vuole colpire coloro che credevano ci fosse una perenne evoluzione, le magnifiche sorti e progressive, una svista arrogante di chi ha creduto di essere migliore dei popoli del passato e che si potesse dominare la natura futura.

È un Leopardi tenero, ma non fragile, quello narrato dalla Plasmati, che preferisce il parere di una serva sulla sua poesia, un’anima pura che possa accoglierla anche senza istruzione, che la retorica delle classi agiate, così colte e prive di capacità emozionale. Preferisce chiacchierare con un giovane contadino che andare alla messa del paese, quella fede che va l’uomo incolpando del suo dolor.

Con i giovani della villa instaura un dialogo profondo, perché non lo giudicano e sanno mostrargli la semplicità della felicità, inconsapevole e per questo smisurata, che tende al cielo come il fusto della ginestra che non conosce la sua sorte. È un Leopardi che parla al cuore dei ragazzi, che ancora oggi sanno comprenderlo come nessun altro.

Il viaggio dolce è quello verso la morte che arriverà la primavera seguente, ma è anche un modo per descrivere la vita di Leopardi che, seppure infelice, ha fatto indigestione di bellezza e di relazioni umane autentiche. Quella ricerca della profondità che lo affaticava ma lo nutriva, non ha ceduto mai il passo alla rassegnazione. Una mente troppo intelligente per non godere, seppur criticamente, di ciò che gli accadeva.

Francesca Attiani

L’ironia è una forma di lucidità: i racconti inediti di Anaïs Nin

Sono stati recentemente pubblicati per La TartarugaLa Nave di Teseo – sedici racconti inediti di Anaïs Nin, nella raccolta Spreco di eternità e altri racconti (traduzione di Stefania Forlani e Valeria Gorla).

Si tratta di una prosa parzialmente diaristica, non intima e scabrosa come nei suoi famosi diari, ma che qui abbraccia un doppio sentire, pubblico e privato, del vivere come dello scrivere, che sembra tirare l’autrice a volte dall’una e a volte dall’altra parte.

I racconti sono spesso in prima persona, conservano l’ingenuità delle scoperte giovanili, cogliendo aspetti del sentire che sono ancora acerbi ma per questo più autentici. La descrizione della propria visione del mondo sembra protetta dalla dimensione del sogno, una sorta di sfera inconscia che cela la realtà sotto il velo dell’attesa.

Dall’altro lato questa individualità si mischia nella folla, i dialoghi si fanno serrati come in una drammaturgia, i monologhi interiori lasciano il posto alla routine sociale che appare effimera e, talvolta, falsificata dai ruoli. Una consapevolezza irrequieta che spesso mostra l’impossibilità di amare.

Nei primi due racconti c’è l’intero postulato della scrittura di Anaïs Nin: in Spreco di eternità, il bisogno di libertà e la fuga dalle convenzioni sociali si palesano chiaramente, la metafora della barca in giardino che prende il largo è narrazione onirica di un bisogno reale, quello di abbandonare il tempo oggettivo per seguire un tempo soggettivo. In questo racconto l’autrice ammette di voler trovare un mondo che si addica alla sua filosofia, al suo tempo percepito.

Ne La canzone nel giardino assistiamo alla presa di coscienza della finitezza umana, che spesso avviene durante l’infanzia, come una luce improvvisa nella coscienza. Il pianto della bambina non è causato da motivazioni oggettive, come ci si aspetterebbe, ma dalla premonizione di cose per cui vale la pena piangere.

È qui che si dipana il concetto di anima, in relazione a una profondità del sentire ma, anche, del conoscere: non a caso proprio in questo racconto si manifesta la scoperta della biblioteca familiare come emozione improvvisa. Nei libri la giovane Anaïs Nin riconosce i personaggi della realtà ma più interessanti, all’improvviso apre una porta ignota che le mostra un mondo più vasto di quello che la sua mente fino ad allora aveva contemplato. Le parole, nuove e miracolose, riescono a farle vedere meglio i suoi pensieri, che ora pensa in un modo rivelatore.

Questa visione della letteratura e della poesia come forma di magia, di mistero, che toglie i limiti a quella condizione di finitudine propria della vita, porta i racconti della Nin a essere esercizio linguistico e a discostarsi dalla narrazione compiuta. L’ironia è la lente di ingrandimento sotto la quale Anaïs passa i suoi pensieri, come se, dopo l’incontro con i libri, la realtà non potesse essere guardata più allo stesso modo. Una lettura delle cose della vita tradotta e ampliata dall’esperienza e dal desiderio.

Tra gli altri racconti, che vale la pena leggere più di una volta, ci sono: Il sentimento zingaro, Un profumo pericoloso, Le nostre menti sono fidanzate, Alchimia, L’idealista, Fedeltà, Una festa rovinata.

Francesca Attiani

La complessità della natura umana; un viaggio nella sottocultura Drag

“Drag. Storia di una sottocultura”, questo il titolo del saggio di Eleonora Santamaria pubblicato ad inizio anno per Edizioni dell’Asino. Un saggio che appare già al primo sguardo un concentrato di effervescenza e prorompenza, che cattura l’attenzione suscitando curiosità agli occhi di chi lo incrocia. È altrettanto curioso come sia assai complesso ancora oggi riuscire a reperire informazioni di carattere storico riguardo un ambito culturale quale quello delle Drag Queen, soprattutto in Italia. Motivo per il quale effettivamente questo testo assume un valore aggiunto ed una importanza agli occhi dei più, fondamentale.

Eleonora Santamaria decide di realizzare questo libro partendo dalla sua tesi di laurea magistrale, e lo fa con coraggio sfidando alcuni tabù in ambito accademico ma anche con il desiderio di solleticare l’interesse altrui per cercare di parlare con obiettività del mondo Drag e Queer.

Leggendo il testo appare chiaro che l’intento della scrittrice sia stato egregiamente raggiunto donandoci così un testo ricco di elementi storici e culturali per comprendere al meglio l’intero mondo della cultura Drag.

Il titolo presenta in realtà l’accezione “sottocultura” in riferimento al mondo Drag poichè antropologicamente vi si intende un modello o un sistema di elementi che “distingue un particolare gruppo di una collettività, e al quale vengono ricondotti atteggiamenti e comportamenti diversi da quelli di altri gruppi e/o della società globale”.

Quando parliamo di sottocultura la prima sensazione che abbiamo è quella di star parlando di qualcosa che abbia un carattere inferiore e manchevole rispetto ad altro, così che immediatamente il nostro approccio nei confronti di quel tema assume un velo di pregiudizio che non ci permette di analizzarlo, studiarlo o semplicemente guardarlo con obiettività. Questo è ciò che accade nel momento in cui non si riconosce un valore appropriato ad un ambito della cultura considerato erroneamente di secondo livello.

Questo libro cerca, attraverso un linguaggio ambiguo e provocante tipico dell’atmosfera Drag, di rendere consapevoli le persone che la sottocultura Drag ha radici be profonde nella storia e che non si nutre di sola apparenza ma nasce e si è sviluppata con esigenze sociali molto forti.

Il saggio è strutturato in dodici capitoli con in conclusione un glossario drag che aiuta a comprendere meglio il linguaggio utilizzato nell’ambito. La scrittura dinamica e minuziosa ci restituisce perfettamente la complessità dell’argomento indagato e ci invita chiaramente alla non superficialità.

Grazie a Santamaria, ci è possibile avvicinarsi a questo gruppo che oltre ad essere culturale è anche se non soprattutto artistico, scoprendo che vive di una storia assai complessa e variegata, caratterizzata non solo da performance affascinanti e piene di lustri ma anche di lotte dure per vedersi riconosciuto il diritto ad uno spazio proprio. Questo tentativo di affermazione non è però facile. La sottocultura drag è purtroppo vittima di incomprensione anche all’interno della stessa comunità LGBT per il suo carattere eccentrico e privo di identificazioni di genere; il timore principale da parte di trans e gay era che le drag potessero in qualche modo ostacolare il processo per l’acquisizione dei diritti civili per via della loro eccessiva estrosità. Altro pro del libro è che ci aiuta a comprendere meglio la questione del genere, concetto che “…a partire dal Novecento ha deragliato il proprio corso, distanziandosi dal sesso biologico.”

Tuttavia l’arte del Drag è diventato oggi un valore aggiunto da poter proclamare per i suoi caratteri non solo culturali e quindi artistici ma anche e soprattuto politici. Dietro al lustro e all’esagerazione dei costumi, ai bustini a vespa si cela un inespugnabile fortino della militanza lgbt che difende il diritto ad esporsi per ciò che si sente e si è, senza doversi costringere all’interno di ruoli di genere.

Cercare di avvicinarsi con leggerezza al mondo Drag può scardinare pregiudizi ed includere l’intera società; questo è ciò che con una scrittura vivace e con i toni tipici delle Drag, Eleonora Santamaria vuole farci comprendere, accompagnando la trasgressione e la provocazione del linguaggio Drag anche ad una narrazione malinconica e dolorosa delle vite di molte persone che hanno sofferto intimamente e pagato anche con la vita la scelta di vivere senza nascondersi.

Leggere questo libro è stato come tuffarsi in un mondo parallelo in cui ci sono caratteri comuni ma del quale non si conosce abbasta il linguaggio e si sa che per una comunicazione funzionale e serena, è fondamentale comprendersi; ebbene, in questa comprensione mi ha guidato una persona molto cara che ci ha lasciato un suo contributo personale su ciò che significa vivere l’Arte Drag come liberazione personale.

“Da individuo queer ho sempre saputo di avere un’anima non fossilizzata su un solo estremo della binarietà di genere, ma soltanto capitando per caso su una puntata dell’ormai famoso programma Rupaul’s drag race sono riuscito per la prima volta a guardare e ritrovare un aspetto umano che sentivo da sempre dentro di me: la bellezza e la gioia, la felicità di giocare in libertà con gli stereotipi e i ruoli di genere e mettere alla berlina (direttamente o meno) quella mascolinità pomposa e tossica che ci circonda fin da piccoli. Insomma l’arte drag è stata per me una scoperta, una rivelazione come sono quelle vere, vale a dire quel ritrovare nel mondo ciò che è sempre stato parte di noi, dandogli forma, dandogli nome.

A distanza di più di 10 anni dalla prima stagione del programma, prodotto con un budget limitato e con “Glitter and Jesus” come direbbe Monique Heart, ci troviamo con un franchise esportato in tutto il mondo ( oltre Usa e Canada, Thailandia, Uk, Spagna, presumibilmente anche Italia) che costituisce un vero e proprio faro per ragazze e ragazzi queer, ma anche semplicemente per un’audience che apprezza comicità, bellezza e talento. Perchè se è vero che per essere la star del programma ci vogliono Carisma, Uniquess, Nerve and Talent ( C.U.N.T.), è anche vero che il successo dell’arte drag è alla portata di tutte le concorrenti del format, ognuna rimasta nel cuore del pubblico per un apporto artistico proprio, unico: così come l’opera d’arte, la drag queen può incarnare diversi concetti, esprimerli nelle forme più disparate; può essere sexy, sfrontata ed irriverente come un’opera di LaChapelle o illuminare il palco con la bellezza pura e semplice dell’imitazione (o meglio dell’illusione) come una raffigurazione acquatica di Manet. Può far ridere parlando di se stessa e del proprio mondo come una pièce di Beckett o creare un momento di puro piacere estetico come una poesia di Baudelaire.

Insomma l’arte drag, con il suo bagaglio di referenzialità, autoreferenzialità, imitazione e rimodulazione dei canoni di genere è uno dei motivi per cui tantissimi individui riescono a trovare appagamento in qualche momento della giornata. Che tu sia un Glamazon fan, svenevole per l’illusione creata da Look queens come Miss Fame, Aquaria o Violet Chachki ( tra le prime a comparire in veste drag su copertine patinate come Vogue) o un appassionato dell’Insult comedy, estimatore di queens come Bianca del Rio, Jinkx Monsoon e Trixie Mattel…ce n’è per tutti i gusti. Bisogna solo riuscire a non prendersi troppo sul serio, e abbandonarsi all’incanto della trasfigurazione.

Miss Voland Demón, drag queen nell’anima ❤”

Miss Voland Demón e Giulia Pace

Furore, passione e Babilonia: l’insolenza e l’audacia di Massimo Gatta

Chi possiede tanti libri lo sa. Non si finisce mai di dare un senso, un ordine, una collocazione definitiva ai libri. Che siano stati già letti o attendano da tempo la presa della nostra mano, questi oggetti carichi di energia convivono con noi e le nostre giornate, ne assecondano la luce e il buio che facciamo filtrare, sono immobili ma presenze vive.

Il volume di Massimo Gatta L’insolenza e l’audacia – Sul disordine dei nostri libri (Graphe.it Edizioni, 2021) ci consegna una tematica tra le più diffuse per gli amanti dei libri, o meglio dell’oggetto fisico che è il libro, attraverso l’analisi di tutti i maggiori contributi intellettuali sull’argomento. Una sorta di agenda bibliografica che stimola il dibattito e sprona all’acquisto di ulteriori testi (riportandoci nella dipendenza libraria dalla quale facciamo fatica a uscire).

In queste pagine Gatta affronta il tema della gestione dei propri libri attraverso tre binari paralleli: quello dell’ordine, quello della perdita e, infine ma più importante, quello del valore metafisico attribuibile al libro.

Già nella preziosa prefazione di Luigi Mascheroni, si ammette un’inutilità nel disciplinare i libri. Questi, definiti con un’espressione perfetta “rampicanti cartacei”, si impossessano dello spazio che hanno intorno, rendendo impossibile e vano il tentativo di dar loro una direzione ordinata. Anzi, starebbe proprio in questa disarmonia, nel tentativo fallito, la loro compiutezza.

Gli scaffali che abbiamo in casa vorrebbero dare un limite, circoscrivere un’area di contenimento: facciamo con i libri quello che vorremmo fare di noi stessi, essere a posto e mai fuori luogo, collocarci nella società e starci bene. Ma questa è un’utopia, fallace e sbagliata, perché non possiamo fare a meno di spargerci nel mondo, in modo spesso caotico. Questo disordine è l’unica architettura che i libri possono abitare.

Il secondo ambito di questa filologia della catalogazione, riguarda la paura della perdita di un libro. Tutti sappiamo che questo può accadere facilmente, pur non spostando mai l’oggetto: l’importanza che dall’antichità viene attribuita a questo scrigno di parole, ha portato l’uomo di ogni epoca a prendersi cura dei libri per evitare che sparissero dalla sua vista. Ma in questo costante tentativo ansiogeno di raccoglierli è compresa anche la loro perdita, così come il ritrovarli inaspettatamente quando ormai non si cercavano più: l’idea che quel libro sia lì, anche se non lo troviamo, che ci sia, ci tranquillizza; denotando come non ci importi, talvolta, la sua lettura quanto la sua esistenza per noi.

Il terzo nodo da sciogliere è la questione metafisica, ovvero il chiedersi cos’è l’ordine e quanto l’assetto delle nostre librerie parli di noi. Chi possiede tanti libri sente continuamente l’esigenza di acquistarne, ogni libro ne richiama altri e così via, come nel tentativo di colmare un infinito senso di Horror Vacui. Questa ossessione compulsiva va a tracciare il profilo che ci rappresenta, i libri che vivono con noi diventano la più autentica delle autobiografie.

In questo saggio, non a caso, si cita la raccolta di ben 380.000 volumi che Aby Warburg ha consegnato al Warburg Institute: questi libri parlano dello storico dell’arte tedesco quanto i suoi saggi scientifici. Non si può scindere ciò che ha scritto dalla sua biblioteca. Come ci dice Gatta, non serve ordinare ma ordire, Warburg tesse la sua tela mnemonica attraverso le immagini ma anche attraverso i libri, essi rappresentano problemi iconologici sviscerati o in attesa di districarsi.

Insomma, la faccenda metafisica ci tocca tutti, perché punta i riflettori sul nostro disvelamento: quante volte qualcuno è entrato nella nostra intimità toccando i nostri libri, osservando la nostra libreria ci ha spogliati di ogni difesa? Non solo, ma quante volte ci siamo sentiti in colpa per quei libri mai letti, addirittura li abbiamo posti in evidenza per placare il loro incombere (c’è chi li ha, invece, celati sotto il pergamino antiquario con la scusa di proteggerli).

Questo libro apre tantissimi spiragli, avendo il merito di non chiuderne nessuno: partendo dalla pragmaticità del sistemare la nostra biblioteca, giunge a ciò che essa rappresenta, ricordandoci come non dipenda da noi il flusso delle cose; ciò che definiamo “disordine” non è altro che “il nostro ordine”. Lasciar andare le manie di controllo sui nostri libri per allentare quelle sulla nostra vita, e beneficiarne maggiormente.

Francesca Attiani

“Quando fossi diventato acqua più dell’acqua”. Le Acrobazie di Alessandro Trasciatti

Quando fossi marcito irrimediabilmente, quando fossi degradato e scomposto in molecole invisibili, quando fossi diventato acqua più di quell’acqua, allora non sarebbe stato che un dopo di non più mia competenza.

Un libro nato male, come Alessandro Trasciatti definisce le sue Acrobazie (Il ramo e la foglia, 2021), raccolta di racconti brevi che proprio nella sua apparente debolezza di opera frammentaria acquisisce una forza inaspettata e sorprendente in grado di travolgerci in un turbinio fatto di stravaganza e raffinatezza al tempo stesso.

Il libro si compone di tre sezioni, Rifugi, Infanzia e prolungamenti d’infanzia, Casi clinici e onirici, slegate tra loro ma unite dal medesimo filo conduttore esistenziale e surreale, a tratti grottesco, che fa emergere situazioni e immagini talvolta vivide, altre nebulose, come se affiorassero da un inconscio sopito e di colpo eccitato.

Quello che si mostra ai nostri occhi è un flusso frammentario ma ininterrotto di parole, di memorie, di figure che si condensano a ricreare un’unitarietà dai confini labili e attraverso cui è possibile passare a scoprire una realtà soppressa, cancellata dal tempo, dalle impressioni. Eppure, nel momento in cui sembra di poter raccapezzare qualcosa, di afferrare una verità, all’improvviso le certezze si sgretolano: «Finora vi ho mentito», proclama il narratore ai suoi lettori smarriti, avvinti come di fronte alla meraviglia di un gioco di prestigio. Non c’è logica, non c’è ordine o razionalità nell’acrobazia più sfrenata e ardita, nella capacità di intercalarsi da un estremo a un altro.

La quotidianità più concreta si trasforma in un abisso irriconoscibile, teatro di amori consumati nel rimpianto e nell’istinto, oggetti banali, speranze giovanili, che si muovono assieme sospinte da un pungente black humor. I disegni dell’autore si interpongono tra una sezione e l’altra a restituire questo accumulo, tracciati appena da una linea, preambolo di un immergersi nuovamente nelle spirali di un qualcosa di incomprensibile celato dietro un volto conosciuto, aggrovigliato nel proprio groviglio interiore.

Illustrazione dalla sezione Rifugi

Il lavoro di Trasciatti si delinea come uno scardinamento disinvolto, quasi incurante, delle regole, naviga e si muove concentricamente nel proprio ordine e disordine. Come acqua fluisce, muta, si trasforma a comprendere in sé quel che non si può racchiudere nella coerenza e ce lo restituisce indomabile ai nostri occhi, con eleganza, sfrontatezza e un fascino che difficilmente ci lascia indifferenti.

Alessandra Nardelli

L’arte è critica: intervista a Gennaro De Luca

Qual è il rapporto tra critica e storia dell’arte? È giusto dire che la critica si occupa dell’arte contemporanea e la storia dell’arte del passato? Oppure che la critica si limita a stabilire se una data opera sia o non sia opera d’arte, mentre la storia raggruppa e coordina i fatti artistici secondo certi criteri d’ordine, il più frequente dei quali è la loro successione nel tempo? E, soprattutto, se altro è la critica e altro la storiografia dell’arte, si può sostenere che quest’ultima sia non-critica, quando è noto che il processo della costruzione della storia è un processo critico?


Giulio Carlo Argan , voce “Critica d’arte” (3. La critica dell’arte e la storia dell’arte) in Enciclopedia del Novecento – Treccani, 1975

Gennaro De Luca è laureato in Storia dell’arte all’Università degli studi di Siena e ha conseguito nel 2017 il dottorato di ricerca nel medesimo ambito presso l’Università “Federico II” di Napoli.

Nel corso degli anni ha condotto ricerche dedicate alla pittura italiana al passaggio tra Sei e Settecento, coltivando una particolare devozione per illustri sconosciuti come il pittore fiorentino Giovanni Maria Morandi o il poeta bolognese Giorgio Rapparini. Alcune dei suoi studi sono stati pubblicati sulla rivista scientifica “Prospettiva. Rivista di storia dell’arte antica e moderna” (visionabili qui: Gennaro De Luca – Academia.edu), altri sono in prossima uscita.

Dopo aver collaborato per qualche tempo al giornale senese “La voce del campo”, dal 2015 scrive recensioni e articoli su libri e mostre d’arte per “il manifesto”. Attualmente lavora presso il Servizio Musei del Comune di Firenze.

La nostra intervista a Gennaro che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

‘Finalmente Ambrogio e la sua singolarità’ di Gennaro De Luca – Alias. il manifesto (3 dicembre 2017)

La gita a scuola, il viaggio in famiglia, tutti noi abbiamo vissuto una prima volta al museo. Per presentarti vogliamo partire proprio da qui: puoi raccontarci il tuo momento indimenticabile al museo o quell’incontro memorabile con un’opera d’arte?

Sono nato e cresciuto a sud della provincia di Salerno, nel Cilento. Sovvertendo il pregiudizio diffuso che lo vorrebbe come un’area culturalmente “minore”, il Cilento ospita tante realtà interessanti: musei come quello Diocesano di Vallo della Lucania che conserva importanti pitture del Rinascimento meridionale; chiese, come la Cattedrale di Policastro, in cui sono esposti affascinanti rilievi marmorei; aree archeologiche, come l’antica necropoli lucana di Roccagloriosa; monumenti pubblici, come il murale in maiolica del pittore spagnolo José Ortega a Bosco, che celebra i moti cilentani antiborbonici del 1828.

Se però devo limitarmi a un’unica scelta, non posso fare a meno di parlare di Paestum. Gli scavi distano poche decine di chilometri da casa mia e così mi è capitato di frequentarli tante volte quando ero piccolo. Non ci sono parole adeguate per esprimere quel misto di ammirazione, orgoglio di campanile e inferiorità che produce la visione delle rovine di quei templi. È immaginabile quanta suggestione può aver provocato in me da piccolo l’incontro con quei colossi di pietre antiche.

Antica necropoli lucana di Roccagloriosa (Sa) – foto di Gennaro De Luca
José Ortega, Murale in maiolica (1980), Bosco (San Giovanni a Piro) – foto di Gennaro De Luca

C’è un legame molto stretto tra la lingua e la critica d’arte, come ci spiega Lea Vergine in L’arte non è faccenda di persone perbene (Rizzoli, 2016): “Non si può voler fare il critico d’arte e non saper scrivere, perché cessa la funzione di mediare tra l’opera e il pubblico. Molto spesso si parla di “critichese” riferendosi a un linguaggio involuto e poco chiaro. Il critichese è sempre esistito. Il critico, invece, deve aiutare a fare comprendere le idee ai lettori, scrivere osservazioni che ne facciano sorgere altre nella mente, sollecitare chi legge ma anche stupire, stimolare la curiosità.” Oggi che la carta stampata ha ceduto il passo al digitale e ai social come è cambiato (e sta cambiando) il modo di scrivere e comunicare l’arte? Tutto ciò ha messo in crisi la figura del critico?

Assolutamente sì, la figura del critico è in crisi. Come in crisi si trovano tutti i portatori di conoscenza in una società in cui l’informazione a portata di tutti illude chiunque di poter essere un’isola intellettuale. La storia dell’arte, poi, soffre anche di più perché disciplina apparentemente di facile portata e quindi, percepita come frutto di diletto più che di impegno e fatica, non viene presa sul serio. Lo storico dell’arte che si rivolge a un pubblico largo, abituato com’è dall’università a parlarsi addosso e a non verificare mai se quanto dice arriva effettivamente a qualcuno, si trova di fronte alla negoziazione continua tra la prosopopea dei contributi scientifici su cui ha formato la sua mente e il lessico da scuola elementare della televisione. Trovare una via di mezzo è molto difficile.

Personalmente quando costruisco un articolo dedico sempre molto tempo alla forma, cercando di essere quanto più inclusivo possibile. C’è tutto un mondo intorno a noi che non distingue tra “quadro” e “affresco” o, peggio ancora, sulla scorta di certa cattiva divulgazione confonde la verità storica con la fantascienza. Non si può non tenerne conto. Essere chiari significa fare un buon servizio al lettore.

Allo stesso modo, però, anche non cadere nell’eccesso opposto di una semplificazione che banalizza (e finisce col tradire) vuol dire rispettare chi ci legge. La divulgazione culturale sui grandi mezzi di comunicazione, nella ripetitività di certe parole chiave, ha impoverito il vocabolario del patrimonio, anestetizzando il nostro senso critico. Parole come “bellezza” o “meraviglia” sono fin troppo abusate e svuotate di senso. E invece “le parole sono importanti”, e per questo si fa davvero un buon servizio al lettore se lo si tratta da persona adulta.

Di frequente i Beni Culturali sono enfatizzati come ‘il nostro petrolio’, ‘giacimenti culturali’ da sfruttare: come uscire da questa metafora impropria?

Il totem del profitto impera ormai ovunque e anche la cultura, che per definizione dovrebbe essere estranea a certe logiche, è stata risucchiata in questo buco nero come una facile fonte di guadagno. Quando anche la nostra classe dirigente si arrende a questo paradigma, e anzi lo favorisce, il singolo può fare davvero poco, ma quel poco è necessario farlo.

Nel mio piccolo, ad esempio, cerco di essere sempre molto selettivo nella scelta dei libri e delle mostre da promuovere con una recensione. Chi si occupa di informazione culturale dovrebbe fare a meno di rilanciare acriticamente le narrazioni enfatiche ed emozionali incoraggiate dai comunicati stampa.

Non tutte le mostre sono uguali, e così le pubblicazioni: solo alcuni di questi progetti sono davvero meritevoli di uscire dalla nicchia ed essere esposti al grande pubblico. È una battaglia controcorrente, me ne rendo conto, ma va combattuta.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Gennaro De Luca?

A chi è alle prime armi, o comunque frequenta la storia dell’arte per passione e non per lavoro, consiglio assolutamente di leggere Mecenati e pittori di Francis Haskell (peraltro, ripubblicato l’anno scorso a cura di Tomaso Montanari). Lo studioso inglese racconta nel libro storie di uomini e di opere, in maniera pratica e senza troppi sofismi. Il lettore si ritrova, pagina dopo pagina, nel cuore della civiltà artistica europea tra Sei e Settecento, in un racconto pieno di casi esemplari che aiutano ancora una volta a capire che l’arte non è una semplice illustrazione, ma qualcosa che ci appartiene nel profondo.

Piccola aggiunta fuori contesto: la storia dell’arte meridionale è troppo trascurata. Ci sono sì molti ricercatori a occuparsene e tante nuove ricerche, ma continua a restare in disparte nel dibattito generale. Per questo faccio un’altra proposta di lettura, che è anche un appello: studiate e fate conoscere il Meridione artistico. Magari cominciando dagli scritti di Giovanni Previtali che nel 1975, parlando di “questione meridionale”, denunciò per primo quel legame tossico tra indifferenza e incuria che per decenni ha condannato il patrimonio artistico a sud di Napoli al peggiore degrado.

Francis Haskell, Mecenati e pittori. L’arte e la società italiana nell’epoca barocca (1963), a cura di T. Montanari, trad. di V. Borea, Einaudi Collana: Piccola Biblioteca Einaudi ns, 2020

Immagine in evidenza: Antoon Sminck Pitloo, I Templi di Paestum (ca. 1826), Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli

Le paginate degli articoli firmati da Gennaro De Luca e pubblicati su Alias, supplemento culturale de “il manifesto”, sono leggibili ai seguenti link:

Finalmente Ambrogio e la sua singolarità – Alias. il manifesto – 3 dicembre 2017

Quel raffaellesco, un recupero meridionalista – Alias. il manifesto – 25 marzo 2018

Caravaggio 1951, coscienza condivisa – Alias. il manifesto – 15 settembre 2019

Maria Baffigi

PLANIMETRIA DELL’ABISSO: L’ATLANTE DELLE CASE MALEDETTE DI FRANCESCO BIANCONI

a cura di Francesca Attiani e Gaia Palombo 

Dimitri, costretto in casa dalla minaccia di un Virus, passa in rassegna la geografia di tutte le case che ha abitato o quantomeno varcato nel corso della sua vita, stilando uno schedario dettagliato dei luoghi significativi. Il protagonista, alter ego dell’autore, abita nelle illustrazioni di Paolo Bacilieri.

RINASCITA

Coloro che negli anni hanno conosciuto e amato la scrittura di Francesco Bianconi, si troveranno come davanti a un punto di svolta, già assaporato con l’uscita di Forever, suo primo album da solista in cui emergeva un cruciale processo di disvelamento dell’autore. Impossibile separare Forever da Atlante delle case maledette (Rizzoli Lizard, 2021), che di nudità e franchezza è costituita l’ossatura. 
Quella preghiera contro il male, quell’autentica ricerca del bene che Bianconi canta in Forever sono il frutto più completo di un lunghissimo percorso di consapevolezza, un annientamento progressivo del nichilismo che lascia spazio a una speranza pura. 
Per questo forse Atlante delle case maledette è il romanzo che più di tutti si avvicina al Bianconi musicista, in cui le immagini che ricorrono hanno il sapore di vecchi, affezionati ascolti. 
Così Dimitri discende nell’abisso attraverso i metri quadrati delle case della sua vita, quelle in cui qualcosa è rimasto, in qualche modo, come un fantasma che ha vita propria. 

Mai come in questo ultimo anno abbiamo amato, esplorato, disprezzato, arredato, contemplato le nostre case, trovato in esse riparo dalla violenza del fuori, di una primavera spiata dalle finestre, come romantici spettatori attratti e impauriti. Ci siamo schermati con reticoli di foglie tropicali, catene di luci, candele e cuscini sui nostri balconi di tendenza, abbiamo fatto yoga, meditato e creduto nell’illusione di un tempo clemente. 
Esaurita la superficie di muri e mobili, ci è stato restituito il nostro dentro e non abbiamo potuto ignorarlo. Così accade che Appena una porta si chiude dietro a un uomo/Succede qualcosa di strano/non c’è niente da fare/ è fatale, quell’uomo comincia ad ammuffire, scriveva Gaber, e annega nel labirinto della sua mente, che è esso stesso una casa. 

È davvero della casa che abbiamo bisogno per conoscere noi stessi nel profondo?
Questa la domanda che ha mosso le mie riflessioni su Atlante delle case maledette, quanto conta il fuori?
Così ho pensato a un sogno che feci tempo fa: su una spiaggia, di notte, le onde del mare sommergevano lentamente le lenzuola del letto. Il senso di colpa e l’inquietudine che l’immagine restituiva erano sintomi di un rifiuto più grande, quello del fuori percepito come violazione e non come occasione. 
La costruzione finalizzata all’abitare statico equivale ad aggrapparsi disperatamente a un guscio vuoto; la casa a cui tendere è invisibile, fatta di un concentrato di possibilità, di ciò che è stato e che deve ancora essere, di dentro e fuori

Una casa in cui Io sono qui per arruolarmi/ Amare e piangere con te/ Per vedere quale guerra scoppierà, e che somiglia molto più alla strada, alla trincea da cui lottare. 
La notte ora è bellissima, senza il tetto, con i piedi nell’acqua. 

PARTICELLE

È un atto di coraggio quello affrontato da Bianconi, un artista che appare completamente nuovo, non nella proiezione futura di sé, quanto nella riconquista della sua sfera interiore. In queste pagine fa i conti con l’interno, quello degli spazi chiusi e quello del sentire, combatte con i propri demoni ritrovandoli nei feticci che ci circondano: oggettivizza la paura di Dio in un Cristo di plastica che ha turbato la sua infanzia e compromesso il suo percorso di fede; la gioia in un fustino del Dash che conteneva tutti i suoi giochi e i suoi mondi immaginari di bambino; ha visto in una confezione di uova l’amore familiare; in un cerbiatto di gesso la sua solitudine rimasta confinata in una casa al mare fino a oggi; animali fantastici e fantasmi reali lo hanno impaurito e protetto in queste scatole di morte e di vita, sempre uguali con noi diversi a camminarci dentro.

Chiudere. Serrare le imposte e le porte, restare dentro. La casa come posto/porto sicuro, simulacro della nostre angosce e riparo dalle brutture del mondo, non funziona più: la casa è il contenitore della nostra esistenza solo se questa la attraversa in perenne moto, senza fermarsi mai, la casa come rito di passaggio da una strada all’altra. 

Con il racconto delle case che ha vissuto, e non solo abitato, Bianconi decostruisce la casa come un architetto della sottrazione. Asporta pezzi di struttura per cercare le esistenze dimenticate, ripercorre le stanze che ha attraversato fin dall’infanzia, ritrovando le persone che hanno caricato elettricamente quei muri, provando di nuovo le emozioni di quel momento lontano che risolvono il se stesso di oggi.
Isolati ma senza un’isola di riferimento. L’unica possibilità di salvezza, durante questa pandemia, sta nel tramutare questa condizione eremitica in allontanamento visivo: mettere a fuoco le cose del mondo da una certa distanza, ricalibrare il senso e vedere più nitidamente di quando non facessimo standoci dentro. Bianconi sembra aver riconquistato questa visione: il Francesco – o meglio Dimitri, suo alter ego letterario – di oggi, appare più sereno, un uomo riemerso dalle proprie ansie, che ha finalmente la consapevolezza per riattraversare quelle porte. Ha affrontato un viaggio tumultuoso, seppur statico, che lo ha risucchiato in un vortice psicoanalitico di grande sofferenza ma, anche, di grande libertà.

“Lo scarabeo d’oro”, il tesoro nascosto di Edgar Allan Poe

Se la vostra passione un po’ nascosta o ben in evidenza è quella per i personaggi occulti e al limite del macabro, se vi piacciono i racconti sul filone delle atmosfere dark ma avventurose e se siete anche un po’ amanti di emozionanti vicende narranti di pirati e tesori nascosti, beh, questo libro di cui vi sto per parlare fa al caso vostro!

È alla casa editrice Haiku che dobbiamo l’edizione di questa selezione di racconti dalla penna di Edgar Allan Poe, curata da Mauro Cotone e raccolta nella collana Settemari la quale si caratterizza per l’attenzione a personaggi un po’ al limite come malfattori, briganti e pirati che ne combinano di tutti i colori in situazioni di immaginario fantasioso e popolare.

Ed è proprio di questi personaggi che si nutre la raccolta intitolata “Nel ruggito della spiaggia scossa dalle onde” che porta come sottotitolo “Antologia Pirata”. Ed infatti è proprio di una antologia che si parla e che vede raccolte le varie anime letterarie di uno tra gli esponenti della letteratura angloamericana più apprezzati anche oggi; Edgar Alla Poe.

Lo scrittore è stato selezionato per due motivi non di poco conto; primo tra tutti per i personaggi delle sue opere in linea con la natura della collana Settemari e secondo poi perchè ad incarnare gli stereotipi di personaggio al limite e oscuro non sono tanto quelli descritti nei suoi romanzi ma lui stesso!

Poe si distingue da sempre per la sua natura eccentrica e per la volontà di opporsi sempre al gusto della società del suo tempo contro la quale si scaglia ripetutamente. La sua fama e il suo senso del mistero gli fanno incarnare i tratti tipici dei personaggi che egli stesso mette in scena nella sua narrativa facendoceli scoprire come un bottino prezioso che va scovato dopo una attenta e minuziosa caccia al tesoro.

E proprio a proposito di tesori e mappe, il tema legato al mare, all’avventura e alle vicende di pirati non poteva non costituire elemento preferenziale per la scelta di questo autore.

L’antologia consiste di 4 racconti, due poesie e un articolo redatto nel 1846.

I primi 3 racconti – “Il cuore rivelatore” (1843), “Il gatto nero” (1843), “Il barilotto di Amontillado” (1846)- fanno parte di una scrittura più caratterizzata da aspetti fantastici, cupi e di stampo psicologico ed introspettivo mentre il 4°, “Lo scarabeo d’oro” sempre del 1843 assume una valenza significativa sia all’interno della raccolta, sia nella carriera da scrittore di Allan Poe.

È un racconto assai complesso ma che determina il passaggio di stato da uno stile comune ad una vera e propria innovazione; Poe con questo racconto (il più completo e lungo tra quelli selezionati) forma un nuovo genere di narrazione e una nuova forma di letteratura, esempio perfetto di come un ragionamento logico e deduttivo possa intrecciarsi con la trama fantastica di una vicenda. È inoltre il racconto nel quale il tema della pirateria viene affrontato maggiormente poichè descrive il ritrovamento del tesoro di William Kidd, un personaggio realmente esistito che fu citato anche da Daniel Defoe. In queste pagine affiora in modo impeccabile la passione di Poe per il mistero e sopratutto per i giochi di parole, i messaggi cifrati e la crittografia.

Un buon vetro nella locanda del vescovo nella sedia del diavolo ventun gradi e tredici minuti nord-est un quarto a nord sul tronco principale e sul settimo ramo a est spara dall’occhio sinistro della testa di morto a volo d’uccello dall’albero attraverso il buco cinquanta piedi avanti.

La seconda parte è invece composta da due poesie affiancate dal testo in lingua originale – “Un sogno dentro un sogno” scritta nell’anno della morte di Poe e “Il corvo” del 1845, una delle sue più amate poesie.

«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!

o l’Averno t’abbia inviato — o una raffica di bora

t’abbia, naufrago, sbalzato — a cercar asil quaggiù,

in quest’antro di sventure, di’ al meschino che t’implora,

se qui c’è un incenso, un balsamo divino! egli t’implora!»

                           90Mormorò l’augel: «Mai più!».

Completa l’antologia un articolo del 1846, “ La filosofia della composizione” con il quale lo scrittore spiega le difficoltà del comporre un’opera poetica e compie così una vera e propria disamina del processo creativo che coinvolge la poesia.

Una raccolta ricca di elementi narrativi e generi letterari, che segue il filo conduttore della pirateria e delle onde del mare che trasportano e lasciano fluire anche per acque avverse le storie di uomini avventurosi e un po’ folli, mossi da coraggio o spavalderia che ci fanno apprezzare sotto una nuova luce lo scrittore culto del romanzo giallo, noto sopratutto per i racconti del mistero e del macabro.

Sto qui nel ruggito

della spiaggia scossa dalle onde,

e stringo nella mano

grani di sabbia dorata.

Come son pochi! Eppure come scivolano

fra le dita nel profondo,

mentre piango, mentre piango!

(Un sogno dentro un sogno, 1849)

Giulia Pace

Roma lacerata: I tuoni di Tommaso Giagni

Manuel, Flaviano e Abdou sono i tre protagonisti dell’ultimo romanzo di Tommaso Giagni: I tuoni, Ponte alle Grazie, 2021.

Siamo nella periferia Est della capitale, un paesaggio di cemento e povertà si distende fin dove inizia la tangenziale e il raccordo che porta alla città antica. Uno scenario di fango e polvere, quartieri tutti uguali eppure profondamente diversi appena svoltato l’angolo. Qui i ragazzi crescono lungo le sporgenze dei casermoni, gli acquitrini melmosi dell’Aniene e le balaustre strette dove nascondersi a fumare.

È una vita pigra, non per mancanza di voglia di fare, ma per la storia che li precede e il luogo ostile che li ospita: il padre di Manuel vende la frutta in un negozio che per metà è la loro casa, la domenica porta la famiglia a pregare nella chiesa copta; e intanto insegna l’onestà ai figli, sogna per sé e per loro il mercato plateatico, l’espansione, il frutto dei sacrifici che porterebbe il loro cognome straniero su un’insegna. È un ragazzo col talento per l’informatica, ma con poche risorse, si arrangia a riparare allarmi di sicurezza e quadri elettrici. Manuel da bambino ha toccato un morto, l’ha trovato incastrato sul bordo del fiume: questa esperienza lo cambierà completamente.

Flaviano è la sensibilità in un corpo da ragazzaccio, è spavaldo e inopportuno, ma porta dentro un dolore enorme che non sa esprimere. Ricorda i Ragazzi di vita pasoliniani, sempre splenditi nella loro povertà fiera, coi muscoli tesi al sole. La madre lo ha abbandonato mentre il padre entrava in galera: un vortice di ingiustizia speso in pochi metri quadri che adesso condivide con quel padre, un tempo gagliardo. Per vivere suona alle cerimonie cafone di chi ama il karaoke tra una portata e l’altra.

Abdou è il simbolo della contemporaneità: è arrivato con un barcone sgangherato dall’Africa, nel suo paese ha studiato ma qui non lo sanno. Vive con la madre e la nonna e un cane husky, la sua vita, dentro le grotte (caseggiati ricavati dalla e nella roccia). Parla poco per non sbagliare questa nuova lingua, ma dentro di sé pensa sempre la cosa giusta. Per vivere vende droga e medicinali ai ricchi annoiati della Roma bene, quelli che farebbero di tutto per una festa riuscita.

La disperazione di questi ragazzi li unisce profondamente, mostrando la necessità dell’unità per resistere nel quartiere – abbandonato dallo Stato, dove a comandare è un boss da quattro soldi – e l’esigenza di nutrire una curiosità per la vita, per la bellezza, che in quei luoghi non riescono a soddisfare.

Il romanzo di Tommaso Giagni è una foto impietosa, piena di particolari, della Roma vera. La città nascosta eppure popolosa, quella che delinque per scelta altrui, della periferia. Un formicaio di anime rotte che sembrano essere uscite dal nulla: a nessuno interessa la loro storia, a nessuno interessa capire, non c’è nessuno che li veda. Un romanzo che sa di documentario; i nomi dei tre protagonisti potrebbero scambiarsi con quelli di migliaia di pischelli di oggi e il risultato sarebbe invariato.

Giagni sembra dirci che, se domani, tutto questo cornicione romano andasse distrutto coi suoi abitanti, nessuno lamenterebbe il fatto. Le cronache non ne parlerebbero molto, se non con la pedissequa volontà di impietosire momentaneamente.

Chi conosce i quartieri dimenticati di Roma, il disagio sociale, la disperazione che segue e precede l’oggi, non si sorprenderà di questa storia amara. Chi invece conosce soltanto la Roma dei monumenti potrebbe credere che sia un romanzo fantascientifico.

La bellezza della scrittura dell’autore ci dice che è finzione nella misura in cui è tutto vero, una storia fittizia ma pescata con profondità dal torbido delle vite degli altri, quelli che di solito non vogliamo guardare.

Francesca Attiani

Amare oltre. Domani avremo altri nomi di Patricio Pron

Domani avremo altri nomi – Edizioni Sur 2021 – è il romanzo dell’esistere e del resistere che Patricio Pron ci affida.

La storia è apparentemente semplice: una coppia si lascia, un po’ per stanchezza e un po’ per smania di cambiamento, non c’è una vera e propria causa, ne consegue il dolore del distacco.

Noi seguiamo la loro separazione e impariamo a familiarizzare con Lei e Lui attraverso questo allontanamento reciproco. Li guardiamo muovere i primi passi nel mondo senza l’altro, rimparare a camminare da soli.

Lui è uno scrittore, ha con i libri un rapporto viscerale (proprio con l’oggetto-libro), tanto che misura questa perdita attraverso il ricordo dei libri comprati e accumulati da Lei, di quelli non scritti, dei libri inventati per spiazzare divertito un commesso. Il dolore inflitto da Lei, che lascia di colpo la loro casa a Madrid, è tale da portarlo a staccare una pagina si e una no di tutti quei libri dove la vede ancora. C’è nel suo essere scrittore la profondità del lettore, cosa non ovvia, il pensiero costante sulle vite altrui che guarda dalla finestra delle case che abita. Vorrebbe apparire duro e indifferente alla contemporaneità, ma ne subisce le scelte consumistiche e morali.

Lei è un architetto, insoddisfatta del suo lavoro per uno studio che non le permette di liberare il suo estro, cerca il suo vero essere costantemente. Lascia quella casa, quell’amore durato cinque anni, inventandosi di avere un altro. Infligge a Lui un dolore concreto, sceglie di farsi odiare, per non rischiare di farlo vagare in un moto instabile dell’animo. Conosce tanto a fondo Lui da sapere che così gli sarà più facile elaborare la perdita. Le amicizie femminili sono lo scoglio su cui riprende fiato, tutte con vite diverse da lei eppure tutte così vicine. Probabilmente il motivo, non detto, della sua scelta risiede nella volontà di diventare madre.

Attraverso queste due vite Pron ci fa conoscere una generazione, quella di chi si sente libero dalle imposizioni sociali e allo stesso tempo è alla continua ricerca di un perno che dia equilibrio. Una generazione che non ha proprietà, che ha un rapporto con gli oggetti distaccato, senza storia, vive in case provvisorie dove è impossibile costruire qualsiasi cosa.

Eppure sono due vite straordinariamente rappresentative, rompono con qualsiasi tipo di stereotipo (culturale, sessuale, geografico) e vivono molto più intensamente di chi progetta una normalità. Hanno relazioni precarie come il loro essere, eppure sempre di grande intensità.

Questo romanzo non ha nomi, come dice anche il titolo, i nomi potrebbero appartenere a qualsiasi di noi e cambiare come cambiamo, costantemente. È un romanzo liquido, una storia che ha la velocità di un tweet o di un post letto in metropolitana.

Dentro quella casa, che facciamo gli scatoloni per il trasloco ci siamo noi, che non abbiamo oggetti ma ricordi. Si tratta di ricordi senza malinconia, però, come un sapore non più ritrovato.

Per rispetto a chi vorrà leggerlo, non si farà cenno al finale, anche perché meno importante della prima parte del libro: è qui che l’autore argentino sviscera Lei e Lui come una sanguisuga del sentire.

Lei sceglie, in maniera masochista, di mettere fine a quella relazione perché sa che solo così quell’amore potrà raggiungere l’apice, come ad avvertirci che si può amare soltanto la perdita.

Francesca Attiani