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La donna della spiaggia. Il quaderno dell’amore perduto di Valérie Perrin

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Questo romanzo, di recente ripubblicato da Editrice Nord, sta scoprendo una tarda ma giustificata fortuna, grazie al grande successo avuto da Valérie Perrin con “Cambiare l’acqua ai fiori” (Edizioni E/O, 2019).

In questo primo romanzo protagonista è una ventunenne, Justine Neige, che vive e lavora con persone anziane in un paesino della Borgogna. Questa abbondanza di vecchiaia sembra non pesarle, anzi, trova preziosi i momenti vissuti con loro, perché attraverso quelle storie spera di ritrovare la propria. Orfana a soli quattro anni di entrambi i genitori, si ritrova a vivere con i nonni e il cugino di due anni più piccolo, anch’esso reso orfano nel medesimo incidente.

Justine si prende cura. Già dalle prime pagine ci rendiamo conto di essere di fronte a una di quelle persone che dedicano la loro vita agli altri, per altruismo ed egoismo allo stesso tempo: infatti la nostra protagonista ama lenire le ferite dell’animo e fa di tutto per proteggere le persone a cui vuole bene, ma lo fa soprattutto per non curare le sue ferite, per non doversi fermare a pensare a quella che è e alle assenze.

I piani del racconto si mescolano come fanno spesso i ricordi che piombano mentre si fa un gesto casuale, e i ricordi di Justine si affacciano quando ascolta i racconti di una delle anziane ospiti della casa di cura dove lavora. Per essere più esatti, i ricordi di Hélène, l’anziana ospite, diventano la ragione di vita di Justine: la prima racconta – in uno stato tra il sonno e il sogno – la sua vita felice, di un’amore azzurro mare, di occhi che non sanno leggere ma che riflettono l’anima dell’altro; un amore perduto a causa della Seconda Guerra Mondiale, ma che non riesce a morire.

Durante questi incontri, la ragazza si immerge totalmente nella storia di Hélène, tanto che il nipote le chiederà di prenderne nota, tracciare su carta la vita della nonna. Il quaderno azzurro mare sarà, dunque, la biografia di un amore vissuto quanto immaginato, dove Hélène sarà per sempre giovane.

E questo libro ci parla proprio di questo: i vecchi sono solo giovani da più tempo, vivono e sussultano da più anni, e il ricordo che nelle menti stanche resta è, quasi sempre, quello di ciò che si è amato. Sembra retorico, ma l’amore è l’unica condizione che non cambia con le generazioni. Nei fremiti degli anziani, che non rammentiamo mai esser stati giovani, magari più giovani di noi, ci sono storie complesse che ci hanno generato.

Justine impara l’amore da Hélène, comprende solo attraverso il suo sguardo cosa significhi, anche quando l’anziana non parlerà più, riesce finalmente a vedere la spiaggia sulla quale è sdraiata ad aspettare l’amato e sua figlia. E scrivendo amerà per la prima volta.

Tantissimi i temi toccati dalla Perrin: la Shoa, la cecità, la fede, la dislessia, la morte, il provincialismo, la classe operaia. Ma soprattutto questo romanzo ci dice: che i figli non sono sempre di chi li genera, che si può ingannare la persona che amiamo proprio perché le amiamo, e si può anche vivere una vita intera nel rimorso e nel senso di colpa; che essere madri non vuol dire sempre amare i figli, che il sesso molto spesso riguarda l’inconscio e che la donna non può vivere nella perpetua condizione di santa o puttana.

La leggerezza profonda di questa storia, che ne contiene parallelamente due, sembra di quelle da custodire in una scatola preziosa.

Il sentimento umano dell’Horror Vacui: l’oblio raccontato tra arte e sensazioni.

Se dovessimo dare una definizione di vuoto, saremmo portati a dire che si tratta di uno spazio libero, uno spazio di non presenza nel quale oggetti o corpi solidi non trovano posizione mentre in Fisica si direbbe più propriamente che esso è l’assenza di materia in un volume di spazio.

La ricerca sul vuoto ha sempre accompagnato l’uomo nel corso della storia, basti pensare ai numerosi studi in campo fisico a partire dalla teoria aristotelica secondo la quale “natura abhorret a vacuo”, (la natura rifugge il vuoto) cercando di riempirlo costantemente. Aristotele teorizzava l’inesistenza di spazi vuoti, in contrapposizione alla scuola democritea secondo la quale l’esistenza del vuoto era necessaria; esso era infatti il principio ontologico dell’esistenza degli enti.

E’ evidente come tale ricerca abbia avuto così tanto spazio nel pensiero e nella speculazione umana, e come si sia radicata nel singolo assumendo sempre più un’accezione negativa, o meglio abbia suscitato non poca inquietudine nell’animo di letterati e artisti. Ma non solo, tale disagio esistenziale ha finito per riguardare ognuno di noi, facendo di un sentimento comune, un sottile pensiero costante insinuatosi come apparente nemico con cui imparare a convivere pur temendolo e tendendo sempre ad allontanarlo, provando il più delle volte ad ignorarlo. È questo quel sentimento che indichiamo con la locuzione latina “Horror Vacui”, ossia, terrore del vuoto.

Superficie e senso del vuoto in Arte

L’horror vacui ha fortemente influenzato e caratterizzato anche l’Arte; questa espressione è stata coniata con molta probabilità dal critico italiano Mario Praz, che la utilizzò per descrivere l’atmosfera opprimente e soffocante delle decorazioni dell’età vittoriana. Esempi più antichi di una rappresentazione figurativa di questo sentimento si hanno nell’arte barbarica ed islamica e prima ancora in quella alto-medievale.

Emblema artistico dell’horror vacui è l’Altare del Duca Ratchis [foto 1], risalente al 734-744 d.C. Nel paliotto frontale si colloca il bassorilievo della Majestas Domini, raffigurante l’ascesa al cielo di Cristo in una mandorla arborea sorretta da quattro angeli. Tutte le parti della lastra lasciate libere, sono state riempite da stelle, fiori e piccole croci come se ad un elevato numero di motivi decorativi, corrispondesse un maggior valore di contenuti. C’era la necessità quasi ossessiva di riempire qualsiasi superficie vuota così come nei manoscritti miniati o nei motivi geometrici dell’arte della maiolica che hanno fatto proprio il concetto di horror vacui. Celebre è il meraviglioso Vangelo di Lindisfarne [foto 2] (715 d.C.) lascito dell’arte insulare, nel quale possiamo godere di alcune splendide miniature a motivo geometrico, che impreziosiscono intere pagine (per questo definite pagine-tappeto). A tal proposito pensiamo, facendo un gran balzo temporale, agli ipnotici disegni di M.C. Escher [foto 3], incisore e grafico olandese, nei quali lo sfondo sembra quasi non esistere più. Le protagoniste assolute sono le figure che si susseguono senza interruzioni, in uno schema preciso, logico che sembra lasciare poco spazio ormai a quel bisogno di colmare ogni vuoto che era invece forte nell’Altare Ratchis.

L’horror vacui perde la sua importanza tematica già in epoca barocca quando lo stimolo a riempire superfici vuote diventa esuberanza decorativa e simbolo del potere dello Stato della Chiesa. L’espressione latina scompare così, nel corso dei secoli e con essa anche il sentimento che l’aveva generata. L’arte continua a svilupparsi secondo i criteri classici della rappresentazione figurativa fino a quando non si ha una rottura con la tradizione, attraverso l’arte moderna. Artisti come Delacroix, Turner, Monet, Cezanne iniziano a dare all’arte un aspetto fortemente concettuale, slegato dalla mera resa artistica. Opere come “Il mattino dopo il naufragio” di Turner (1835-40) [figura 4], oppure “La Montagna di Sainte-Victoire” di Cezanne (1906) [figura 5], ci mostrano come la materia venga ormai rarefatta e smaterializzata. Si procede ad un primordiale svuotamento del soggetto.

Tutto questo è stato poi espresso da Piero Manzoni che in un articolo del 1960, “Libera Dimensione” pubblicato per la sua rivista Azimuth scriveva così:

“Io non riesco a capire i pittori che si pongono a tutt’oggi di fronte al quadro come se questo fosse una superficie da riempire di colori e di forme.[…] Perché invece non vuotare questo recipiente? Perché non liberare questa superficie? Perché non cercare di scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce pura e assoluta?”.

Piero Manzoni

Così Manzoni sottolineava il bisogno di liberare l’arte dall’eccesso delle forme e dei colori, auspicando quasi ad un abbandono al vuoto, ad una necessità completamente opposta a quella espressa durante il medioevo, che sovverte e ribalta il sentimento dell’horror vacui, chiudendone il cerchio.

Il timore del vuoto nell’animo umano

Viene da pensare che, in base a ciò che affermava Aristotele, l’horror vacui sia insito nella natura e perciò anche in quella umana. Oggi sempre più persone sembrano essere tormentate da questa paura che in psicopatologia prende il nome di “cenofobia”. Si convive con il pensiero fisso di sentirsi vuoti o di percepire solo vuoto intorno, che si intreccia con il senso di perdita e la paura di non sentirsi mai abbastanza poiché il vuoto che ci portiamo dentro ci impedisce di essere a pieno chi sentiamo di voler essere. È un sentimento umano che forse nasce dalla sensazione di non riuscire a controllare qualcosa in noi stessi.

A volte il vuoto può essere percepito come totale confusione, come un vortice continuo dal quale si viene risucchiati; è una debolezza fisica.  Tutto questo ci spinge a tentare di rifuggirlo, a riempirlo in qualsiasi modo, pur sapendo che questa prudenza, questo procedere con incertezza, in qualche modo ci limita.

Ma alla fine dei conti, ci si abitua anche a convivere con le proprie debolezze e si procede con la consapevolezza che il vuoto che ognuno di noi porta dentro di sé sia necessario, ed infondo, prezioso.

Le Isole di Norman, di Veronica Galletta (Italo Svevo 2020)

di Francesca Attiani

Camminare sulle impronte del passato non è mai una buona idea.

Si finisce per scoprire che il passato non esiste, non in quella forma in cui lo abbiamo sempre pensato.

Elena cresce circondata dall’affetto dei sui genitori. Un affetto che è più semplice da dimostrare quando è piccola, e tutto sembra procedere nella norma. Col tempo questo affetto muta, creando in Elena dubbi e incertezze, sul suo stesso essere.

Quando ancora va all’asilo, Elena ha un incidente, che condizionerà la vita di tutta la sua famiglia: si ustiona con dell’acqua bollente, a casa di un’amica di famiglia, in circostanze non chiare.

Le ustioni le imprimeranno sulla pelle delle cicatrici, lembi di dolore che le ricordano costantemente la differenza tra il prima e il poi; quand’è ancora bambina, questi segni riescono a diventare approdi e conquiste, hanno il nome di isole leggendarie e rendono la vita della piccola Elena meno solitaria.

Questo aggrapparsi all’immaginazione, ad un mondo altro che lotta e, spesso, vince su quello reale, saranno i libri a insegnarglielo: i libri – ancora più delle storie che contengono – placano l’angoscia della solitudine e del distacco, i libri oggetti vivi che abitano il suo spazio e l’accompagnano sempre.

I ricordi si mescolano spesso ai racconti che le leggevano da bambina, quasi non riesce a scinderli. Sull’isola di Ortigia, Elena trascorre momenti felici, anche se ancor non sa che sono tali, mentre vede mutare il mondo intorno (davanti la sua casa, un cantiere di un parcheggio per turisti mai terminato, sembra appesantire lo scorrere del tempo), i fatti di cronaca che passano alla tv cadenzano i suoi anni e il mutare dell’amore familiare.

L’abbandono materno, porterà Elena a compiere dei percorsi (fisici e introspettivi) ben cadenzati: la programmazione, i numeri, le griglie e le liste ordinate, la fanno sentire protetta, pensa che finché rispetterà il programma stabilito non succederà nulla di male.

Ma nel frattempo la paura la divora e solo gli incontri con gli abitanti dell’isola riusciranno a proteggerla. Lungo lo scorrere delle quattro stagioni, da un’estate a un’altra, ripercorre la sua vita fino ad oggi, il ciclo si compie perfettamente e, forse, si chiude con l’accettazione di sé: il senso di colpa ha lasciato il margine alla consapevolezza, finalmente Elena comprende che la libertà può passare anche dal dolore e dalla perdita.

L’autrice, attraverso una storia individuale di tormenti e silenzi, riesce a parlarci di un’intera società delusa, che sembra dover accettare passivamente il pensiero consumistico imperante, il malaffare, le stragi e la bruttezza; mentre la natura, le tradizioni, la storia (e forse una malinconica ideologia), si fanno largo come erba nel cemento.

Le Isole di Norman di Veronica Galletta è stato finalista del Premio Calvino nel 2015, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima nel 2020.