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“Si possono fare opere che non siano arte?”. Duchamp e il Grande Vetro

Nel 1913 Marcel Duchamp appunta una nota contenuta nella Scatola Bianca – una delle tre “Boîte’’ in cui raccoglierà tutte le sue annotazioni – nella quale delinea la sua idea del fare artistico e dell’arte in generale stabilendo, forse senza saperlo, una delle più importanti rotture con il sistema dell’arte e ponendosi come all’origine di tutte le rotture più radicali della storia dell’arte. È così che nascerà l’arte contemporanea.

Marcel Duchamp nasce nel 1887 in un piccolo paesino in Normandia, Blainville, dove rimarrà fino all’età di 22 anni quando si sposterà a Parigi con il permesso del padre. La sua intera vita può dirsi dedicata all’arte e all’indagarne il senso più profondo in una continua ricerca del nesso arte-vita e dell’identificazione dell’opera-non-d’arte.

Ponendosi il problema storico, estetico e teoretico della riconoscibilità dell’arte, Duchamp si è reso inconsapevolemente l’artista più complesso del secolo breve. Tutte le riflessioni che porta avanti sono frutto di uno studio attento e ricercato sul valore dell’opera d’arte e della sua riconoscibilità; per lui l’arte poteva essere qualunque cosa nella misura in cui ci fosse l’unione di tre elementi ben precisi, ovvero la scelta dell’artista, una indifferenza visiva nei confronti dell’oggetto scelto come oggetto d’arte e un possibile. Queste tre caratteristiche determinavano la nascita di quello che chiamiamo “Readymade”, letteralmente “già fatto”. Tra le varie tesi e ricerche che costellano il progetto artistico di Duchamp troviamo il concetto di nominalismo inteso come superamento del linguaggio stesso, il concetto di apparenza e apparizione e non meno quello di “inframince” traducibile come “infrasottile” che sta a rappresentare per Duchamp lo spazio invisibile che separa due cose come ad esempio il calore che viene rilasciato su una sedia quando una persona si alza oppure lo sfregarsi del tessuto dei pantaloni quando si cammina.

Insieme a queste tematiche troviamo fondamentale anche i suoi molteplici studi riguardo la matematica, il movimento e la quartai dimensione; nel circolo di Puteaux, Duchamp, insieme al fratello maggiore e ad altre personalità a loro contemporanee, si riuniva per partecipare a discussioni di carattere scientifico e artistico riguardo il tema della quarta dimensione in particolare modo.

La maggior parte di questi studi che lui compie anche nel campo dell’ottica di precisione affioreranno in molte delle sue opere artistiche e saranno poi messe a frutto in quella che possiamo definire l’opera capitale di Duchamp che lo ha visto partecipe per un periodo assai lungo della sua vita. Stiamo parlando della “Sposa messa a nudo dai suoi scapoli,anche” più comunemente nota come “Il Grande Vetro”.

Il Grande Vetro rappresenta il totale superamento della concezione dell’arte come rappresentazione del Bello plastico a favore invece di una “Bellezza di Indifferenza”; di fatti Duchamp sarà il primo che arriverà a disgiungere definitivamente l’idea di Bellezza da quella di Arte.

La realizzazione di questa opera capitale è assai complessa ed eterogenea; di fatti il Vetro può dirsi iniziato intorno al 1911-1912 e concluso, o meglio dichiarato definitivamente incompleto, solamente nel 1923, ben 12 anni dopo. Il 1912 è un anno fondamentale nel panorama della storia dell’arte perchè è l’anno che inizia a segnare le prime rotture con la continuità classica della rappresentazione, tanto che nascono le prime avanguardie, Kandinsky aveva già pubblicato “Lo Spirituale nell’arte” e dà vita al movimento del “Cavaliere Azzurro”, Picasso realizza il suo più noto collage, “Natura morta con sedia impagliata”, che rappresenta un primissimo approccio alla relazione tra opera d’arte e ambiente circostante. In questo contesto di sviluppo, Duchamp si trova a Monaco ed è lì che inizierà a realizzare i primi disegni per lo sviluppo del personaggio principale del Vetro, la “Sposa”.

Nel 1912 inoltre è di fondamentale importanza uno spettacolo teatrale al quale Duchamp parteciperà, “Impression d’Afrique” di Roussel e grazie al quale lui concentrerà moltissimo del suo interesse nella tematiche selle “macchine”-intese come meccanismi mobili- e dell’ironia.

A Monaco inizia quindi a realizzare questi primi disegni che rappresentano un’evoluzione stilistica del nudo femminile che aveva fin da giovanissimo affrontato. Sono tre le principali versioni che precedono quella definitiva della Sposa che poi verrà inserita all’interno del meccanismo del Grande Vetro e sono il prodotto di una quasi maniacale attenzione alla tematica del movimento, della trasfigurazione, del passaggio e della trasformazione. Attraverso il principio della frammentazione e della demoltiplicazione, Duchamp arriva infatti a realizzare la figura della Sposa in modo che sia totalmente irriconoscibile poichè “spogliata” di qualsiasi richiamo alla figurazione naturale del nudo umano.

Nei due anni successivi si occuperà di realizzare invece alcuni readymade che finiranno nella parte sottostante del Vetro -nel 1913-14 Duchamp non ha ancora in mente l’idea del Vetro, lo inizierà solo nel 1915, in America, su proposta della collezionista Katharine Dreier- che consistono nella “Macinatrice di cioccolato”, “il Cimitero delle uniformi” e il “combattimento di boxe”.

La realizzazione del Vetro subirà un brusco rallentamento nel 1918 quando Duchamp si dedicherà principalmente agli scacchi e alla realizzazione di un’opera commissionatagli dalla Dreier, “Tu m’”. Come già accennato, nel 1923 dichiarerà definitivamente incompiuto il Vetro e lo esporrà al Brooklyn Museum in occasione di una mostra tenuta dalla Societè Anonyme nel 1926. Nel 1936, dieci anni dopo, vi rimetterà mano per irrobustire la struttura che era stata danneggiata durante il trasporto dell’opera dalla mostra all’appartamento privato di Katharine Dreier.

Ma quindi, andiamo a vedere nello specifico come “funziona” questa grande macchina messa in piedi da Duchamp e anche i motivi che lo hanno spinto a realizzarla in tal modo.

“La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche”, 1915-1923, Philadelphia Museum of Art.

L’opera consiste in una grande superficie di vetro dalle dimensioni di 2,72 x 1,75 m divisa in due parti unite da una cornice di metallo che le sostiene. Queste due parti o sezioni sono distinte in una “Zona Superiore” dedicata alla figura della Sposa e una “Zona Inferiore” dedicata ai Celibi o Scapoli.

  1. Zona Superiore: la sposa si trova in alto sulla sinistra, la sua immagine è totalmente smaterializzata, la sua fisionomia disumanizzata; è ridotta ad una pura e semplice machina, un ingranaggio che determina il movimento dell’intera opera -definita anche macchina agricola-. La sposa, messa a nudo dai suoi scapoli, mira a raggiungere una condizione altra, una nuova dimensione (richiamo alla quarta dimensione) ma questa tensione che lei esprime non riesce a manifestarsi concretamente così come il desiderio provato dagli scapoli, nel tentativo di raggiungerla dal basso fallisce miseramente. L’opera è una espressione della tensione, del desiderio passionale, dell’Eros che è la vera energia motrice -insieme a quella dello humor- quella che permette ai personaggi di svolgere i propri ruoli.
  2. Zona Inferiore: i celibi o scapoli che troviamo in basso a sinistra soo stati anche loro ridotti alle singole e spoglie uniformi che avrebbero dovuto indossare e dai vertici di queste figure spoglie, si diramano dei filamenti che conducono la loro energia, il gas d’illuminazione, ad una pompa a farfalla, la quale attraverso 7 setacci trasforma il gas in forma liquida e lo fa convergere ai testimoni oculisti che si trovano sulla destra ( i tre cerchi concentrici sovrapposti) che hanno il compito di condurre l’energia nel regno della sposa, in corrispondenza della congiunzione dei due vetri. Nella zona inferiore ritroviamo infatti “La Macinatrice di cioccolato”, “Il cimitero delle uniformi” e “il reticolo di rammendi” (rimando ad un esperimento denominato “3 stoppage etalon” del 1913).

L’intera dinamica-funzionamento sta nella figura della sposa, Duchamp con questa opera intende parlarci di come il desiderio femminile sia non trascurabile, di come la figura della donna sia da porre al centro di un movimento e una tensione che generano desiderio ma non violenza. La donna è posta al centro del desiderio perchè anch’essa ne prova ma non è ridotta ad un oggetto usto a piacimento dal genere maschile, anzi, attraverso i celibi l’artista vuole anche un po’ mettere in ridicolo l’ego maschile.

Questa complessa macchina-celibe che ci ricorda un po’ anche quelle che realizzerà qualche anno più tardi l’artista newdada Tinguely, è il prodotto di uno studio preciso e attento ad ogni aspetto culturale della vita dell’essere umano ed è un invito a chi guarda, all’osservatore, a saper guardare non tanto con occhio sensibile ma con lo sguardo della mente. Non è un caso che come supporto Duchamp abbia scelto proprio un vetro, un materiale trasparente che permettesse la scelta dell’osservatore, che non costringesse ad osservare in un’unica direzione ma che lascia se ampio spazio alla possibilità.

Giulia Pace

Le informazioni utilizzate per la stesura di questo articolo sono state tratte dal testo “Introduzione a Duchamp” di Carla Subrizi, edito da Laterza Editore, 2008

Guarda, osserva, immagina Didatticarte, intervista a Emanuela Pulvirenti

Potremmo iniziare la giornata con una colazione con vista, entrare in un quadro di Vermeer, ritrovarci persino a pranzo con lo scheletro e concederci una piccola pausa pomeridiana sdraiati su un’amaca dell’arte per poi perderci tra le architetture dipinte aperte sul cielo e percorrere strade con il naso all’insù a guardare le mille e una nuvola.

Con un pizzico di fantasia niente è impossibile viaggiando tra le pagine del sito di Didatticarte. Uno spazio che si distingue nel saper spiegare concetti complessi con parole chiare e precise, nutrendosi di un repertorio vastissimo di immagini: materiale di studio per la storia dell’arte e il disegno tecnico, contenuti divulgativi su artisti, tecniche pittoriche, iconografia, fotografia, didattica fino a tematiche di vario genere legate al patrimonio culturale.

Dietro le quinte di questo progetto editoriale c’è la passione e la competenza di Emanuela Pulvirenti, architetto e dottore di ricerca in Fisica Tecnica Ambientale con specializzazione in illuminotecnica, dal 2006 insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso le scuole secondarie superiori. Dal 2011 cura personalmente il sito-blog Didatticarte (oltre 5 milioni e mezzo di accessi nell’ultimo anno) con ottimi riscontri tra like e condivisioni sulle pagine social. Tra le menzioni e i riconoscimenti ricevuti, il “premio Silvia Dell’Orso” 2016 per la divulgazione on-line dei beni culturali. Divulgare è il modo più generoso di trasmettere conoscenze e saperi.

La nostra intervista a Emanuela che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Emanuela Pulvirenti – per sua gentile concessione –

La prima parola che ci piace associare a Didatticarte è Wunderkammer per la straordinarietà dei contenuti proposti, il vasto repertorio di immagini, il continuo lavoro di ricerca e studio che a portata di clic offre all’utente ogni volta una meraviglia da scoprire. Che cos’è per Emanuela Pulvirenti Didatticarte?

È esattamente la stessa cosa: è il posto dove raccolgo le mie curiosità, i miei percorsi, i miei esperimenti. È il mio personale parco giochi, dove scrivo quando sento il bisogno di riordinare le idee su un argomento. A scuola è diventato anche uno strumento didattico perché nello stesso posto ho iniziato ad archiviare presentazioni, video e materiali per lo studio della storia dell’arte, ma gli articoli non hanno necessariamente un taglio didattico. Sono passeggiate tra le immagini che intersecano anche la scrittura, la fotografia, la percezione visiva, gli strumenti digitali. È la storia dell’arte come avrei voluto studiarla… Questo approccio, molto libero e personale, è rimasto invariato fin dall’inizio. Per questo motivo non ho mai accettato di scrivere su richiesta recensioni o notizie di mostre ed eventi d’arte né ho allargato il blog ad altri autori. Non mi interessava trasformarlo in un magazine. Si sarebbe snaturato. Volevo che restasse uno spazio mio, simile a un diario di bordo per immagini.

L’esperienza on-line e di insegnante ha portato Didatticarte a diventare un punto di riferimento per la divulgazione dei beni culturali e lo studio della storia dell’arte nell’ambito scolastico rivolto a studenti e a colleghi docenti. È appena uscito, come presentato in questo post, Artelogia, testo di storia dell’arte per le scuole secondarie di secondo grado (Zanichelli, 2021). Che cosa troveremo tra le pagine di questi volumi?

Dentro Artelogia si trova tanto Didatticarte. La storia dell’arte è raccontata in modo da farne emergere tutta la ricca e affascinante complessità. Ci sono tanti percorsi trasversali, che vanno oltre la canonica sequenza cronologica dei periodi artistici per spaziare in tante altre direzioni, dalla letteratura alla società, dalla tutela del patrimonio alle tecniche artistiche, dal linguaggio visivo ai metodi costruttivi. Ancora più di Artemondo (il libro per le medie uscito tre anni fa) che doveva avere un approccio semplificato ed essenziale, questo è un libro che mi somiglia, un libro in cui ho voluto trasformare la storia dell’arte in un’avventura nel passato capace di farci riscoprire le nostre radici culturali e la nostra identità. Da Artemondo però ho ripreso il metodo: la storia dell’arte è raccontata soprattutto per immagini, attraverso il confronto tra le opere. Lo studente è chiamato a diventare protagonista del processo di apprendimento perché viene coinvolto attivamente in questo esercizio di osservazione e comprensione delle immagini.

La società americana di analytics e business intelligence DOMO ha pubblicato un’interessante infografica che mostra che cosa accade in rete ogni minuto: nel 2020 gli utenti di Instagram hanno condiviso 347.222 storie, su Facebook sono state caricate 147.000 foto, TikTok è stato installato 2.704 volte. Nella società di oggi quale valore attribuiamo alle immagini, nostre e altrui? Quali possono essere le buone pratiche per un uso consapevole?

Oggi più che mai consumiamo le immagini voracemente, senza soffermarci a osservarle e comprenderne i vari livelli di significato. La mole di immagini che vediamo ogni giorno è tale che anche con la migliore volontà non riusciamo a dedicare loro l’attenzione che meritano. Se un dipinto medievale era un compendio di simboli da interpretare, agli scatti su Instagram dedichiamo una frazione di secondo per passare subito alla foto successiva. Eppure anche questi contenuti avrebbero tanto da raccontarci, nel bene e nel male… L’inquadratura, i colori, il soggetto, ogni aspetto dell’immagine, anche se scelto inconsapevolmente dall’autore dello scatto, può rivelare tanto di lui e della società. I selfie, ad esempio, sono un universo di significati: si potrebbero passare ore ad analizzarne uno. Ma, oltre al tempo per farlo, manca anche la preparazione. Manca quella cultura visuale che ci consente di capire e decodificare le figure. È una situazione paradossale: siamo sommersi da immagini, quelle che osserviamo e quelle che produciamo, ma siamo affetti da un grave analfabetismo visivo. Reagiamo davanti alle immagini in modo puramente istintivo, non tentiamo alcuna lettura un po’ più approfondita. Questo, oltre a impoverirci dal punto di vista culturale, nasconde anche un altro pericolo: quello di essere facilmente manipolabili attraverso immagini confezionate ad arte, per stimolare di volta in volta l’indignazione, il disprezzo, il sarcasmo. Naturalmente l’antidoto a tutto questo è la conoscenza. Conoscenza dei meccanismi della comunicazione visiva, della storia delle immagini, della lettura delle opere d’arte. Tutto questo si deve iniziare a scuola, fin da piccoli, esattamente come si apprende la lettura e la comprensione dei testi scritti.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Didatticarte?

C’è un libro, scoperto negli anni dell’università, a cui sono rimasta sempre molto legata: è “Da cosa nasce cosa” di Bruno Munari. Non parla esplicitamente di arte e di lettura delle immagini ma dei meccanismi della creatività e di pensiero divergente, abilità che andrebbero coltivate sempre. Munari non fa differenza tra il progetto di una lampada e il disegno di un volto, tra la manipolazione di una forchetta e l’osservazione dei sassi su una spiaggia. Ecco, dovremmo essere sempre così: curiosi del mondo e pronti a connettere tra loro immagini e idee.

Bruno Munari, Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale ( I ed. 1981, Laterza 2017)

Un piccolo sogno nel cassetto del team di Bianco Critico: Didatticarte può regalarci un libro e un’opera d’arte per la nostra libreria delle immagini?

C’è un autore che sa deliziarmi come pochi. È Achille Campanile, scrittore umoristico ma capace di descrizioni potenti e immaginifiche. Questa è del suo racconto “Se la luna mi porta fortuna” del 1928 in cui narra il sorgere del sole.

“Per prima cosa lancia in campo i carri delle nuvole, carichi d’oro e di porpora, soffia nei suoi cartocci di zolfo e di zafferano e confonde tutto nel pulviscolo; intanto si dà al gettito intensivo dei colori – ecco il violetto, ecco il lilla, ecco il turchino, l’arancione, il verde, il marrone, – scaraventa fontanoni di scintille e, tenendosi ancora nascosto, inizia il lancio delle bombe luminose là dove mezz’ora prima era notte; non basta: sta col piede sulla soglia, pronto ad apparire, ma, prima di fare la grande entrata, ha il supremo effetto: incendia la girandola finale, la scappata dei razzi dorati e delle fionde luminose, e, nel momento in cui tutto scoppia, crepita e turbina vertiginosamente, lui, eroico mattatore, fa dar fiato alle trombe d’argento, sfodera la spada, squarcia l’orizzonte e, tra bagliori, lampeggiamenti e serpentine, appare.”

L’immagine che mi piace accostare a queste parole è un’alba di Giuseppe Pellizza da Volpedo del 1904, un’esplosione di pigmenti che dagli occhi arrivano dritti all’anima.


Il sole o Il sole nascente (1904) di Giuseppe Pellizza da Volpedo,
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Si ringrazia Emanuela Pulvirenti per il bellissimo collage dell’immagine in evidenza.

Maria Baffigi

Hopper pittore della normalità: l’immaginazione di Michele Mozzati

Ci sono due libri, mini cataloghi d’arte, che costituiscono un unicum, sia perché potrebbero essere considerati una raccolta univoca, sia perché unici nel panorama artistico: Luce con muri (Skira, 2016) e Silenzi e stanze (Skira, 2018) di Michele Mozzati, del mitico duo Gino&Michele.

Questi due libri sono dedicati alla poetica di Edward Hopper, più che alla questione meramente artistica, infatti riescono a far diventare 25 opere dell’artista come scenari di un racconto nuovo per tempi e spazi, moderno e insieme universale.

I racconti di Mozzati – pensati come delle descrizioni alla radio, ideali da leggere ad alta voce – sono prove di immaginazione, tentativi ben riusciti di portare i personaggi di un quadro fuori, verso chi guarda, dandoci una storia che superi l’istante immortalato. Hopper per fare questo si presta benissimo: le sue figure senza sguardo, assenti e assorte, figlie dell’America vincente e più conservatrice, sono però solitarie e infelici, nascondono un segreto tra le pareti di una casa o di un ufficio, sono prive di pudore e quindi paragonabili solo all’America On the Road che la Beat Generation stava sdoganando proprio in quegli anni.

E in quest’ottica, probabilmente, Mozzati è riuscito a cogliere certe sfumature nell’apparente normalità di Hopper, il silenzio di quei quadri che in realtà cela un impeto, un fuoco. Questi brevi racconti, nati dalle opere, possono essere raggruppati sotto due grandi tematiche: il rapporto di coppia e il conflitto generazionale.

Il rapporto di coppia è descritto da Mozzati sempre in maniera molto poetica – senza che si perda la sua ironia sagace – pur restando aggrappato alla carne, alla tangibilità dell’amore: una visione malinconica dell’appartenenza amorosa, che trova un chiaro riferimento al Jep Gambardella del film La grande bellezza, specialmente nella descrizione del mare visto sul soffitto, nella vita che resta dentro. Un rapporto di coppia sviscerato attraverso quadri non per forza con coppie al loro interno, poiché a Mozzati basta una figura per ricostruire i fili di un amore perduto. Anzi, proprio le assenze di Hopper sembrano terreno fertile per esercitare l’immaginazione sul fuori campo, scene non ancora girate dello stesso film.

Il tema del conflitto generazionale, è utile sia per smascherare le apparenze sia per incitamento al giovane lettore: una velata, intelligente, critica sociale avviene mediante la descrizione di personaggi goffi o nostalgici, donne solitarie che ci regalano flussi di coscienza, sognatori ai bordi delle strade. Le ansie della società di oggi, ad esempio per gli oggetti smarriti, e le lamentele dei radical chic che nulla fanno per cambiare la realtà, sono sprone a non appiattirsi, a non affogare nelle scelte altrui.

Le opere di Hopper sono scatole a tre pareti, e come nei migliori palcoscenici la quarta parete siamo noi con il nostro sguardo. Michele Mozzati riesce magistralmente, con questi volumi, a spronarci tutti – esperti del mondo artistico o semplici spettatori di un’opera – all’esercizio dell’immaginazione, l’unico utile alla sopravvivenza.

Le parole diventano le immagini che la cornice ha tagliato per sbaglio e, la storia dei quadri, attraverso il nostro sentire, muta in una sorta di libreria per immagini (come piace a noi chiamarla) in cui ritroviamo, però, la nostra vita.

Francesca Attiani

Le ragazze del “Gruppo 24”. Breve storia di una rivoluzione

Gli anni ’70 si definiscono come un periodo di forte rinnovamento all’interno del panorama del manga, particolarmente nell’ambito dello shojo, genere rivolto a un pubblico femminile, contrapposto al maschile shonen. In questo contesto emerge un gruppo di autrici mangaka donne, che per la prima volta proporrà una serie di tematiche e riflessioni in una tipologia che, fino a quel momento, era stata considerata secondaria. Con questo articolo se ne intende proporre, anche a chi si approcciasse per la prima volta al mondo dei manga, una breve panoramica introduttiva.

Prima di addentrarci in questa storia, è tuttavia necessario fare qualche passo indietro per capire su quali radici si sia installato questo cambiamento.

Negli anni del secondo dopoguerra, l’industria del fumetto giapponese si presentava come un ambiente prettamente maschile. Lo shojo manga si sviluppa da principio in questo contesto e gli autori sono per la maggior parte uomini. Le trame narrate sono semplici, dal taglio umoristico, e si rivolgono a un target di bambine nel periodo della scuola primaria. Le protagoniste ritratte come soggetti passivi, che prendono parte alle vicende per effetto di un agente esterno alla loro persona. Non possiamo fare a meno di ricordare, come primo punto di svolta, La Principessa Zaffiro (Ribon no Kishi, 1953), di Osamu Tezuka. Nata col cuore per metà di ragazza e per metà di ragazzo, Zaffiro incarna su di sé i caratteri della grazia femminile, ma anche di coraggio e virtù maschile. La vediamo vestita da principe mentre affronta a colpi di spada gli ostacoli lungo il proprio cammino, e ancora nei panni di principessa capace di diplomazia e giudizio: è un eroina tenace, che decide per sé il proprio destino, di uno spessore psicologico ben più complesso rispetto alle figure che si erano avute in precedenza. Tezuka è noto per la profonda introspezione dei suoi personaggi, e sarà questa una lezione di cui le autrici anni ’70 sapranno fare tesoro.

Osamu Tezuka, “La Principessa Zaffiro” (1953)

Si assisteva perciò a un progressivo cambiamento nelle dinamiche di ruolo, e tuttavia allo shojo mancava ancora un dettaglio fondamentale: uno sguardo che, già dalla base, potesse fornire un punto di vista femminile e che riuscisse a cogliere in prima persona i desideri e le aspirazioni del pubblico di ragazze a cui si rivolgeva.

Dalla seconda metà degli anni ’50 iniziano a emergere le prime mangaka donne: in particolare, Toshiko Ueda, Masako Watanabe, Miyako Maki e Hideko Mizuno si impongono sulla scena, cominciando a produrre storie rivolte alle proprie lettrici. Spesso queste artiste muovevano i passi da un ruolo di assistente: sfondi, colorazione e altri aspetti secondari della produzione di una tavola erano generalmente associati all’epoca a un impiego femminile. È il caso di Hideko Mizuno, assistente di Tezuka, nota soprattutto per il manga Fire! (Faiyaa!, 1969), uno shojo con protagonista maschile, che per la prima volta mostrava una scena sessualmente esplicita. Questo nucleo di esperienze iniziali sarà di fondamentale ispirazione e impulso per la generazione successiva.

Hideko Mizuno, “Fire!” (1969)

Arrivano quindi i primi concorsi indetti da parte delle case editrici, come Kodansha, Shueisha, che incoraggiano l’invio di manoscritti. È proprio questo il terreno fertile ideale per quelle nuove artiste che presto saranno conosciute sotto il nome di Fiori del 24 (Hana no Nijūyo-nen Gumi), o più semplicemente Gruppo 24 (Year 24 Group nella dicitura più diffusa a livello internazionale). Il numero 24 sta per il ventiquattresimo anno dell’Impero Showa, ossia il 1949, in riferimento al fatto che la maggioranza di queste autrici era nata nella seconda metà degli anni ’40. Bisogna tuttavia far presente la fluidità di questa definizione, ancora oggi non del tutto chiarita entro termini precisi, e come in realtà non coinvolga tutte le mangaka nate in questo lasso di tempo, ma soltanto una porzione che, rivolgendosi ormai a ragazze adolescenti, sperimentava con temi nuovi, storie e stili che esulavano dalle limitazioni imposte dalla struttura tradizionale dello shojo.

Riyoko Ikeda, la bellissima Lady Oscar da
“Le Rose di Versailles” (1972)

Tra i nomi più noti in Italia troviamo senza dubbio Riyoko Ikeda, autrice de Le Rose di Versailles (1972), da noi più comunemente conosciuto come Lady Oscar, grazie anche alla fortuna che ha riscosso l’anime diretto da Tadao Nagahama e Osamu Dezaki. Lo shojo diventa teatro di riflessione che abbraccia tematiche di genere affrontate in chiave storica e politica. L’ambiguità che permea l’identità di Oscar potrebbe infatti per certi versi riflettere in simbolicamente la difficoltà di affermazione a pieno titolo di una personalità femminile salda e indipendente in un’industria ancora, anche in questi anni di rinnovamento, fortemente maschile. Sebbene stilisticamente l’opera si attenga agli stilemi dello shojo tradizionale – i lunghi capelli al vento, i grandi occhi luminosi –, tuttavia la trama, l’approfondimento psicologico dei personaggi, nonché l’attenzione e la cura rivolte alla materia e alle fonti di partenza generano uno scarto notevole rispetto allo standard precedente. Per quanto la storia d’amore tra Oscar e André ci commuova, l’obiettivo principale della Ikeda rimane di fatto quello del romanzo storico sotto forma di manga.

Moto Hagio, Eric e Juli da
“Il Cuore di Thomas” (1974)

Non solo la storia, ma anche la narrativa occidentale ed europea si stabiliscono come nuovi punti di riferimento di queste autrici, a segnare un ulteriore taglio con la tradizione. Nelle trame a sfondo collegiale tornano gli echi del bildungsroman, del romanzo di formazione. Non sorprende perciò la presenza di toni che richiamano il Törless di Musil nel doloroso conflitto di un’adolescenza scissa tra sessualità e spiritualità che permeano Il cuore di Thomas (Thoma no Shinzo, 1974) di Moto Hagio o Il Poema del Vento e degli Alberi (Kaze to Ki no Uta, 1976) di Keiko Takemiya. Oltre ai ruoli e alle identità di genere vengono in questo modo esplorati anche tipi di rapporto alternativi a quello eterosessuale, e largo spazio viene dato all’omosessualità – per completezza è necessario citare Shiroi Heya no Futari (trad. La Coppia nella Stanza Bianca, 1971) di Ryoko Yamagishi, considerato il primo manga incentrato su una coppia saffica. Questi spunti vengono, comunque sia, affrontati secondo un’ottica femminile: come ha osservato Debora Shamoon, è come se si ponesse in atto una adesione delle lettrici, ma anche delle autrici, ai personaggi maschili, che conservano di fatto un aspetto femmineo. In questo modo diviene possibile per il soggetto femminile che occupa lo spazio della narrazione e del disegno liberarsi degli stereotipi e delle limitazioni imposte da e sul proprio genere per acquisire su di sé un’identità altra che le consenta maggiore libertà e capacità d’azione rispetto a quelle che le vengono concesse dalla società.

Keiko Takemiya, Gilbert e Serge da
“Il Poema del Vento e degli Alberi” (1976)

Sebbene la quasi totalità di queste storie abbia un risvolto drammatico, si pongono in ogni caso come punto di partenza per ulteriori approfondimenti e sperimentazioni, che nel futuro possano coinvolgere una pluralità di identità di genere, oltre il femminile.

Ricordiamo, in ultimo, un forte interesse da parte del Gruppo 24 anche verso la fantascienza, come nei casi di Siamo in 11! (Jūichinin Iru!, 1975) della Hagio e Verso la Terra… (Terra e…, 1977) della Takemiya, a dimostrazione della versatilità di un gruppo di giovani donne che chiedevano con forza di essere riconosciute come mangaka, nel segno di un’accesa passione verso il disegno e la narrazione, come si è visto, in tutte le sue forme.

In questo articolo si sono richiamate per sommi capi le figure di Moto Hagio, Takemiya Keiko e Riyoko Ikeda, tra le più significative dei Fiori del 24, ma ci auguriamo in futuro di potervi far scoprire anche altre autrici che con la stessa tenacia hanno contribuito a questo importante rinnovamento.

Di Riyoko Ikeda segnaliamo la recente ristampa de Le Rose di Versailles e l’imminente riedizione de La Finestra di Orfeo, la cui uscita ad ora è prevista per il 28 febbraio.
Di Keiko Takemiya segnaliamo
Il Poema del Vento e degli Alberi, Verso la Terra….
Di Moto Hagio segnaliamo
Il Cuore di Thomas, MARGINAL e la raccolta di recente pubblicazione Hanshin – La Dea Dimezzata.
Tutti i volumi sono editi da J-Pop Manga.

Alessandra Nardelli

Riferimenti bibliografici e sitografici.
Debora Shamoon, Revolutionary Romance: “The Rose of Versailles” and the Transformation of Shojo Manga Author(s), in Mechademia: Second Arc , University of Minnesota Press 2007, Vol. 2, pp. 3-17
Rachel Thorn, A History of Manga
Rachel Thorn, Moto Hagio, The Moto Hagio Interview

I libri imperdibili del nostro 2020!

I consigli di lettura del team di Bianco Critico

Quale modo migliore di chiudere l’anno, un 2020 straniante e inaspettato, che attraverso la lettura? Ogni giorno, dal gennaio 2018 oramai, proponiamo un libro al giorno, seguendo tematiche sempre diverse.

Allora abbiamo pensato di regalarvi i libri che ci hanno accompagnato in questi mesi, uno per ciascuna di noi, e che vorremmo aveste nella vostra libreria.

Pronti per questa carrellata? Si parte:

Partendo dal meno recente, Alessandra Nardelli consiglia Miyazawa Kenji con “Una notte sul treno della via Lattea – e altri racconti” (I ed. 1934, Marsilio 1994): Un trenino a alcol che corre tra le stelle, una mela, un viaggio spirituale lungo le costellazioni enigmatiche della vita, con gli occhi da bambino di Giovanni e del suo amico Campanella. Una fiaba di una delicatezza struggente e inaspettata, accompagnata da cinque racconti di uno dei più grandi autori del Novecento giapponese.


Eleonora Brunori consiglia George Orwell con “1984” (I ed. 1949, Mondadori 2000): cosa significa davvero essere liberi? In Oceania, formalmente, tutto è permesso: non ci sono leggi scritte. Eppure il controllo del Socing e soprattutto della Psicopolizia è capillare, arrivando a captare i segnali di una possibile dissidenza ancora prima che possa manifestarsi. Essere come tutti, pensare come tutti, odiare Goldstein e i suoi fantomatici complotti come tutti: come si può essere liberi se la possibilità di scelta è unica? Un libro distopico che parla della libertà e di cosa significhi essere umani: il titolo scelto originariamente dall’autore era “L’ultimo uomo in Europa”.


Giulia Pace consiglia Brianna Carafa con “La vita involontaria” (I ed. 1975, Cliquot Edizioni 2020): un romanzo di formazione introspettivo che ripercorre gli eventi di un giovane, Paolo Pintus, mosso quasi per inerzia a vivere la sua vita di estraneità ed incomunicabilità, spinto sempre verso una inconsapevole riscoperta di sé. La profondità narrativa della Carafa vi farà sentire parte di questa storia che forse, almeno una volta, abbiamo un po’ vissuto tutti.


Gaia Palombo consiglia Rachel Ingalls con “Mrs. Caliban” ( I ed. 1982, Nottetempo 2018): un libro che affronta la dimensione domestica e la solitudine, due aspetti che quest’anno abbiamo avuto modo di conoscere più approfonditamente. Dorothy, immersa in una spietata routine quotidiana fatta di incombenze domestiche, vede piombare nella sua cucina una creatura, metà uomo metà rana, appena fuggita dall’Istituto di ricerca oceanografica. La reciproca curiosità tra due esseri ai margini si trasforma in una storia d’amore: i due comunicano da subito, non hanno paura.
Dorothy dà riparo a Larry, l’uomo-rana, lo sfama con verdure e avocado, per lei diventa uno straordinario rifugio contro il tragico ordinario. Mrs. Caliban ha i connotati di una fiaba, è un godibile e surreale racconto sull’incontro con l’altro, questione che quest’anno, forse più che mai, considero necessaria.


Daria Vergnano consiglia Jan Brokken con “Bagliori a San Pietroburgo” (Iperborea 2017): ci regala un ritratto a luci e ombre, tra presente e passato, di questa città regale che è stata la patria di immensi intellettuali. Questi geni e dissidenti hanno reso grande una fetta di cultura europea del Novecento e il libro ci guida in un percorso di omaggio e riscoperta. Fra loro spicca la figura di Anna Acmatova che, attraverso versi raffinati e terribilmente umani, racconta i suoi amori e le sue
sofferenze dando voce, però, a un intero popolo.


Mariangela Berardi consiglia Daniele Vicari con “Emanuele nella battaglia” (Einaudi 2019): Daniele Vicari, toccato personalmente dalla vicenda della morte del giovane Emanuele Morganti dopo una violentissima aggressione, ne fa il cuore del suo primo romanzo, un’inchiesta necessaria, spinta da molteplici urgenze, tra tutte la volontà di restituire in qualche modo vita ad Emanuele, voce ai suoi familiari e tracciare infine la verità. Ma il libro è anche – e forse soprattutto – un percorso di elaborazione dell’accaduto da parte del suo autore: in uno stile innervato da molteplici linguaggi racconta una riflessione articolata, complessa, rigorosa, per cercare di mettere a fuoco il senso di ogni frammento di realtà, scioglierne il mistero, e rispondere alla fondamentale domanda “Come posso io raccontare questo dolore mortale?”.


Francesca Attiani consiglia Arianna Cecconi con “Teresa degli oracoli” (Feltrinelli 2020): una famiglia di donne, di diverse generazioni, si riunisce attorno alla più anziana che sta per morire, nonna Teresa. Il comune, triste sentire dovuto alla circostanza, non limita il ricordo di un passato felice di cui Teresa è intraprendente protagonista. La sua vita apparentemente di sacrificio e costrizione, si svela pian piano in tutta la sua vocazione rivoluzionaria, rendendo chiaro il destino di ciascuna e motivandone la ribalta. In un mondo semplice, agricolo, denso di tradizione, riscopriamo in Teresa ciascuna di noi: questo libro tocca le corde ancestrali che ci legano alla terra e alle relazioni umane, tesse una tela di sangue e pelle che siamo noi in tutte le epoche del mondo, storie di anime unite vorticosamente, dove le donne sentono il medesimo palpito, in un perpetuo divenire.


Maria Baffigi consiglia Daniele Mencarelli con “Tutto chiede salvezza” (Mondadori 2020): una prosa vibrante accompagna il racconto autobiografico di Daniele Mencarelli, un diario lungo sette giorni, quanti il trattamento sanitario obbligatorio a cui l’autore fu sottoposto all’età di vent’anni, a seguito di una violenta crisi di rabbia. Voci, suoni, odori, personaggi affollano queste giornate, intrise di dolore e di sofferenza. Dove è la cura? E quando arriverà il tempo della salvezza? Tra i corridoi di un reparto psichiatrico il lettore spettatore è lasciato a riflettere senza condizionamenti.

Buone letture e buon 2021 dal team di Bianco Critico!

Amparo Dávila e il racconto del terrore femminile

Poetessa, cuentista, scrittrice anomala, Amparo Dávila rappresenta una figura diversa nel panorama letterario messicano: apparentemente fuori dall’impegno civile, ha preferito concentrarsi sulla condizione umana e i suoi turbamenti.

In Italia è possibile finalmente approfondire la sua scrittura grazie alla pubblicazione di dodici suoi racconti per Safarà Editore usciti in questo anno (quello purtroppo della sua morte), dal titolo: “L’ospite e altri racconti” (nella puntuale traduzione di Giulia Zavagna).

Questo libretto è reso ancora più prezioso dalla prefazione dello scrittore messicano Alberto Chimal, che riesce a restituirci in poche pagine il vissuto e la forza di questa scrittrice, calandola nelle dinamiche del XX secolo.

Leggendo i dodici racconti sembra di trovarci di fronte a tanti incipit di romanzi, aperture mozzafiato su scenari ancora percorribili. La brevità di queste storie però, non toglie forza alla stesura narrativa ma, anzi, sollecita lo stupore e lo shock del lettore, come solo i racconti di Edgar Allan Poe seppero suscitare. Sì, perché di racconti del terrore è giusto parlare, sono descrizioni di incubi reali e vite immaginate; il confine molto labile tra immaginifico e inconscio rende le figure protagoniste come spesso indecifrabili, ombre surrealiste che rincorrono il lettore.

Nel primo racconto Frammento di un diario è un uomo a parlare in prima persona, descrivendoci il suo dolore attraverso la metafora di una scala, che salendo quantifica il sacrificio fino al 10° grado, dove al dolore si sostituisce la sola memoria di esso. Un racconto angoscioso di come possa il dolore rincorrere una sua perfezione, quasi attraverso un masochismo narcisistico.

Il secondo racconto è quello che dà il titolo al volume: L’ospite svela, con la suspense vorticosa del terrore, la condizione femminile e la denuncia ancora più duramente di quanto non faccia un proclama esplicito.

In molti racconti – tra cui La cella, Fine di una lotta, Musica concreta – assistiamo a degli omicidi. In alcuni casi essi sono frutto della paura profonda, in altri ci sono degli episodi di femminicidio. Anche laddove lo sveli l’inconscio dell’assassino, l’omicidio diventa mezzo e non fine ultimo, l’arma per svelare le proprie perversioni e sprigionare i bassi istinti.

La condizione femminile viene scardinata, ulteriormente, attraverso i due ultimi racconti del volume: L’ultima estate e Oscar, dove la donna (madre involontariamente, figlia disperata) non trova via di fuga, non essendole consentita la scelta; in entrambi l’elemento del fuoco sembra chiarificatore.

In conclusione, vale la pena menzionare anche Alta cucina, il racconto geniale degli occhi neri urlanti che vengono cucinati; La colazione, con il ritmo del cuore pulsante (spudorato omaggio a Poe) e Il funerale, dedicato a Julio Cortázar.

Molti di noi non conoscevano questa scrittrice, ignoravano la potenza della sua penna e la capacità di terrorizzare con eleganza: è giunta l’occasione per recuperare il tempo perduto, e fare i conti con il nostro inconscio.

Francesca Attiani

L’intensità dell’attesa: Aspettando il vento

Arturo è un bambino, abita nel paese di Serranova insieme alla sua famiglia; suo padre fa il ferroviere e ogni qual volta deve cambiare stazione, la sua famiglia lo segue negli spostamenti.

A Serranova non c’è molto, un paesino in provincia di Brindisi, con i soliti panorami da piccoli centri abitati.

Eppure a tener calde e vive le giornate di Arturo c’è Caterina, una ragazzina dalla parlantina indiscutibile, che ha il sogno di diventare ornitologa dato che conosce anche il più piccolo dettaglio su ogni specie esistente di volatile.

Arturo al contrario non parla quasi mai, preferisce stare in silenzio lui, così da nascondere meglio il suo balbettio ed evitare di dar voce anche a tutte le sue curiosità che la madre sopprime un po’.

E’ qui che si rompono infatti le regole del gioco e dell’ubbidienza; questo libro è una tenera fiaba in cui anche la disobbedienza -non punita o moralizzata- viene proposta come un atto di volontà dei bambini di conoscere ed esperire il mondo che hanno attorno.

I limiti che impongo i genitori, spesso mossi solo da timori e paure, vengono spazzati via per dare spazio invece ad uno spiraglio dal quale far uscire la creatività, la naturalezza dei gesti, la meraviglia e la curiosità tipica dei bambini.

Le affinità tra il mondo bambinesco di Arturo e quello della natura emergeranno quando Arturo incontrerà -di la dalle fitte canne che celano una palude- Andrea, amico misterioso e forse anche un po’ frutto della sua fantasia, che se ne sta rannicchiato vicino lo stagno e che gli tiene compagnia aiutandolo a fare esperienza del mondo, ad aspettare quel vento giusto che permetterà ai giovani protagonisti di crescere e librarsi in aria come aironi.

Un fumetto silenzioso, pervaso da un vento costante che ti obbliga a stargli dietro, che sa insegnare l’arte della pazienza, dell’amore e del valore dell’amicizia sincera, come quella tra bambini.

Ciò che più stupisce e genera empatia è l’atmosfera magica che lega le vicende dei protagonisti e che ci fa sperare di poter tornare anche noi un po’ bambini per rivivere con semplice stupore la loro stessa curiosità.

Questa versione a fumetti di Aspettando il vento. Una fiaba verso sud (BeccoGiallo, 2014) è stata tratta da una piece teatrale di Francesco Niccolini e Luigi d’Elia mentre le splendide illustrazioni si devono alla mano di Simone Cortesi.

Forme cambiate in corpi nuovi: Ovidio secondo Boitani

Se c’è un libro della letteratura classica che è rimasto immutato per fascino e potenza della narrazione – che mai viene interrotta, come in una corsa avventurosa che non si può arrestare – è quello che ci ha donato Ovidio ne Le Metamorfosi.

Il libretto prezioso Ovidio – Storie di metamorfosi (Il Mulino, 2020), scritto dal professor Piero Boitani ha il merito di presentarci questa grande opera letteraria in maniera sintetica e semplice, comprensibile anche da coloro che non avessero ancora letto Ovidio.

Duecentocinquanta storie collegate l’una all’altra, vengono presentate da Ovidio senza un inizio e una fine, ma con la volontà di descrivere passioni e punti deboli di uomini e divinità, che trasformano la realtà, la mutano in un continuo divenire.

Boitani giustamente compie una selezione delle storie, scegliendo di proporci quelle più significative dell’azione letteraria compiuta da Ovidio: Apollo e Dafne per mostrarci l’incessante movimento compiuto dai protagonisti (Apollo rincorre Dafne che via via muta in alloro) e quindi delle passioni che agitano i corpi; Fetonte e Icaro entrambi smaniosi di ascendere al cielo, cadono in picchiata per non aver ascoltato quello che gli era stato preannunciato. Eco e Narciso per il tema del doppio: la prima è costretta a ripetere le ultime parole pronunciare e l’altro è l’apoteosi dell’egoismo che inganna, una delle storie metaforiche più significanti dell’intera opera. Piramo e Tisbe, precursori dell’amore tragico per eccellenza “Romeo e Giulietta”, vengono anch’essi ingannati dalla morte dell’amato e così si uccidono; come in tutta l’opera non si muore ma si muta, quindi assistiamo al cambio di colore del frutto del gelso, non più bianco ma nero, pregno del sangue dell’amante.

Salmacide ed Ermafrodito aprono al tema della violenza sessuale, molto presente nel testo poiché spesso la fanciulla presa con la forza mostra la bassezza degli istinti umani e divini quando entra in scena il desiderio. In questo caso è una violenza compiuta da una donna verso il figlio di Mercurio e Venere, Ermafrodito, nome che ci rimanda immediatamente alla combinazione di due sessualità in un unico corpo: è infatti questa la pena inflitta ad entrambi, che si uniscono in un solo corpo.

Sempre sul tema della violenza sessuale e del rapimento: il Ratto di Ganimede, portato sull’Olimpo da Giove, e il Ratto di Proserpina, trascinata negli Inferi da Plutone – che è anche suo zio, poiché lei è figlia di Giove – si vedrà proprio dal padre costretta a trascorrere metà anno sulla Terra (sua madre è la divinità della Terra/Cerere) e l’altra metà negli inferi. Proprio con questa divisione ebbero inizio le stagioni: quando Proserpina sale sulla Terra, questa è rigogliosa e calda, quando scende negli Inferi tutto si raffredda.

Un altro tema lanciato da Boitani in questo testo è quello della caccia, personaggi che vengono sbranati da animali selvatici o cani: Atteone viene trasformato in cervo da Diana, facendolo così mangiare dai cani; Adone, l’amato di Venere, viene sbranato dai cinghiali e la dea trasforma il suo sangue in fiori; Meleagro uccide il cinghiale per la sua amata Atalanta ma fa infuriare le divinità e brucerà.

Non tutte le trasformazioni sono negative, ci sono anche quelle incredibili: come la mutazione di Arianna, da parte di Bacco, in costellazione.

Un libro che aiuta ad affrontare la lettura di questo classico, senza paura di annoiarsi, ma che compie un balzo ulteriore: svelando i personaggi che simboleggiarono l’arte nel testo (Medusa che trasforma in statua chiunque la guardi, Aracne che tesse una tela con gli dei dell’Olimpo e le loro malefatte, Pigmaglione modellando una statua otterrà da essa la sua donna ideale, Orfeo che ritrae l’autore) invita tutti noi a ritrovarne le sembianze concrete nella Storia dell’arte moderna che attinse a piene mani dalle Metamorfosi per secoli.

Francesca Attiani

BILLIE HOLIDAY. Il frutto amaro di una vita vissuta intensamente

Si è conclusa da qualche giorno l’edizione 38 del Torino Film Festival che quest’anno, a causa della pandemia, ha presentato ai suoi spettatori un ricco programma di film, corti e documentari online sulla piattaforma di MyMovies.

Non sono mancati, in concorso e fuori concorso, alcuni omaggi ad artisti del nostro passato, di cui sono state ripercorse le vite singolari per rintracciare le origini di quel genio che li ha resi indimenticabili fino ai giorni nostri.

Tra queste storie portate sul grande schermo c’è quella di Billie Holiday – o Lady Day come amava chiamarla Count Basie – la voce regina della musica jazz e blues che irrompe sulla scena americana a partire dagli anni Trenta.

Billie di James Erskine (2019) – con la collaborazione del Billie Holiday Estate – presentato nella sezione Fuori Concorso e distribuito da Feltrinelli Real Cinema, non è solo l’omaggio di un appassionato ma anche il desiderio di portare alla luce, oltre a quella di Billie, la vita di un’altra donna legata alla cantante.

Alla fine degli anni Sessanta, infatti, la giornalista Linda Lipnack Kuehl lega il suo destino a quello di Lady Day. Dapprima ascoltatrice di Billie, Linda inizia a registrare, per strada, nei caffè, nei club le voci delle persone che con Billie suonarono e di coloro che influenzarono la sua vita o, di contro, ne furono spettatori assenti.

Questo materiale è racchiuso in 125 nastri audio destinati a diventare una biografia completa sull’artista. Opera che, purtroppo, non trovò mai luce perché Linda morì, in circostanze misteriose, prima di completare e pubblicare il suo libro.

È grazie al lavoro di James Erskine, quindi, che le registrazioni (recuperate da un collezionista del New Jersey) possono essere ascoltate per la prima volta. Tra una testimonianza e l’altra la voce di Billie, racconta sé stessa attraverso le sue canzoni o nelle interviste rilasciate all’epoca.

Le storie di due donne, che si rispecchiano l’una nell’altra, prendono il via dunque fin dall’inizio di questa docufiction: per parlare di Linda il regista monta alcuni filmati di famiglia e coinvolge la sorella con i ricordi dell’infanzia e dell’incontro con la musica di Billie.

A loro si aggiunge una terza presenza femminile. Emerge grazie alle foto e alle pellicole che riproducono le esibizioni di Billie Holiday nei cabaret di New York. Queste immagini, infatti, originariamente in bianco e nero, sono state colorizzate da Marina Amaral, una giovane artista brasiliana che, con un lavoro attento e meticoloso, restituisce luminosità alla figura della cantante.

Billie Holiday, 1940 ca. – colorizzazione di Marina Amaral

I colori, che si alternano, fotogramma dopo fotogramma, sono netti, quasi conflittuali, raccontando visivamente gli eccessi che caratterizzano la sua vita. Erba, poi oppio e cocaina, ma anche vodka e altri alcolici, sono i vizi che la portarono a essere osservata speciale della squadra narcotici di New York fino a farla finire in prigione. 

Se la vita di Billie Holiday ha così colpito Linda, infatti, è proprio perché entrambe vissero intensamente. La giornalista era nota nel suo ambiente per la difesa dei diritti delle donne. Con il suo lavoro restituisce la vera voce di Billie; viene mostrata, nel bene e nel male, dando forma a una donna complessa, controversa, a tratti masochista così come la definiva chi osservava quel percorso difficile diviso tra l’affermazione sul panorama musicale e la vita personale.

In questo scavare a fondo per recuperare e ricostruire la memoria di Lady Day si avverte il tentativo ossessivo di Linda di riscoprire sé stessa. Ascoltando quelle note, alla luce degli eventi che caratterizzarono la sua vita, l’identificazione con la cantante è immediata. Per la prima e unica volta la giornalista sente attraverso i testi delle canzoni di Billie di essere davvero compresa; allo stesso tempo la cantante rivive in lei e nel suo progetto di raccontarne luci e ombre.

Già dall’infanzia e poi nell’adolescenza le scelte di Billie furono quelle che una donna, ancor più di quell’età, non dovrebbe mai trovarsi a fare: vendere il suo corpo per sopravvivere. E bere per sopportare il peso di questa decisione.

Il rapporto con il mondo maschile appare, per tutta la sua vita, irrisolto: teso da un lato verso il desiderio di appagare liberamente le sue passioni amorose senza coinvolgimento; dall’altro, la ricerca di legami più profondi che la porteranno alla distruzione. L’uomo rappresenta, poi, quel “lasciapassare” per continuare a esibirsi in un settore dove a dominare sono musicisti e produttori.

Questo fatto è ancora più determinante per una cantante di colore in un’America bianca che appende quei “frutti strani” agli alberi. Con Strange Fruit (1939), unendo amarezza e coraggio, denunciò le violenze perpetuate dall’uomo bianco contro i neri, e causando lo sdegno di quegli spettatori bianchi che erano soliti andare a sentire le sue esibizioni nei club, come il Cafè Society.

Billie non ha paura di vivere, esprime attraverso i testi delle canzoni la sua verità, ma allo stesso tempo con la voce trasmette sofferenza.

Un’amica ricorda che Lady Day piangeva per molte cose ma mai quando qualcuno poteva vederla. Tuttavia con la sua voce “sapeva accennare alla risata e al pianto”. Come quando canta Don’t Explain (1945), una delle canzoni che lei stessa afferma essere tra quelle che la rappresentano di più:

“Quiet, don’t explain

What is there to gain

Skip that lipstick

Don’t explain.”

Indossa pellicce e gioielli vistosi, un simbolo della realizzazione ottenuta grazie alla sua musica e che rendono le origini umili del quartiere in cui è nata a Baltimora solo un ricordo. Una nuova ricchezza e una fama che, però, attirano l’attenzione delle persone sbagliate, come succede negli ultimi anni della sua vita quando sposa il suo ultimo compagno Louis McKay.

Ecco che quel lamento doloroso che si rintraccia in molte delle sue canzoni lascia i segni anche sul suo corpo: perde peso visibilmente, sulla pelle e nell’anima mostra i lividi causati dal marito. Nelle registrazioni chi ne parla azzarda al suo compiacimento nel ricevere umiliazioni e maltrattamenti, ma allo stesso tempo qualcuno la definisce “l’ombra della morte”, un vero cuore infranto.

“Cerchiamo di vivere cento giorni in uno solo” così rispondeva Lady Day a un giornalista, riferendosi alle celebrità consumate e scomparse ancora troppo giovani. E così accade anche per lei, quando nel 1959 si spegne per un infarto a soli 44 anni, in un ospedale, con soli 750 dollari sul proprio conto e completamente sola.

Il mito della parola: La Tavoletta dei Destini di Roberto Calasso

Prosegue l’opera di tessitura di una Storia della scrittura compiuta da Roberto Calasso: La Tavoletta dei destini (Adelphi, 2020), è considerata l’undicesima parte dell’opera avviata nel 1983 dall’autore, che ha attraversato le epoche più remote alla ricerca di un’archeologia del mito e del suo racconto.

Questo romanzo sumero, a tratti epico, non ha narratore né voci fuori campo, poiché è lo stesso protagonista a svelarci tutto: Utnapishtim è l’unico superstite al feroce Diluvio Universale e, salvandosi, ha ricevuto un dono dalla divinità più umana che ha conosciuto Ea, l’immortalità. Ma a cosa serve l’immortalità, l’aver vissuto e ancora vissuto, se non si ha nessuno a cui raccontarlo?

Sembra essere questo il grande dilemma che attanaglia questo personaggio, che ha la fortuna (o meglio un fato designano dagli dei) di ricevere nel suo paese vuoto un altro uomo, il marinaio Sindbad.

Tra i due inizia un dialogo biblico, perché il racconto si fa parola, e in ogni singola parola si crea l’uomo, si ristabilisce un codice che giustifica l’esistenza umana, seppur ridotta a due uomini. Il sopravvissuto affida tutto quello che ha visto, ascoltato o vissuto al marinaio, finalmente comprende il senso del sacrificio che è stato chiesto agli uomini, nel dono della parola. Tramandando sé stesso, attraverso il mito, svela i misteri della vita e della morte.

Si tratta di un libro silenzioso, come l’universo in cui sono stati messi a tacere gli uomini, la sola voce del superstite echeggia pesantemente, attribuendo ad ogni storia un valore enorme per le storie che verranno. E qui veniamo a La Tavoletta dei Destini: forse è esistita, forse era un oggetto d’argilla che riposava nelle acque dolci di quel luogo al centro del mondo, forse invece non è mai esistita; l’autore ci fa capire che non importa stabilire ciò, perché a contare è il suo enorme significato. Grazie ad essa gli dei poterono contenere il caos primordiale, dominando tutto il cosmo.

Ma gli stessi dei non poterono fuggire al proprio destino, perché tutto era già scritto – ancora prima che arrivi ad esserlo concretamente: tra l’altro, in questo libro si fa menzione della prima persona che scrisse al mondo, la principessa Enheduanna, quindi una donna – e non seppero placare gli uomini in altro modo che cercando di eliminare la loro specie.

L’ultimo libro di Calasso è un romanzo scolpito su pietra, che incalza sul valore della parola, sia pronunciata che ascoltata, poiché coglie nell’attenzione alla narrazione il riconoscimento della persona, la fiducia in chi la riceve.

Un libro così lontano nel tempo, non è mai stato tanto attuale.

Francesca Attiani