Blog

La donna della spiaggia. Il quaderno dell’amore perduto di Valérie Perrin

In evidenza

Questo romanzo, di recente ripubblicato da Editrice Nord, sta scoprendo una tarda ma giustificata fortuna, grazie al grande successo avuto da Valérie Perrin con “Cambiare l’acqua ai fiori” (Edizioni E/O, 2019).

In questo primo romanzo protagonista è una ventunenne, Justine Neige, che vive e lavora con persone anziane in un paesino della Borgogna. Questa abbondanza di vecchiaia sembra non pesarle, anzi, trova preziosi i momenti vissuti con loro, perché attraverso quelle storie spera di ritrovare la propria. Orfana a soli quattro anni di entrambi i genitori, si ritrova a vivere con i nonni e il cugino di due anni più piccolo, anch’esso reso orfano nel medesimo incidente.

Justine si prende cura. Già dalle prime pagine ci rendiamo conto di essere di fronte a una di quelle persone che dedicano la loro vita agli altri, per altruismo ed egoismo allo stesso tempo: infatti la nostra protagonista ama lenire le ferite dell’animo e fa di tutto per proteggere le persone a cui vuole bene, ma lo fa soprattutto per non curare le sue ferite, per non doversi fermare a pensare a quella che è e alle assenze.

I piani del racconto si mescolano come fanno spesso i ricordi che piombano mentre si fa un gesto casuale, e i ricordi di Justine si affacciano quando ascolta i racconti di una delle anziane ospiti della casa di cura dove lavora. Per essere più esatti, i ricordi di Hélène, l’anziana ospite, diventano la ragione di vita di Justine: la prima racconta – in uno stato tra il sonno e il sogno – la sua vita felice, di un’amore azzurro mare, di occhi che non sanno leggere ma che riflettono l’anima dell’altro; un amore perduto a causa della Seconda Guerra Mondiale, ma che non riesce a morire.

Durante questi incontri, la ragazza si immerge totalmente nella storia di Hélène, tanto che il nipote le chiederà di prenderne nota, tracciare su carta la vita della nonna. Il quaderno azzurro mare sarà, dunque, la biografia di un amore vissuto quanto immaginato, dove Hélène sarà per sempre giovane.

E questo libro ci parla proprio di questo: i vecchi sono solo giovani da più tempo, vivono e sussultano da più anni, e il ricordo che nelle menti stanche resta è, quasi sempre, quello di ciò che si è amato. Sembra retorico, ma l’amore è l’unica condizione che non cambia con le generazioni. Nei fremiti degli anziani, che non rammentiamo mai esser stati giovani, magari più giovani di noi, ci sono storie complesse che ci hanno generato.

Justine impara l’amore da Hélène, comprende solo attraverso il suo sguardo cosa significhi, anche quando l’anziana non parlerà più, riesce finalmente a vedere la spiaggia sulla quale è sdraiata ad aspettare l’amato e sua figlia. E scrivendo amerà per la prima volta.

Tantissimi i temi toccati dalla Perrin: la Shoa, la cecità, la fede, la dislessia, la morte, il provincialismo, la classe operaia. Ma soprattutto questo romanzo ci dice: che i figli non sono sempre di chi li genera, che si può ingannare la persona che amiamo proprio perché le amiamo, e si può anche vivere una vita intera nel rimorso e nel senso di colpa; che essere madri non vuol dire sempre amare i figli, che il sesso molto spesso riguarda l’inconscio e che la donna non può vivere nella perpetua condizione di santa o puttana.

La leggerezza profonda di questa storia, che ne contiene parallelamente due, sembra di quelle da custodire in una scatola preziosa.

Francesca Attiani

Vite al limite: Resti di Gianni Agostinelli

La tranquilla vita di provincia. I casolari in campagna, lo spazio verde, il ritmo lento dei passi di paese scanditi dalla ferrovia. Gli anziani a presenziarne i luoghi di vita: alimentari, bar, giardini, chiese, cimiteri.

Una vita agreste che ricorda tempi antichi, i lavori manuali che non sono mutati nei secoli.

In tutto questo silenzio, nella pace che i turisti ricercano e invidiano – quando non la prendono in giro quella vita paesana – nascono e crescono tre uomini che Gianni Agostinelli ci mostra con il suo racconto.

Massimo, Leo e Alceste, amici d’infanzia, adolescenti vicini di casa, scorrono in bici le vie sterrate che offre quella comunità umbra, sentono mordere la voglia di conquistare vette impensabili per quelle famiglie semplici. Massimo è il capobranco, il ragazzaccio che obbliga gli amici a fare ciò che non vorrebbero/dovrebbero mai fare, li “bullizza” e facendolo li tiene ancorati a sé. Leo è lo spirito solitario, quello su cui nessuno punterebbe un soldo, un incapace, un codardo che avrà per tutta la vita il modello sbagliato: Massimo. Alceste è il buono, il ragazzo che non vede mai secondi fini, che non si accorge di essere sfruttato, il lavoratore onesto e instancabile.

Tre ragazzi di famiglie povere, di stampo agricolo, che non hanno alcuna possibilità.

Crescendo, ciascuno avrà una propria parabola. Ma ciò che sembra emergere è la spietatezza che cova sotto l’insoddisfazione: uomini spesso violenti, che non hanno alcun rispetto per sé e per le donne al loro fianco, che vengono umiliati pubblicamente e che, nel frequentare la prostituzione e l’alcol, sembrano trovare gli unici svaghi.

Resti è un libro asciutto, racconta gli episodi più gravi della vita dei tre, ma senza bisogno di affrontare il sentito: come un cronista senza scrupoli, Agostinelli ci mostra parole come immagini del crimine, fredde e dirette. I sentimenti li lascia fuori dal testo, ce li butta tutti addosso a noi lettori, che leggendo riceviamo diversi pugni allo stomaco.

Il libro, uscito per le Incursioni dell’editore Italo Svevo, svela i misfatti che si celano, spesso, dietro le tendine delle case unifamiliari, nei lavori umili, nelle “brave persone”. Certo, non tutta la provincia è così: il racconto, tra le righe, parla anche di donne che si sono sacrificate per mariti e figli immeritevoli, di stranieri che insegnano la correttezza e la serietà, di genitori amorevoli.

Ma in quei gesti brutali, degli uomini che non hanno altre armi conoscitive oltre la sopraffazione, c’è tanto dell’Italia di oggi, che nasconde sotto il tappeto i propri impulsi intolleranti e misogini. Questo libro riesce a dirci, senza giri di parole e con grande acume, gli esisti dell’ignoranza e dell’abbandono.

Francesca Attiani

La nonna apolide di Anny Romand

Nel 2014 l’attrice francese Anny Romand ritrova il diario della nonna. Non un diario adolescenziale o sognante di quelli che ci si aspetta dalle giovani di ogni generazione. Si tratta bensì di pagine che la nonna ha scritto durante la fuga estenuante, il doloroso peregrinare, del popolo armeno tra 1915 e 1918; pagine che sembrano pietre lanciate ai perseguitori. In queste parole, scritte un po’ in francese e un po’ in armeno e greco, Anny ritrova i tasselli mancanti di quei racconti che la nonna le faceva da piccola.

Proprio così ci viene restituita la storia di nonna Serpouhi: le pagine del diario si intervallavo con i racconti che l’anziana fa alla piccola nipote, anzi, è proprio questa bambina a scrivere in prima persona – anche se oggi adulta – un diario che contenga i turbamenti e i sensi di colpa di quella donna. Anny ascolta la nonna che, in ininterrotti flussi di coscienza, le restituisce i patimenti della sua vita altra, quella lontana dalla Francia dove sono ora, quella che nessun racconto basterà ad imprimere nella Storia.

Il genocidio del popolo armeno perpetrato dai turchi, fu pari solo a quello che i nazisti inflissero al popolo ebraico. Ma quanto spesso questa fetta di Storia viene ricordata? Quanto si sa e quanto si vuole dimenticare di quel momento? Tutti i genocidi razziali e/o religiosi posseggono l’oscurità della vergogna, e molto spesso i superstiti non sono stati creduti o hanno preferito rimuovere il dolore nel silenzio.

Questo libro è una testimonianza potentissima: riesce in modo semplice e lineare a imprimere il solco, racconta di una tipica famiglia armena di fino Ottocento che lavorava e si dava da fare per permettere che tutti i figli studiassero, che aveva in casa un pianoforte e attribuiva un forte valore all’etica e alla morale. Valori che la nonna di Anny le tramanda con ricordi della sua vita precedente, quella in cui ha perduto tanti figli – uno, addirittura, lo ha dovuto abbandonare cedendolo ad una contadina di un paese di passaggio, perché non aveva di che sfamarlo – il marito, quella in cui veniva sbattuta da una carovana all’altra subendo soprusi di ogni tipo. Non risparmia nulla alla nipote nel racconto, è consapevole che quella piccola è la sola ad ascoltarla, l’unica a comprendere il suo dolore pur se così piccola. I genitori di Anny non vogliono che la nonna riveli quel passato facendo affiorare alla bambina incubi e paure sbagliate, ma questi momenti in cui sono da sole servono ad entrambe per ricercare quella verità che agli adulti, per fretta o superficialità, non interessa sapere.

Ma in questo diario di Anny bambina, che collega i fili del diario vero della nonna, ci viene consegnata un’arma, l’unica che allevia le brutture del mondo: la lettura. Legge la nonna (lo rivela anche in una pagina del diario) e così ha voglia anche di leggere la bambina, e quella donna martoriata unisce il leggere allo scrivere, ritrova in questo le formula per mantenersi umana nella disumanità che la circonda, le pagine di carta sono lo scudo con cui proclamare e condannare per sempre quella barbarie. Non c’è video di oggi, foto e reportage contemporaneo che riveli come fa uno scritto il sentire di un prigioniero, la rabbia che mantiene in piedi gambe stanche.

Ha ragione Dacia Maraini nella prefazione del libro: questo è un omaggio ai vecchi e ai bambini. La storia narrata dall’autrice è super biografica, perché Anny Romand riesce a ritrovare il suo sguardo di bambina e a restituircelo insieme al diario della nonna Serpouhi, ricordandoci l’importanza che hanno i vecchi nel racconto del loro passato e i giovani nel riconoscersi in quello.

Un libro molto utile in questo momento storico che ci porta via, con maggiore rapidità, gli anziani: Mia nonna d’Armenia (La Lepre Edizioni 2020, traduzione di Daniele Petruccioli) è un’emozionante viaggio esistenziale che nonna e nipote fanno insieme, è avvenuto in alcuni anni dell’infanzia di Anny, per far sì però che durasse tutta la vita.

Luna

L’umanità ti osserva

Tanti li fai felici

Ma il miserando ti maledice

E fai colare lacrime.

Compatisci anche tu

Queste migliaia di innocenti

Che come letto hanno un pezzetto di terra

O Luna, che come luce hanno soltanto te?

Fra i cadaveri ci sono tante donne

Coi figli appesi al petto

Quasi aspettassero un tuo aiuto.

Se noi siamo colpevoli

Qual è la colpa di quegli innocenti?

(Poesia di Serpouhi Hovaghian, 1916)

Francesca Attiani

Giornata Internazionale degli Studenti: citazioni e aforismi

Ogni anno a partire dal 1941, il 17 Novembre si tiene la Giornata Internazionale degli Studenti. Questa ricorrenza nasce dal bisogno di rivendicare il diritto allo studio e il diritto d’espressione degli studenti in memoria dell’eccidio nazista avvenuto nel 1939 in Cecoslovacchia dove alcuni studenti e professori furono uccisi per essersi ribellati all’occupazione tedesca e al regime nazista.

Un mese prima dell’eccidio, uno studente della Facoltà di Medicina di nome Jan Opletal, venne colpito con un colpo d’arma da fuoco durante una delle prime manifestazioni a Praga organizzata il 28 Ottobre in occasione dell’anniversario dell’indipendenza della Repubblica Cecoslovacca e morì giorni dopo a causa delle ferite riportate.

Il 15 novembre si tenne il corteo funebre a cui parteciparono migliaia di studenti trasformandolo in una manifestazione anti-nazista. Le autorità tedesche risposero con ferocia e violenza chiudendo tutti gli istituti di istruzione superiore e deportando 1200 studenti in campi di concentramento. Due giorni dopo, vennero giustiziati senza processo nove persone, tra studenti e professori. 

Due anni dopo a Londra, nel 1941, il 17 novembre viene dichiarato Giornata internazionale degli studenti dall’International Union of Students. 

Frasi e citazioni sugli studenti

Vi riportiamo di seguito alcune citazioni e frasi tra quelle che ci hanno colpito di più sul ruolo dello studente, sperando possano essere di spunto così come di ispirazione.

“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia.”

Daniel Pennac

“Non ho mai insegnato nulla ai miei studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare.”

Albert Einstein

“Gli allievi mangiano ciò che i professori hanno digerito.”

Karl Kraus

“L’insegnamento è lasciare una traccia di stessi nello sviluppo di un altro. E sicuramente lo studente è una banca dove è possibile depositare i propri tesori più preziosi.”

Eugene P. Bertin

“Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica; quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l’escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l’allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore.”

Ivan Illich

“Gli studenti e quanto viene loro insegnato rimangono estranei tra loro, a parte il fatto che ognuno degli studenti è divenuto il proprietario di un insieme di affermazioni fatte da qualcun altro (il quale a sua volta o le ha coniate di suo o le ha riprese da un’altra fonte).”

Erich Fromm

“Ogni studente deve essere trattato come un individuo da cui ci si aspetta che possa esprimersi in un contributo attivo, e creativo, alla discussione in classe.”

Martha Nussbaum

“Infelici a scuola? Forse. Scombussolati dalla vita? Alcuni, sì. Ma ai miei occhi siete fatti di parole, tutti quanti voi, intessuti di grammatica, tutti, pieni di discorsi, anche i più silenziosi o i meno attrezzati di vocabolario, abitati dalle vostre rappresentazioni del mondo, pieni di letteratura, insomma, ognuno di voi, ve lo assicuro.”

Daniel Pennac

“Si può insegnare a uno studente una lezione al giorno; ma se gli si insegna la curiosità, egli continuerà il processo di apprendimento finché vive.”

Argilla P. Bedford

“Un maestro non è chi insegna qualcosa, ma chi ispira l’alunno a dare il meglio di sé per scoprire una conoscenza che già possiede nella propria anima.”     

Paulo Coelho

“Dev’essere proposito eguale dell’insegnante e del discepolo: che uno voglia giovare e l’altro apprendere.”  

Lucio Anneo Seneca

“Gli insegnanti devono amare con curiosità antropologica quella tribù di alunni che ogni mattina si trovano di fronte.”     

Daniel Pennac

“Tutti i più grandi maghi della storia hanno iniziato essendo niente di più di quello che siamo noi: studenti. Se loro ce l’hanno fatta, perché noi no?”        

Harry Potter

“Troppo spesso diamo agli studenti risposte da ricordare, piuttosto che problemi da risolvere.”

Roger Lewin

Riso nero: l’arte di ritrovare se stessi

Ogni artista che si rispetti ha un’opera dal valore inestimabile che però, non si sa bene per quale strambo motivo, viene a volte taciuta o tralasciata, perdendo così la bellezza data dal momento della condivisione.

E’ accaduto così anche per uno dei nomi più importanti della letteratura americana, Sherwood Anderson. Tra le sue opere più famose ve ne è una che – almeno in Italia – è stata un poco dimenticata, messa in secondo piano; si tratta di “Riso nero”, un romanzo estremamente attuale per temi affrontati e stile impiegato.

Nel 1932 Cesare Pavese ne aveva messo in luce la brillantezza, pubblicando il testo con una sua traduzione in una edizione oramai introvabile. Nel 2016 la Cliquot Edizioni gli ha invece dedicato una nuova edizione affidata alla traduzione di Marina Pirulli, con una prefazione del giornalista e scrittore Stefano Gallerani e le meravigliosa illustrazione di copertina realizzata da Riccardo Fabiani.

La giovane casa editrice romana ci restituisce la bellezza di una storia ambientata nell’America degli anni ’20, che vede protagonista John Stockton, un giornalista, un uomo dalla vita realizzata, con una moglie accanto e una carriera avviata. Eppure una sensazione persistente di inadeguatezza si agita nell’animo di John che, preso dal timore di non riuscire più a sopportare la sua condizione, abbandona tutto e fugge via.

Questo è il motivo centrale attorno al quale ruota l’intera vicenda narrativa che, senza seguire particolari avvenimenti cronologici, si basa sulle sensazioni e le emozioni dei personaggi che Anderson descrive con molta cura ed empatia.

La vita di John si sposta da Chicago lungo il Mississipi per approdare a New Orleans e poi alla cittadina di origine Old Harbor dove cambierà nome in Bruce Dudley per non essere riconosciuto.

L’enorme insoddisfazione e il senso di disagio che la vita condotta fino ad ora lo aveva costretto a provare, si tramutano ora in un senso di libertà individuale misto a timore che rende il protagonista molto più consapevole delle sue scelte e delle sue volontà.

A cambiare per sempre la sorte di quest’uomo sarà l’incontro con una donna, Aline Aldridge, che con lui condivide le stesse sensazioni. Si sente imprigionata in una vita che non riconosce come propria e sente l’incalzante desiderio di liberarsi da se stessa proprio per ritrovarsi. Nasce così una storia d’amore all’apparenza impossibile ma nutrita da una forte passione e da una sintonia innegabile, alla quale faranno da sfondo le risate leggere delle domestiche di colore, dei Neri d’America.

“Le persone sono come gocce d’acqua in un fiume che scorre. All’improvviso il fiume si altera. Diventa carico di furiosa energia, a va a ricoprire le terre, sradica gli alberi, travolge le case. Si formano piccoli mulinelli. Certe gocce d’acqua vengono trascinate in circoli vorticosi, toccandosi costantemente tra loro, mescolandosi tra loro, assorbendosi l’una nell’altra. Ci sono momenti in cui gli esseri umani smettono di essere isolati. Ciò che sente uno, lo sentono gli altri. Si potrebbe dire che, in certi momenti, uno lascia il proprio corpo ed entra, completamente, nel corpo di un altro. L’amore potrebbe essere qualcosa di simile.”

Qui troviamo l’altro nucleo focale del romanzo, il tema sociale legato all’abbattimento delle convenzioni, al rapporto troppo stringente e categorizzato tra bianchi e neri in una descrizione che con un velo di ironia e molto sentimento riesce a far comprendere quanto sia estremamente importante liberarsi dagli obblighi che la società ci impone, per poter veramente vivere ricercando noi stessi e fuggendo dall’insofferenza che ci provocano le imposizioni.

Le vite di John-Bruce e Aline ci raccontano di esistenze dolorose ma piene di passione e di desiderio di vita.  Con la descrizione di questi esseri umani, Anderson ci spinge a pensare a come potrebbe essere se anche noi ci liberassimo dalle nostre insoddisfazioni provando a vivere la nostra esistenza rispettandola per la sua propria natura senza cercare di essere costantemente altro da noi stessi.

Giulia Pace

Dieci storie quasi vere: l’immaginazione al potere di Daniela Gambaro

Non è sempre meglio scrivere brevi racconti, o meglio, non è un formato letterario che tutti gli scrittori possono adoperare. Alcuni hanno bisogno di una lunga rincorsa per poter sfociare in ciò che vogliono dire.

Daniela Gambaro invece può, ce la fa, riesce nell’intento di colpirci subito, senza preamboli lunghi e ridondanti: ci propone dieci storie tutte diverse, ma tutte mosse dalla stesso sguardo sul mondo.

Dieci storie quasi vere, uscito qualche mese fa per Nutrimenti, è il romanzo degli aneddoti, dell’infinitamente piccolo che nasconde il cuore delle cose.

Proviamo a dare un aggettivo per ciascuna di queste storie, senza spoilerare troppo: Giavasco, il racconto di apertura, è poetico, entra in un ricordo dell’infanzia e lo riporta nella realtà odierna per spazzare via le paure quotidiane. Il signor Avezzù pensava è inaspettato, ha come protagonista una tartaruga e il ruolo della donna, quello attribuitole dagli altri e quello conquistato da se stessa, nonché l’importanza del segreto per amare gli altri. L’ultimo dei Mohicani è generazionale, unisce nonna e nipote nel medesimo mondo, ristabilendo un ordine del sentire che tra figlia e madre si era sfaldato. Branchie è nostalgico, potrebbe diventare una storia più lunga se unita al primo racconto, seguendo il filone dell’infanzia perduta e ritrovata. La Llorona è doloroso, il racconto più difficile da proporre viene inserito dall’autrice in uno scenario marino, leggero e spensierato, volutamente in contrasto col dolore della protagonista. Aderenze è spirituale, narra di una strana baby sitter col pallino per la fede, ma una fede tutta sua, stramba e altissima allo stesso tempo. La stanza in più è ingannevole, attraverso un disguido familiare, moglie e marito sapranno parlarsi di nuovo. We should – Ballata della lingua inglese è ironico, due genitori che utilizzeranno l’inglese per sentirsi liberi. La piccola metà è conciliante, riuscendo a mostrarci nel nucleo famigliare al completo – disarmonico e stressante – l’unica possibile felicità. Mia sorella si illumina è tenero, il racconto fiabesco dell’amore per una sorella speciale.

In tutti e dieci i racconti convertono, come raggi di una ruota, gli stessi nuclei tematici: il ruolo della donna nella società (bambina, figlia, buona e cattiva madre, donna in attesa, moglie ansiosa, amica d’infanzia, lavoratrice ostacolata, donna incompresa e sottovalutata), lo smarrimento delle madri, il ruolo dell’inconscio nella vita quotidiana, l’importanza della favole e dell’immaginazione, il ricordo che aumenta il valore del vissuto, i dettagli apparentemente inutili che avvolgono le cose restituendocele come importanti.

La vita scorre, nel libro della Gambaro, tra i giochi di prima e di oggi, tra la fanciullezza creduta ora felice, e questa età adulta che allora sembrava migliore. In mezzo ci siamo tutte noi, sempre uguali e costantemente in tumulto.

Francesca Attiani

Il riparo delle anime rotte. La donna degli alberi di Lorenzo Marone

Esce oggi, per Feltrinelli, l’ultimo libro di Lorenzo Marone, un romanzo diaristico dal contenuto del tutto nuovo per questo scrittore. Sì, perché chi conosce la scrittura di Marone sa come si svolga spesso su sfondi marini e pieni di calore, come sappia raccontare storie complesse in una lingua sempre gentile e ironica.

Ne La donna degli alberi Marone mette alla prova la sua capacità di immedesimazione e ascolto, scrivendo, senza stereotipi ma con inusuale profondità, in prima persona nei panni di una donna: questa persona non ha nome proprio, così come tutti i personaggi che questa incontra nel suo cammino lungo un anno, alla ricerca dell’essenza delle cose, di una felicità concreta e semplice, sul pendio di una montagna, sola e libera.

I nomi propri sembrano appartenere al mondo della città, della vita che fugge rincorrendosi e sbranando se stessa. Mentre sulla montagna basta chiamarsi con un vezzeggiativo, che ricorda gli antichi soprannomi di paese mai offensivi ma descrittivi. Non sappiamo i motivi che hanno spinto questa persona a lasciare tutto e tutti, e a rifugiarsi su questa altura, se non il bisogno di silenzio e respiro.

Il diario viene scandito in dodici mesi, da un inizio faticoso nella casa di famiglia, dove tutto grida ricordi e nostalgia, man mano la solitudine lascerà il passo all’ospitalità della natura; la donna comincerà a riappropriarsi dei sensi e di una nuova, mai provata, spiritualità. In un dialogo costante con tutto ciò che vive (tantissime tipologie di animali, di alberi, di insetti, di persone, di paesaggio) senza dover ricorrere a tutti i costi alla parola: mezzo troppo spesso sopravvalutato, mero riempitivo.

La donna scrive e rivela di riuscire a comunicare, a sentirsi per la prima volta in vita sua compresa, pur non parlando, non raccontandoci del suo passato: è il valore più grande che imparerà da questo viaggio spirituale, le persone della montagna leggono negli occhi il dolore e sanno curarne le ferite; questi sconosciuti incontrati per caso, l’accudiscono e sanno custodire il mistero delle cose, l’essenza.

Questi sconosciuti sono spesso donne anch’esse, e una nuova – ma arcaica – alleanza femminile saprà svelare alla nostra protagonista il segreto della gratitudine, quella che nulla chiede in cambio. Le donne sanno già, conoscono le vite vissute e quelle perdute, conservano nelle mani i rituali iniziatici della vita.

Marone riesce, con questo ultimo lavoro, a restituirci un po’ di sana bellezza, ci rammenta la nostra vera natura e quello che invece ci imponiamo di essere, il compromesso totale che facciamo per sentirci accettati, mentre dovremmo essere noi ad accettarci.

Che prezzo paghiamo per cercare la felicità, continuamente, e quanto poco costa realmente?

Le prime tre pagine del romanzo – che non sono ancora diario mensile – si imprimono come un manifesto etico dello scrittore, ci riportano a tutte le fatiche cui ci sottoponiamo, l’assordante presenza della tecnologia e il giudizio come incentivo. Andrebbero rilette una volta al giorno, per non perdere il baricentro della nostra vita.

Lorenzo Marone, dalla penna sensibile, non poteva che scrivere questo libro. E farlo in questo anno così diverso, terribile e straniante, dove tutti forse saremmo fuggiti su una montagna solitaria, assume un significato enorme.

Francesca Attiani

“Va tutto bene, signor Field”: abitare la solitudine

In questo momento storico più che mai, ci rendiamo conto del valore e della potenza della parola crisi; il verificarsi di una condizione inusuale ed inaspettata può generare nell’animo umano un profondo senso di perdita e spaesamento gettandoci in uno stato di incertezza, vuoto e apatia.

Questa condizione permea e caratterizza l’atmosfera del romanzo d’esordio di Katharine Kilalea, giovane scrittrice sudafricana che ci ha fatto dono della storia del signor Field.

“Va tutto bene, signor Field”, questo è il titolo del testo che vede protagonista un pianista di fama il quale a causa di un incidente in treno si frattura il polso sinistro compromettendo così per sempre la sua carriera di musicista. Preso dal senso di spaesamento e di incredulità, per cercare di ricostruire i pezzi della sua vita e non lasciarsi andare all’apatia, decide di acquistare una casa a Città del Capo realizzata dall’architetto Kallebach sul modello della Villa Savoye di Le Corbusier. Si trasferisce così con sua moglie Mim sperando di poter superare il trauma della crisi ma quando Mim, incapace di sostenere la tristezza del marito, lascia silenziosamente la casa, il signor Field perde anche il suo ultimo contatto con la realtà.

Inizierà così ad avere un dialogo fittizio con la moglie dell’architetto, la signora Hannah Kallebach e si spingerà fino a seguirla e spiarla preso da un’impossibile desiderio d’amore.

È proprio questa mancanza di emozione e contatto con le relazioni umane che spingerà il signor Field a diventare quasi altro da sé rinchiudendosi in uno stato emotivo privo di confronto con l’altro. In questo frangente, la casa, la dimora, ci appare come una riflessione sull’abitare e sulla percezione del mondo. Il protagonista preso da un vuoto esistenziale, vivendo in uno stato di sonnolenza e distaccato dalla realtà si rifugia completamente nella sua casa che diventa luogo fisico del suo dolore, della sua tristezza e della sua solitudine.

La casa assume quindi un ruolo centrale nella narrazione e ce lo ricorda anche la magnifica copertina che è stata scelta da Fazi Editore per la pubblicazione nell’Agosto di questo anno (agosto 2020). L’architettura immersa nella natura segna ormai la vita del signor Field. Lo sguardo verso la natura è l’unico contatto percepibile dello scorrere del tempo, del passare delle stagioni dato che l’ambientazione è ferma al presente; la narrazione sempre statica non prevede nessun mutamento o espediente narrativo che però il lettore è portato ad immaginare e sperare ma che non vedono mai realizzazione. È un continuo tendere verso una risoluzione in una spinta quasi esasperata alla vita; la casa che Field acquista con la speranza di ritrovare una nuova serenità non riesce ad appagarlo e di fatti la solitudine che caratterizza il personaggio lo spingerà poi ad una presa di consapevolezza di sé e alla ricerca di una vita quanto meno simile a quella che aveva perduto.

Nel romanzo vediamo anche come si tratta la dicotomia ossimorica tra il silenzio e la musica; un uomo abituato alla musica deve vivere ora in silenzio e la casa che è luogo di aggregazione e di calore diventa mero contenitore di insoddisfazione e solitudine.

In questa condizione però c’è anche un altro aspetto da sottolineare e cioè il modo in cui l’arte e l’architettura possono essere intese come catalizzatori di emozioni; le armonie della musica e le forme delle architetture casalinghe suscitano, raccolgono, desiderano emozioni, le attivano e spingono il protagonista a cercare di ricrearle all’interno di sé.

«Di colpo riuscii a visualizzare la mia interiorità come prima non ero mai stato capace di fare. E quello che vidi, in un’improvvisa, vertiginosa consapevolezza, fu che ad abitarmi non era, come avevo creduto per tanti anni, una qualche concreta presenza aliena […] bensì un buco. Non una carenza, però. Perché la sensazione che qualcosa mancasse dentro di me, che mi mancasse qualcosa, non mi causò vergogna o rimpianto. Era una sensazione feconda. C’era un piacere insito nell’idea di un corpo che, come quello di una donna, ha uno spazio al suo interno, uno spazio in cui si possono mettere cose»

Il signor Field ha bisogno di sentirsi nuovamente fecondo, ha bisogno di amare e di emozionarsi, di comprendersi, capirsi e riscoprirsi senza annullarsi o annientarsi. Il vuoto, la mancanza, l’incertezza di una condizione ci spingono a volte a percepire noi stessi come delle possibilità, così come il grembo di una donna è pronto ad accogliere una nuova vita, l’animo umano porge il proprio spazio interiore alla possibilità.

Questo è in conclusione, un romanzo delicato e fragile che attraverso una narrazione tormentata ma profonda, ci permettere di scavare dentro noi stessi per ricordarci che nessuna crisi ha solo conseguenze disastrose e che si può imparare a liberarci di alcune emozioni che ci opprimono facendo spazio alle possibilità che la vita può sempre riservarci.

Giulia Pace

Alberto Arbasino: una vita per la cultura

Che cos’è un intellettuale? Cosa o chi simboleggia?

Una domanda che seppero farsi solo certe figure avanguardistiche che, pur potendo essere inserite sotto il grande cappello dell’intellettualità, sviscerarono quel mondo della metà del Novecento che sembrava crogiolarsi in questo ruolo, per mostrarne il vuoto contenutistico tipico della sfera piccolo borghese. Arbasino e Pasolini ne furono due esponenti concreti.

Proprio quest’anno Alberto Arbasino è venuto a mancare, e Adelphi (casa editrice con cui instaurò una collaborazione profonda) ne ripubblica dei titoli fondamentali, come: Grazie per le magnifiche rose, un volume denso, uscito nel 1965, ma rivisto – come tutti i libri dell’autore – dallo stesso più volte durante la sua vita.

In questa raccolta di visioni teatrali, ritroviamo proprio quello sguardo atipico, colto e serio, che ha solo chi conosce la materia di cui parla; Arbasino giudica spettacoli dell’epoca anticipando le lacune o la forza di certe rappresentazioni, cogliendone l’autentico spessore artistico: la musica, il teatro e il cinema stavano, per la prima volta, occupando il livello più alto della scena artistica contemporanea.

La Neoavanguardia di cui lui stesso faceva parte, avendo preso spazio nel Gruppo ’63 (in cui c’era anche, solo per fare qualche nome: Umberto Eco, Gianni Celati, Sebastiano Vassalli, Amelia Rosselli) un movimento intellettuale che voleva un rinnovamento letterario, di cui lo stile espressionista di Arbasino è esempio concreto.

Durante gli anni settanta avvia una serie di programmi televisivi Rai, di grandissimo spessore culturale, che imprimeranno la sua figura in una sfera tra la riconoscibilità e il fraintendimento, non tutti colsero la sua originalità e la sua veemenza. Gli anni da cronista culturale, per numerose testate italiane, hanno ridato coerenza espressiva alla sua voce, e quel tono duro e rigoroso – che gli derivava, forse, dagli studi in giurisprudenza – era monito per gli italiani tutti, (nota la vicenda accaduto nei primi anni del Gay Pride, in cui Arbasino manifestò il suo dissenso morale per quella manifestazione, pur da omosessuale).

In questo libro, infatti, seppur non parli soltanto di rappresentazioni teatrali italiane (da Roma va a Broadway, dagli Stati Uniti ad Atene, fino ai più importanti festival come Bayreuth-Monaco-Salisburgo), sembra che la chiave sia guardare fuori per leggere meglio chi siamo in casa nostra, e cogliere con sagace ironia i nostri limiti e con stupore la nostra bellezza espressiva.

Solo chi è stato in teatri diversi, ha visto in scena strategie rappresentative di mille tipi, con bravi e scarsi attori, in grandi e modesti teatri, può capire quale felicità si nasconda – improvvisa e incontenibile – in uno spettacolo.

E proprio ora che il mondo dello spettacolo dal vivo è lontano dalla nostra quotidianità, per colpa della pandemia, questo libretto può raccontarci ancora di quelle emozioni, ricordandoci di allenare la nostra vena critica quando siamo spettatori, per aspirare sempre alla curiosità.

Francesca Attiani

Sbagliare è vivere: la scuola utile di Enrico Galiano

Il professore e scrittore Enrico Galiano approda, con questo saggio – L’arte di sbagliare alla grande, Garzanti 2020 – al centro di un problema che aveva inseguito per anni, sia durante i suoi video online (e immaginiamo anche in classe), che con i suoi personaggi letterari: l’errore come conditio sine qua non della storia di ciascuno di noi.

Ci ha abituati a parlarci direttamente Galiano, e in questo libro sembra di averlo davanti mentre illustra gli sbagli che ha fatto: in prima persona, presenta una sequenza di esempi personali (molto privati, concedendo molto di sé) che possano spiegare e allo stesso tempo aiutare ad accettare quello che chiameremmo drasticamente “il fallimento”.

Perché, dunque, l’esigenza di parlare dell’errore? Perché fin da ragazzi, e soprattutto in età scolare, facciamo di tutto per cancellare lo sbaglio, rimuoverlo dal ricordo, occultarlo goffamente per paura di essere scoperti imperfetti.

Una paura ancestrale, che ci porta per tutta la vita a sentirci sotto giudizio, colpevoli di errare.

Ma è qui che non capiamo. Galiano vuole aprirci gli occhi, ricordandoci come sia fondamentale l’errore nel percorso di ciascuno di noi: quando gli alunni riempiono il quaderno di cancellature di bianchetto, tentano di nascondere ciò che è successo (un errore ortografico, un ripensamento, una bruttura calligrafica) sono maniacali nel farlo, pensano che quel gesto occulti per sempre ciò che è accaduto e abbellisca la pagina; mentre così facendo attribuiscono un valore troppo alto allo sbaglio, ammettono di non poter accettare una semplice linea che copra e li faccia proseguire, perché non riuscirebbero a guardarla, oppure, mostrandola, leggerebbero negli occhi degli altri il proprio fallimento.

L’errore è nel considerare l’errore come insostenibile. All’alunno guardare quello sbaglio potrebbe servire sia a non ripeterlo, che ad affrontarlo, sapendo che ha sbagliato e sbaglierà ancora, ma non sarà mai com’era prima di compierlo.

Ma questo messaggio di accettazione di sé vale per tutti noi: questa ricerca spasmodica della perfezione che ci accompagna oggi, angosciandoci, pone un obiettivo vano, poiché perfetto è tutto ciò che è finito – per sua stessa definizione – e ciò che è finito è privo di vita. Non possiamo dunque aspirare alla finitudine, perché è ogni volta che sbagliamo che celebriamo la nostra vita.

Francesca Attiani

Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone – Limited Edition

Parlare di cinema muto su una pagina che si propone di trovare il legame tra immagine e parola scritta potrebbe sembrare un controsenso, ma provenendo molte di noi da un contesto artistico sappiamo quanto un’immagine silenziosa sia in grado essa stessa di parlare da sola: con questa convinzione abbiamo deciso di seguire le Giornate del Cinema Muto di Pordenone conclusesi la scorsa settimana (3 – 10 ottobre) e giunte quest’anno alla loro 39^ edizione, una limited edition che aspettavamo con entusiasmo.

Perché in questo 2020 che si preannunciava pieno di promesse – il Babylon di Berlino già fremeva a febbraio per celebrare il ritorno dei ’20 con il centenario del Gabinetto del Dottor Caligari – il mondo sembra aver subito una battuta d’arresto, eventi che seguivamo con affetto sono incorsi dove possibile in una posticipazione, altri ancora e purtroppo per la maggior parte nella cancellazione. Per tutti noi è stato un anno di rinunce e difficoltà, ma Pordenone ha deciso di resistere, e il Festival del cinema muto più rinomato d’Italia si è spostato online: una scelta consapevole e di non poco conto considerando il peso che negli ultimi anni sta assumendo sempre più quel discorso sulla dislocazione del cinema al di fuori della sala con l’avvento dello streaming.

C’è anche da dire in effetti che durante i mesi della quarantena molte sono state le realtà che si sono aperte al digitale. I musei, ad esempio, si sono rivolti con un’attenzione mai tanto forte prima d’ora alle piattaforme offerte da Google (Arts & Culture, Maps) e ai social (Instagram, Facebook, Twitter) per mantenere un contatto con il proprio pubblico e una fruizione seppure alternativa delle collezioni – grande successo ha riscosso la challenge fatta partire dal Getty Museum accompagnata dall’hashtag #betweenartandquarantine nella quale si è proposto di ricreare da casa le opere d’arte preferite. Sul fronte cinematografico diverse sono state le cineteche in tutto il mondo che hanno messo a disposizione i propri contenuti in streaming: in Italia è stato d’esempio il lavoro svolto dalla Cineteca di Milano, di cui durante le Giornate abbiamo potuto vedere il restauro de La tempesta in un cranio (1921) di Carlo Campogalliani, nel quale significativamente (e forse non a caso) troviamo l’invenzione immaginaria della “fototelefonofotografia”, una sorta di fantasioso antenato di Skype la cui forma richiama quella di una camera oscura portatile – gli spunti di riflessione sono molteplici e Jay Weissberg, direttore del festival, ha inoltre tenuto a sottolineare durante l’introduzione del film un paragone tra il titolo e il disagio psicologico che molti di noi stanno vivendo nella situazione attuale.

Quella che abbiamo percepito lungo il corso della settimana è la realtà di un cinema muto ancora in grado di comunicare e di mettersi in relazione con il presente. Se negli anni ’20 del secolo scorso si guardava a questa forma con la viva speranza di poter costruire attraverso di essa un linguaggio universale, comprensibile a tutti oltre la barriera della lingua grazie alla sola potenza intrinseca dell’immagine – molti sono infatti i film che vennero realizzati senza mai ricorrere agli intertitoli così da estendersi come una lunga sequenza visuale, e Chaplin stesso in un primo momento si dimostrò restio al passaggio al sonoro proprio nel timore che la parola potesse in qualche modo inficiare questa potenzialità, prima di cambiare idea e regalarci il capolavoro che è Il grande dittatore – oggi, in una quotidianità sempre più frenetica, dettata dai ritmi costantemente mutabili dei media dove l’icona fa da padrona, un ritorno alla comprensione visiva dell’informazione e di ciò che ci circonda si prospetta nuovamente indispensabile.

Dai film proposti in catalogo traspare un dialogo con il passato carico delle questioni più attuali, una ricerca delle radici per indagare e svelare quali sono le basi del nostro bagaglio culturale odierno. C’è tanta attenzione alla resistenza e allo slancio della ripartenza come nel caso di Guofeng (1935) diretto da Lo Ming Yau (Luo Mingyou) e Chu Shek-lin (Zhu Shilin), ultima apparizione della leggendaria attrice Lily Yuen (Ruan Lingyu): film dalla forte componente ideologica nato in un periodo politicamente critico per la Cina, in cui si assiste allo scontro tra tradizione e modernità in una delicata fase di trasformazione epocale. Ma c’è anche spazio per la questione razziale fondamentale in questi anni e rinnovata negli ultimi mesi dal movimento Black Lives Matter, affrontata dai due casi di Penrod and Sam (1923) e Where Lights Are Low (1921): se infatti nel primo assistiamo alla possibile rappresentazione realistica di un gruppo di bambini neri priva di qualunque stereotipizzazione, in barba al mondo degli adulti, nel secondo abbiamo invece la testimonianza di un’alterazione su più livelli nella figura di Sessue Hayakawa, attore giapponese, nei panni stereotipati di un giovane principe cinese, modellato secondo gli stilemi del divo americano. E ancora, una declinazione del femminile molteplice, nelle splendide performance di Brigitte Helm nell’Abwege (1928) di G.W. Pabst, film intenso e controversissimo che con la consueta eleganza dell’autore tedesco affronta temi quali la prostituzione e la tossicodipendenza, nella cornice di una crisi matrimoniale, e di Mary Pickford che in A Romance of the Redwoods (1917) di Cecil B. DeMille si discosta dal ruolo della ragazzina spensierata tutta boccoli per abbracciarne uno più maturo e drammatico.

Abbiamo molto apprezzato la scelta di aprire il Festival con una raccolta di travelogue dal titolo simbolico The Urge to Travel / Voglia di Viaggiare, in un periodo di isolamento in cui l’urgenza, il bisogno di evasione è più che mai impellente, e a conclusione di questo articolo vorremmo aprire una riflessione sul senso di comunanza che queste Giornate ci hanno trasmesso. Perché se è vero che questi prodotti non sono stati pensati per il tipo di visione qui proposto e necessitano della proiezione in sala, tuttavia il potervi accedere da casa attraverso lo schermo del proprio PC o di altri device personali in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, dove il display dello smartphone si presta quasi come unica finestra sul mondo, inevitabilmente si carica di quel sentimento di collegamento, di linking tipico del mondo digitale e di Internet. L’immagine stessa delle discussioni post-proiezione secondo quella rappresentazione ormai assodata della videochiamata Skype, il poter guardare nelle piccole realtà quotidiane degli altri, magari proprio dalla nostra stessa stanza, seduti in poltrona o sul letto, uniti insieme seppure distanti in una rinnovata intimità dentro la solitudine, tutto questo porta a chiederci se non stiamo forse assistendo alla formazione di un nuovo tipo di comunità, di community, anche negli ambienti culturali, cinematografici e artistici, e quali conseguenze porterà negli anni a venire. Nella volontà di voler mantenere attiva anche dopo la chiusura delle Giornate la sperimentazione portata avanti negli scorsi mesi dal portale The Silent Stream e il blog La Gatta Muta (The Silent Cat), crediamo che anche il Festival ne abbia recepito e accolto con cura il potenziale.

Le Giornate del Cinema Muto 2020 si sono concluse con la proiezione della raccolta di corti Laurel or Hardy, dedicata come da titolo a Stanlio e Ollio: l’unica in tutta la rassegna a svolgersi dal vivo, secondo le norme anti-contagio presso il Teatro Verdi, nella necessità di lasciarsi con il sorriso e la speranza di vedersi riuniti il prossimo anno di nuovo a Pordenone per celebrare insieme la 40^ edizione del Festival, un traguardo importante.

Tracciando un filo tra Stanlio e Ollio, Buster Keaton in Piazza Maggiore a Bologna lo scorso agosto per Il Cinema Ritrovato e Tempi Moderni di Charlie Chaplin proiettato a Roma da Alice nella Città per l’iniziativa #cinemadacasa all’inizio del lockdown, ci viene da pensare che forse per il cinema muto c’è ancora spazio nel cuore di molti, e speriamo che l’esperienza segnata quest’anno da Pordenone possa essere l’inizio di un’apertura, di un rinnovato interesse verso una categoria di film che ha ancora molto da raccontare, se dentro il silenzio ci immergiamo ad ascoltare quello che le immagini (non) dicono.

Alessandra Nardelli