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#LuneDiCarta, 5 libri consigliati da voi

Un’istantanea delle letture in corso, dai romanzi ai saggi, dalle raccolte di poesia agli intermezzi d’arte, per raccontare da vicino Bianco Critico. Per più di trenta lunedì abbiamo mostrato alla nostra community social il volto che più ci appartiene: ha la forma di un libro, fatto di carta – da qui il gioco di parole su idea di Francesca Attiani – e dentro il mondo in cui amiamo perderci.

Per la chiusura dell’anno abbiamo pensato a un’edizione speciale di #LuneDiCarta che potesse arricchire la nostra libreria per immagini.

Non ci resta che scoprirne i titoli e ringraziare gli ospiti, amiche e amici, che hanno accolto il nostro invito e suggerito dei libri da loro amati.

In ordine alfabetico i contributi a cura di: Gennaro De Luca, Delia Demarco, Gian Pietro Leonardi per Queerographies, Eleonora Miccolis e Antonella Sbrilli per Dicono di oggi.

Gennaro De Luca: L’imperatore di Portugallia (1914) di Selma Lagerlöf, trad. di A. Terziani, Iperborea, I ed. 1991

L’imperatore di Portugallia è un romanzo del 1914, della scrittrice svedese Selma Lagerlöf, prima donna a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, e racconta la vicenda di un uomo – il bracciante analfabeta Jan Andersson di Skrolycka – che, baciato dalla grazia di Dio con la nascita di una figlia, dimentica di colpo i confini angusti della sua triste condizione e sperimenta per lei il sogno di un’esistenza migliore.

“E nello stesso istante capì cos’era stato a far battere il suo cuore. E non soltanto questo: cominciò anche a intuire cosa gli era mancato per tutta la vita. Perché chi non sente battere il cuore nel dolore o nella gioia non può di certo essere considerato un vero essere umano.”

Lo squarcio di luce introdotto nella vita di Jan e di sua moglie Kattrina dall’arrivo di Klara non dura che lo spazio di un paio di capitoli. Il resto del racconto è segnato da un violento cambio di registro: partita di casa per l’urgenza di contribuire al saldo di un debito di famiglia, Klara non torna più e Jan impazzisce. Il silenzio di Klara e il diffondersi di malevolenze sul suo conto non fanno che accrescere la sua disperata follia. Per tutti diventa l’imperatore di Portugallia, il sovrano di una terra lontana che sua figlia è andata a governare.

“Ma a quel punto Kattrina si alzò con aria decisamente offesa – Jan non è matto, disse. – Il Signore gli ha posto uno schermo davanti agli occhi, perché non veda quello che non sopporterebbe di vedere. E di questo non si può che essere riconoscenti.”

Trovo il romanzo della Lagerlöf davvero carico di suggestioni e di fascino. Il personaggio di Jan Andersson di Skrolycka, in particolare, mi ricorda certe figure ideate, negli anni a venire, da Eduardo De Filippo che trasfigurano i propri sentimenti più viscerali rifugiandosi in un mondo di fantasia. Penso, per esempio, a Luca Cupiello che in Natale in casa Cupiello s’illude di vivere con la semplice metodicità con cui costruisce il suo presepe, oppure a Calogero di Spelta, protagonista de La grande magia, che rifiuta la verità dell’abbandono coniugale spingendosi a credere in un improbabile incantesimo di prestidigitazione che gli avrebbe portato via sua moglie.

Delia Demarco: Emily Dickinson e i suoi giardini. Le piante e i luoghi che hanno ispirato l’iconica poetessa di Marta McDowell, L’ippocampo, 2021

Le piante di clematide si allacciano ai sostegni grazie ai piccioli, brevi ma forti, che uniscono le foglie ai fusti; alcune varietà fioriscono in autunno e per una poetessa osservatrice i semi sono irresistibili.

È usanza nel separarsi

Scambiarsi – un ninnolo –

Aiuta a tener desta la fiducia

Quando l’amore è lontano –

Può variare – come varia il gusto –

La clematide – per un viaggio lungo –

Mi regala una singola ciocca

Della sua chioma elettrica –

(Emily Dickinson, 1863)

da Emily Dickinson e i suoi giardini. Le piante e i luoghi che hanno ispirato l’iconica poetessa di Marta McDowell, L’ippocampo, 2021, pp. 137-138

Chi conosce la poesia di Emily Dickinson sa quanto fosse stretto il suo rapporto con il mondo naturale. La natura come presenza costante, “la più dolce delle madri”, degna di cura e di attenzione. Il saggio ci mostra quella dolcezza che per Emily Dickinson era quotidiana e fonte inesauribile d’ispirazione per parole-fiori da seminare, coltivare, scegliere. Le pagine del libro scorrono insieme alla ruota delle stagioni e gli scritti, le poesie e gli aneddoti riportati dall’autrice, ci invitano a passeggiare da ospiti d’onore a braccetto con Emily nel giardino di casa Dickinson.

L’autrice Marta McDowell, giardiniera all’Emily Dickinson Museum, ci svela un aspetto meno conosciuto della personalità e dell’educazione di Emily Dickinson, ossia quello di poetessa-giardiniera: studiosa di botanica presso l’Amherst Academy e a Mount Holyoke, esperta curatrice del giardino della casa di famiglia nonché autrice di un erbario con piante raccolte passeggiando nei boschi in compagnia dell’adorato cane Carlo, il suo “irsuto alleato”.

Un libro imperdibile sia per gli ammiratori del mondo poetico di Emily Dickinson sia per tutti coloro che amano osservare i mutamenti delle stagioni attraverso “i diletti della terra”.

Emile Nolde, Figur und Clematis, 1935, Collezione privata

Gian Pietro Leonardi per Queerographies: Latte arcobaleno [Rainbow Milk] di Paul Mendez, trad. di C. Nubile, Blu Atlantide, 2021

In fuga dalla Black Country, una delle aree più industrializzate della Gran Bretagna, più precisamente nelle Midlands occidentali, tra Birmingham e Wolverhampton, Jesse McCarthy – diciannovenne gay, nero e Testimone di Geova – arriva a Londra per cominciare una nuova vita. Respinto dalla sua famiglia d’origine e dalla sua comunità religiosa perché sospettato di essere gay, e abbandonato il lavoro da McDonald’s, Jesse nella capitale inglese si prostituisce per sopravvivere o per iniziare a vivere veramente.

Questa è Londra, la vertiginosa Londra. È o no la patria della gente libera? [Hairdresser on Fire, Morrissey, 1998]

Alle porte del nuovo millennio la metropoli inglese si presenta ancora come un grande magazzino di occasioni, incontri ed esperienze. Tutto è in vendita e tutto si compra: corpi, droghe, posti dove dormire. Non l’amore e il rispetto verso sé stessi e verso la propria storia. Quelli si impareranno con il tempo, con la consapevolezza di sé, con una comunità in cui sentirsi a casa e con una persona speciale al fianco. Puntellata da una playlist di musica pop e R&B sempre in evoluzione, l’odissea di Jesse nelle strade e nei quartieri di Londra, trova approdo solo quando scopre che il padre che non aveva mai conosciuto in realtà era un artista ed è ormai morto di AIDS. A trentaquattro anni Jesse può guardarsi finalmente indietro senza sensi di colpa, accudire cioè colui che è stato e iniziare a modellare l’uomo che vuole diventare. Essere l’autore di sé stesso. Scrivere la sua storia e riscrivere quella dei suoi avi. L’Eden promesso non era poi così lontano, bastava solo saperlo cercare.

“Avevamo lasciato il Giardino dell’Eden per la Terra di Latte e Miele e avevamo trovato Sodoma e Gomorra. Invece delle colline ondulate, c’era una montagna di spazzatura. Un fiume di petrolio greggio. Al posto degli alberi, gli altiforni.” [pag. 33]

Più di mezzo secolo prima, nel 1959 Norman Alonso e la moglie arrivano in Inghilterra dalla Giamaica per cercare un futuro più roseo. Appartengono alla cosiddetta Windrush Generation, ovvero quella generazione di persone nate nei paesi caraibici che, nel periodo che va dal 1948 al 1971, si trasferirono in Gran Bretagna per colmare la carenza di manodopera del dopoguerra. Ben presto, il loro sogno di una vita migliore si deve scontrare con l’asperità della nuova terra e con il razzismo dei suoi abitanti. A peggiorare le cose la malattia di Norman che lo renderà pressoché cieco e lo costringerà ad abbandonare il lavoro e a dedicarsi esclusivamente alla cura della casa e dei propri figli.

Latte arcobaleno di Paul Mendez è uno straordinario romanzo d’esordio che indaga il rapporto tra religione e libertà personale, ma anche le dinamiche di razza e sessualità, tra comunità e culture diverse nel corso degli anni. Un libro che ci fa vedere il mondo con occhi diversi.

“Se leggeva il libro scritto da una donna, s’intrometteva sua madre con la sua voce a leggerglielo, puntandogli un coltello diceva: “Quanto vorrei piantartelo dentro, ragazzo”. – Non ero nemmeno consapevole di trascurare le scrittrici, finché non ho letto Angela Carter e Iris Murdoch. – Se leggeva il libro di un autore bianco, era la voce di fratello Thomas Woodhall che glielo leggeva e non gli bastava mai. – E quando invece leggi un libro scritto da un autore di colore? – Forse era la sua stessa voce solo quando leggeva Baldwin. – Non è colpa tua, sai? È perché ti hanno insegnato che Dio è un uomo bianco, e che gli uomini bianchi sono l’incarnazione terrena di Dio. Ti hanno insegnato a venerare gli uomini bianchi e a considerare ogni cosa che rappresentano, ogni cosa che possiedono, come la cosa più cara, la più importante, la più sacra della sua vita. Ecco perché ami i loro sorrisi, la loro pelle, la loro bellezza, le loro voci, le loro parole, il loro sesso. Sei stato educato a odiare te stesso, e ad amare e desiderare loro, i bianchi. ” [pag. 267]

© photo Rotimi Fani Kayode (& Alex Hirst), ‘Every Moment Count’ – serie ‘Ecstatic Antibodies’, 1989

Eleonora Miccolis: Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario di Jennifer Guerra, Bompiani – collana Munizioni, 2021

In questo libro Jennifer Guerra parla di noi, della società in cui viviamo e del modo in cui ci siamo trasformati con l’arrivo della globalizzazione.

Sebbene possa sembrare scontato, in questo saggio si parla di amore in tutte le sue declinazioni: di quello stereotipato e irreale proposto dalla fabbrica dei sogni hollywoodiana, di quello presentato nei libri (acclamati o no), di quello che non riusciamo a provare in tutta la sua interezza in quanto soggiogati dalla nostra routine quotidiana fatta di consumismo, di incertezze e precarietà lavorative, di tempo fuggente e di attimi sprecati. Di quello che vorremo provare e vivere liberamente ma a cui ci sottraiamo a causa dello stigma sociale e delle opinioni altrui.

Attraverso una prosa scorrevole ed elegante, Jennifer Guerra ci riporta alla nostra essenza, ricordandoci il sempiterno connubio “amore e politica” (per nulla scontato), con un solo obiettivo: farci capire che amare veramente è un atto di coraggio e richiede tempo, ma una volta intrapreso questo percorso porterà a una sola via, il cambiamento della società.

“Il romanticismo contemporaneo è caratterizzato dal tentativo continuo e sisifeo di coniugare l’intensità contingente e sfuggente delle relazioni con le narrative dell’amore a lungo termine (come il matrimonio), di riconciliare la narrativa totalizzante dell’amore duraturo con l’intensità frammentaria delle relazioni a breve termine. […] Tale complessa e contraddittoria rete di determinazioni testuali ci fa percepire l’amore come qualcosa di falso, di costruito da qualcun altro.” [p. 70]

Ho letto questo libro in un momento molto particolare della mia vita e consigliatomi da una mia cara amica: non nascondo che mi ha davvero cambiata a livello umano, liberandomi da tutte quelle paranoie e incertezze nutrite e alimentate nel corso degli anni, e portandomi a guardare le persone in modo diverso.

Per questo libro dal significato profondo e dall’aspetto apparentemente semplice ho scelto un’opera altrettanto significativa, a mio avviso più figlia dei nostri giorni che dell’epoca in cui fu realizzata: Room in New York di Edward Hopper (1932).

Le due figure presenti in quella cornice familiare dovrebbero rappresentare l’amore per eccellenza, eppure vengono ritratte come due universi differenti e distanti tra loro, assorti nei propri pensieri e intenti a combattere le loro paure e incertezze, quasi timorosi di sfiorarsi e conoscersi. Un po’ come il senso dell’amore rappresentato magistralmente da Jennifer Guerra.

Edward Hopper, Room in New York, 1932, Sheldon Museum of Art, Lincoln (Nebraska)

Antonella Sbrilli per Dicono di oggi: L’Arte e il tempo di Franco Rella, Jaca Book, 2021

“Una sequenza di domande che vengono poste al pensiero”: si può partire da queste parole per accostarsi al libro del filosofo Franco Rella, L’arte e il tempo, pubblicato da Jaca Book l’anno scorso e da poco ripubblicato.

Il volume raccoglie nella prima parte dodici saggi “maggiori”, dedicati a grandi snodi della scrittura e della visione del Novecento e dell’Ottocento, con qualche sguardo nel passato che arriva fino a Dürer e a Leonardo. Nella seconda parte, si susseguono dieci “microsaggi”, brevi e intense riflessioni senza note che dialogano liberamente con le pagine che le precedono e con le immagini che le seguono.

Il libro infatti si conclude con una serie di riproduzioni di opere evocate nei testi, che entrano in risonanza con essi attraverso un aspetto della temporalità: contiguità, distanza, memoria, ritorni, permanenze, enigmi.

Questa sequenza di opere – si legge nell’avvertenza – “proietta la sua luce su aspetti dell’umano che la parola ha solo sfiorato” e la parola, a sua volta, si è messa al servizio di quelle immagini raccontandole,  “perché potessero dispiegare interamente la loro capacità conoscitiva”.
Ecco il motivo della scelta di questo libro per i lettori e le lettrici di Bianco Critico: un filosofo raffinato e diagonale come Franco Rella ripercorre il pensiero dei suoi numi tutelari (Benjamin, Rilke, Kafka, Adorno, Weil, Mann…) in relazione all’arte e all’esperienza del tempo, anzi dei tempi. “Il tempo del museo, il tempo delle avanguardie, il tempo, o meglio il fascio di tempi, della metropoli e della tecnica”.

La sequenza delle immagini si apre con l’Inverno di Benedetto Antelami (dal ciclo dei mesi del Battistero di Parma) e si chiude con la Lupa di Kentridge dal fregio Triumphs and Laments sul muraglione del Tevere,un’opera che per natura e scelta si immette nell’azione entropica del tempo: a essa Rella dedica l’ultimo dei suoi microsaggi, “Street Art. La città museo”.
Per inciso, il primo saggio del volume si intitola “Il museo. Immagini e figure del tempo”, così che la prima e l’ultima parola dell’indice di questo libro risulta essere “museo”. Come ci dice l’autore nel suo percorso, “abbiamo scoperto che il museo può diventare addirittura il guardiano dell’enigma dell’arte, il custode del suo segreto e del suo significato”.

In mezzo, fra l’Inverno di Antelami e il fregio di Kentridge troviamo pietre miliari dell’arte, de Chirico, Bacon, Giacometti, Hopper, Kiefer, ma anche Coppola con un fotogramma di Apocalypse now, e Joseph Cornell, con ben due opere. Una di esse è riprodotta anche in copertina: è una scatola della serie Aviary (voliera), in cui la sagoma di un pappagallo emerge da una griglia di quadranti d’orologio.

L’artista dell’eternità quotidiana o dell’eterna quotidianità, della shining hour, degli innumerevoli nessi fra sensazioni, linguaggi, scarti e ritrovamenti, è il degno cerimoniere e testimonial di questo libro.
Due difetti del volume: il costo elevato e la mancanza dell’indice dei nomi; e un consiglio/speranza: un’edizione digitale che permetterebbe di percorrere le pagine e le immagini nelle loro magnetiche e vivide correlazioni.

Ma c’è tra le trame di questa storia comunque qualcosa che possiamo chiamare verità. È la natura stessa del tempo. Sant’Agostino aveva detto io so cos’è il tempo, ma se qualcuno mi chiede cosa sia non so rispondere.

Ricoeur, che abbiamo già ricordato, pensa che il tempo sfugga, come abbiamo detto, alla filosofia ma persino anche all’epistemologia scientifica. Solo il racconto lo cattura, e al di là del racconto forse una sorta di elegia, di pensiero poetante. Io non credo sia necessario ricorrere all’elegia.

Credo che nelle maglie della narrazione delle storie, come della narrazione della storia, il tempo si affacci, faccia attrito, per essere notato. Oppure addirittura possiamo pensare che il tempo riempia la narrazione delle storie e della storia fino a tenderle, mettendo in luce, in questa tensione, la trama con cui i frammenti sono stati strutturati, costruiti, sono diventati costellazione.

Franco Rella, “La storia e le storie”, in L’Arte e il tempo, Jaca Book, Milano (2020) 2021, p. 193
Foto di Antonella Sbrilli per gentile concessione

A cura di Maria Baffigi

Il racconto della sofferenza e della solitudine in “Tu che eri ogni ragazza”

Quando un lettore prende in mano un testo dallo scaffale di una libreria e inizia a sfogliarlo per scegliere se iniziarne o meno la lettura, le sensazioni che ricerca dettano sempre il responso finale; se mentre vi trovate a leggere o sbirciare questo articoletto, le emozioni che sentite di voler provare sono forti, decise, a tratti tremende, se avete voglia o bisogno di farvi scuotere l’animo da una storia, allora il libro di cui parliamo oggi farà senza dubbio al caso vostro.

”Tu che eri ogni ragazza”, un romanzo breve, poco più di 160 pagine, scritto da Emanuela Cocco e pubblicato nel 2018 da Wojtek raggiunge un connubio quasi perfetto tra la storia che narra ed i temi che affronta.

La trama di sviluppa su tre piani narrativi differenti che dialogano tra loro in modo solo indiretto tramite l’intervento del lettore che li lascia inevitabilmente confluire in uno; il filo che permette questa convergenza è quello delle emozioni come solitudine, rimpianto, senso di colpa e sofferenza che vengono esperiti da tutti e tre i protagonisti dei piani narrativi.

Il primo livello viene costruito sulla vicenda e la figura di un padre che, divorato dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare la figlia brutalmente uccisa, decide di fare una vita quasi da mendicante nella stazione Termini a Roma, regalando le proprie monete ad altri, con la speranza di poter essere di aiuto come non lo è stato per sua figlia.

Il secondo livello narrativo è modellato invece sulla personalità di una giovane ragazza che scappa di casa perché non riesce più a gestire la sua sofferenza ed il suo stato d’animo essendo vittima di costanti incomprensioni e giudizi sulla sua fisicità troppo imponente; si nasconde sotto lo pseudonimo di Jungle per sostenersi e darsi forza, la stessa forza che manca invece a Duca, protagonista del terzo livello narrativo, una assistente sociale che non riesce a provare empatia per le persone che le si pongo davanti in cerca disperatamente di un aiuto o anche solo di un poco di comprensione.

Sullo sfondo di queste narrazioni c’è il caos della città di Roma, della stazione Termini, il non-luogo perfetto dove inquadrare questa tipologia di narrazioni che rispecchiano a pieno lo squallore, il degrado, la fame che alcune persone ogni giorno si ritrovano a vivere senza riuscire a far nulla per tirarsi fuori da una condizione ormai troppo infangata.

Le atmosfere cupe, malsane, che trasudano odore di città vissuta e di degrado, fanno un po’ pensare a quelle descritto da Giulia Caminito nel romanzo vincitore del Premio Strega 2021, ”L’acqua del lago non è mai dolce”; ma ciò che più si respira in questo romanzo, è il dolore per l’assenza, che sia essa fisica -come la mancanza di una persona che non c’è più- oppure l’assenza di consapevolezza di se stessi che porta a sentire un vuoto interiore che cozza e stride con il mondo che c’è fuori.

Di fatti la scrittura è stridente e forte, violenta e sofferente come le parole che la scrittrice utilizza per mettere in scena la danza della caotica solitudine che a volte sembra avvolgere anche un po’ tutti noi.

Questo è un romanzo assai complesso che non segue logiche narrative lineari e precise, ma che getta il lettore in uno stato immersivo a contatto diretto con la realtà che racconta e che quindi va letto e vissuto come si fa con la vita, non lasciandosi intimorire delle difficoltà espressive e dalle incomprensioni, ma abbandonandosi al flusso degli eventi che -seguendo naturali alti e bassi- ti conducono verso il finale del racconto.

Come un gioco teatrale in cui ogni essere umano ha la sua parte da interpretare ed una maschera da indossare per poter andare avanti in questo grande “gioco delle parti” che è l’esistenza umana.

Giulia Pace

Women’s Art Independent Festival: educare ai Diritti delle Donne attraverso l’Arte e la Cultura

Dal 25 al 28 novembre scorso si è tenuta la II edizione del Women’s Art Independent Festival, un progetto nato e realizzato dall’Officina d’Arte OutOut, con il contributo della Regione Lazio, dell’Assessorato alla Cultura della Città di Valmontone e in collaborazione anche con l’Assessorato alle Pari Opportunità all’interno della splendida cornice seicentesca del Palazzo Doria Pamphilj di Valmontone. Questo Festival nasce con l’intenzione di dare spazio, libertà di espressione e movimento ad ogni forma di comunicazione culturale che abbia come fine ultimo l’inclusione sociale e l’educazione ai diritti delle donne tanto da essere l’unico Festival Europeo interamente dedicato alla Difesa dei Diritti delle Donne, protagoniste di tutta la serie di incontri, dibattiti e spettacoli portati in scena in questi giorni di programmazione.

Molte le figure che hanno preso parte a questa manifestazione culturale e si sono avvicendate in una serie di eventi volti a raccontare e valorizzare le competenze, i talenti e le personalità artistiche delle donne; Arte e la Cultura sono state le direttrici per poter affrontare il tema della violenza di genere sulle donne ed è infatti proprio in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, 25 novembre, che il Festival è stato inaugurato.

Il direttore artistico Claudio Miani insieme all’Officina d’Arte Out Out, ha saputo mettere in piedi questa seconda edizione del festival (la prima si era dovuta tenere solo in diretta streaming a causa della pandemia) creando una quattro giorni ricchissima e densa di appuntamenti ospitando artiste, sportive, imprenditrici, giornaliste e scienziate che hanno contribuito al dibattito creato dal Festival con un arricchimento culturale e tematico non indifferente. Di fatti gli argomenti emersi dai vari incontri sono stati vasti e hanno toccato tutti i punti cardine di una sana diffusione di cultura ma anche di consapevolezza.

La struttura del Festival prevedeva che in ogni giornata ci fossero incontri, dibattiti, proiezioni di documentari o film e poi spettacoli musicali e teatrali; tra i tanti citiamo lo spettacolo teatrale con protagonista Milena Vukotic che si è esibita con lo spettacolo ”Milena ovvero Emelié du Chatelet” per la regia di Maurizio Nichetti al termine del quale è stato consegnato all’attrice il Premio alla Carriera Banca Patrimoni Sella & C..

Gli incontri moderati dal direttore artistico hanno visto protagoniste nella prima giornata Noemi Gherrero, conduttrice televisiva del programma ”Le parole per dirlo” su Rai3 e l’attrice teatrale Elisa Forte le quali hanno interagito e disquisito intorno al tema del linguaggio e della parola, della potenza che la comunicazione verbale ha acquisito in questa epoca che vede ormai molto più protagoniste le immagini per una facilità di fruizione e di comprensione.

Temi fondamentali sulla tutela della salute sono stati affrontati nelle giornate successive attraverso gli incontri tenuti dall’Associazione Girasole di Mirella Morgia e dal Centro regionale “La Ginestra” gestito dall’Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa durante i quali si è parlato anche del delicato tema della violenza sulle donne in modo estremamente competente e mai retorico.

Altrettanto fondamentali sono stati gli incontri che hanno visto protagoniste l’ex Presidentessa dell’A.S. Roma, Rosella Sensi che insieme a Chiara Zucchelli, giornalista della Gazzetta dello Sport hanno ragionato sulle discriminazioni presenti nel mondo dello sport per tutte le donne che intraprendono la carriera giornalistica o assumono ruoli di rilevanza in un ambiente percepito e fruito principalmente da uomini come può essere l’esempio del mondo calcistico.

Infine viene affrontato anche un altro aspetto fondamentale attraverso il quale passa il riconoscimento della libertà di espressione di una donna, ovvero la comunicazione tramite il corpo. Ospiti di questi incontri sono state la stilista Eleonora Cicchetti la quale alla giovane età di 22 anni ha dato vita ad un brand di moda inclusiva partendo dall’utilizzo di piattaforme social e vivendo sulla propria pelle anche le difficoltà che le donne incontrano nel formarsi professionalmente sul Web. L’attrice Giulia Di Quilio e Lucia Natale, artista e coreografa subacquea, hanno invece ragionato attorno alla necessità di ripensare l’arte attraverso il corpo femminile in tutte le sue forme e possibilità, manifestando così la libertà di comunicare attraverso uno strumento estremamente potente come il corpo, forma di comunicazione libera che può essere usato per creare arte, (rimando alla Body Art) e che permette una interazione senza pari con il pubblico in ambito artistico e teatrale. Inoltre in occasione della presentazione del progetto #Eros, si è attraversato il tema della narrazione femminile dell’erotica e della sessualità. A tal proposito rimando anche al podcast creato e ideato da Di Quilio, “E’ il sesso bellezza!” per cercare di parlare di sessualità con uno sguardo puramente femminile annientando tabù e normalizzando il desiderio e la potenza erotica delle donne.

Artiste e attrici quali Beatrice Fazi e Karin Proia sono state ospiti nel salotto di Busolletti nella sezione ”Lingue a sonagli”.

Durante l’intera durata del Festival si è potuto partecipare anche all’installazione dell’opera d’arte concettuale “Renoir- Il collezionista di Mondi”, installazione ad opera di Claudio Miani, Niccolò Ratto e Renato Florindi con il contributo espressivo dell’attrice Giulia Di Quilio e la supervisione artistica di Mauro Malagrande. L’opera è un’esperienza onirica estremamente suggestiva che ricalca molto le narrazioni primordiali della creazione dell’esistenza e che parte appunto dalla creazione per mette in risalto l’entità femminile come genitrice di mondi e di energia.

Per tirare le somme di questa lunga carrellata di eventi, personalità e tematiche, possiamo senza dubbio rivolgere un ringraziamento all’intera organizzazione del Festival che con impegno e cura ha mostrato carattere e competenza nella scelta di portare la Cultura a sostegno di una causa fondamentale, quella dell’educazione al rispetto dell’altro, alla comprensione e al raggiungiemento di una parità di diritti civili e sociali che, sembra banale ripeterlo, ma ai giorni nostri non possiamo più continuare ad ingorare.

Se avete voglia di sentire le voci e le testimonianze di cui vi abbiamo raccontato, tutti gli interventi e le videointerviste sono state caricate sui profili social dell’Officina d’arte Out Out e sulla pagina facebook dell’Assessorato alla Cultura di Valmontone.

Giulia Pace

Un viaggio di Kavafis: Cosa resta della notte di Ersi Sotiropoulos

Non è facile restituire la figura di un poeta. Se questo poeta è poi Konstantínos Kaváfis è ancora più complesso, perché richiede una conoscenza eclettica del mondo letterario e una profondità di letture, data la sua vastissima cultura e la presenza costante della classicità nella sua poetica.

Ersi Sotiropoulos c’è riuscita, anche se circoscrivendo un momento di vita del poeta alessandrino, in un libro che unisce biografia e narrativa: Cosa resta della notte (Edizioni Nottetempo, 2019) – con la preziosa e consapevole traduzione di Andrea Di Gregorio – un romanzo di viaggio, che esplora i giorni parigini del poeta nel giugno del 1897.

A parlarci è direttamente il flusso di pensieri di Kostís che, in quel momento, si trova in un crocevia della sua esistenza e vita artistica: è giovane e inquieto, avverte l’incombenza del rientro nella sua città tanto da non riuscire a godere dei quei giorni come vorrebbe. Con lui c’è il fratello John, così diverso ma così visceralmente importante per la sua stabilità emotiva.

Durante questo pernottamento parigino, più degli incontri mondani e la vitalità di quel periodo, colpisce come il poeta viva liberamente solo durante la notte. Spesso siamo davanti a un dormiveglia oppure a un sogno angoscioso; abbiamo il privilegio di essere spettatori silenziosi del processo creativo che lo porta a separarsi e rientrare dentro di sé, un combattimento vorticoso che si muove come su un filo sottile tra godimento estatico e sofferenza tumultuosa.

Il poeta protagonista di queste pagine non è ancora la personalità celebre e acclamata, lo vediamo mentre tenta di farsi conoscere inviando versi a figure di spicco, cercando nella grande letteratura del passato continui riferimenti e motivazioni coraggiose a proseguire nell’intento.

Uno sguardo attento e puro si staglia dal resto, la Parigi elegante e vivace di fine Ottocento qui assume contorni sfocati, la osserviamo con gli occhi disillusi di Kaváfis. Lo splendore e il fermento culturale di un tempo sembrano ormai perduti, e con essi la possibilità di lasciare il segno con una poetica intima e personale. È una città che corre, in preda al futuro, che non sembra essere capace di pause e silenzi, come richiede la poesia.

Una nuova iconoclastia sembra arrivare, non tanto nella cancellazione delle immagini (che ben conosceva Kaváfis, argomento che lo appassionava) quanto nella durezza del giudizio. «Debolezza espressiva. Tecnica difettosa» le quattro parole che gli risuonano in testa, costantemente, mettendogli il tarlo della sua incapacità.

L’Arte per l’Arte. Da essa nasce e con essa si nutre, più che dalla vita stessa. Perché arte e vita non sono mai scisse ma, anzi, lottano per legittimarsi a vicenda. In questa misura totalizzante va pensata anche una sessualità incombente del giovane poeta, che durante la notte trova la sua dimensione. Un desiderio che è sempre maggiore del suo appagamento, un sogno che supera sempre la realtà, rendendo Kostís insoddisfatto della vita così com’è, e portandolo a ricercare una forma altra – i versi poetici – per soddisfarlo.

Cosa resta della notte è una suggestione, un viaggio onirico che mette a nudo uno dei poeti più importanti della sua generazione e non solo, consegnandolo ai lettori più attenti delle sue liriche. Un tentativo ambizioso di tornare a quei giorni, ritrovarne le parole e il sentire, come in un flashback senza tempo: «Giorni in cui il mondo che conoscevamo svaniva e quello nuovo tardava a comparire

Francesca Attiani

Museo, illusione della totalità

C’è un libretto, dato alle stampe nel 1992, molto utile ancora oggi per bilanciare il quadro museologico: Museologia di Adalgisa Lugli (Editoriale Jaca Book, 2021).

Si tratta di un’analisi snella e precisa di quello che era stato fino ad allora il museo: da storica dell’arte la Lugli ricostruisce la storia del luogo-contenitore, partendo dalla volontà umanistica di trasferire in un ambiente laico le collezioni, per la prima volta; passando per lo studiolo, ambiente domestico della conoscenza solitaria. Solitudine che ritroviamo nel collezionismo privato, una pratica di conservazione di opere d’arte che è stata la prima vera progettualità di catalogazione di oggetti d’arte.

La museologia nasce dal museo, e non viceversa, ci ricorda l’autrice, è per questo che non può fare a meno di sottolineare come cambi il museo in relazione al pubblico che lo frequenta: dopo la Rivoluzione francese si inizia a pensare a un’opinione pubblica relativa anche alla fruizione artistica, ovviamente dobbiamo pensare a come si tratti ancora di un’utopia, dato che l’Ottocento renderà il museo più simile a un “cimitero dei capolavori” che a uno spazio di fermento culturale. L’inserimento della tassazione d’entrata, dalla fine dell’Ottocento circa, cambia notevolmente la prospettiva, aprendo a tutti le porte del museo, e non solo agli artisti o ai cultori della materia.

Le avanguardie novecentesche rifiuteranno il formalismo di questo luogo che sembra ancora troppo astratto e borghese per ospitare un processo di innovazione e ripensamento della proposta di valorizzazione.

La museologia cerca di dare organicità alla riflessione museale, guardando costantemente alla storia del museo: non esiste cambiamento senza una valida conoscenza storica. Pensare al Kunstwollen collezionistico di tutte le epoche, è l’unico metodo – ancora oggi valido – per creare una sintesi temporale efficace, pratica.

Sì, perché si tratta di una disciplina concreta, che lavora sul campo costantemente, pure se con un occhio rivolto al passato. Una disciplina che si muove su un terreno instabile, mutevole per sua stessa natura, che ha superato (pur mantenendola a fuoco) la museografia che mirava alla sola conservazione, per guardare soprattutto al pubblico in relazione al luogo museale, aprendo a nuove funzioni sia il contenuto che il contenitore.

Il museo, ci dice senza giri di parole la storica dell’arte, è lo specchio della società, esso esprime chiaramente gli intenti politici e quelli conoscitivi. Una buona museologia apre a una costante riflessione critica (e autocritica) sul museo, è una presa di coscienza che motiva quel confine tra il dentro e il fuori.

Da questo saggio a oggi ci sono, ovviamente, molteplici passi in più nel settore museologico e nel campo comunicativo (pensiamo che l’autrice lo scriveva in un’epoca senza internet e le possibilità che ha aperto oggi la sfera digitale); eppure resta una riflessione valida, perché aveva capito come il pubblico andasse indirizzato e come non bastasse aprire le porte alla cittadinanza per includerla.

Il divario, che c’era e che c’è, è nel trasformare un apprendimento facile e veloce in un processo conoscitivo meno superficiale, meno di massa, che tolga lo stereotipo – ancora oggi diffuso – del luogo polveroso, quello dei divieti e della quantità di capolavori. Il museo è spesso tutt’altro: un posto che esprime un determinato territorio e lo racconta attraverso le sue espressioni artistiche e storiche, che restituisce un passato identitario importante che non passa solo (è bene ricordarlo) per le grandi opere ma che, anzi, sa valorizzare ogni brandello significante.

L’aspirazione alla totalità della conoscenza nel breve tempo trascorso nel museo è un’illusione, lo era già al tempo del collezionismo antiquario che non riusciva mai a stare al passo dei ritrovamenti archeologici e delle mode.

Senza togliere sacralità al museo, tempio della storia, esso va aperto nella proposta quotidiana facendo sentire al visitatore che è parte di un progetto che lo riguarda. Il museo come istituzione su cui sono, e devono, essere riversate le aspettative e le aspirazioni di una società che cambia con i suoi oggetti, non più fantasmi ma testimonianze vive.

Francesca Attiani

Esiste il rapporto sessuale? La provocazione raccolta da Massimo Recalcati

Chi ha già approcciato ai libri, o alle lezioni del prof. Massimo Recalcati, conoscerà già la sua incredibile dedizione comunicativa; oltre la semplice divulgazione, siamo davanti a una psicanalisi, territorio spesso inaccessibile ai più, finalmente chiara, approdo culturale e letterario che intreccia e scava nella profondità del sapere.

In Esiste il rapporto sessuale? (Raffaello Cortina Editore, 2021) Recalcati ripercorre la tesi di Jacques Lacan in realtà per superarla: lo psicanalista francese, pur accettando empiricamente l’esistenza del rapporto, nega che vi sia quella fusione dei corpi e del godimento che aveva sostenuto Freud. Per Lacan il desiderio sessuale si esaurisce nel proprio godimento, si tratterebbe di una sorta di masturbazione condivisa, dove nessuno può sentire il piacere dell’altro. Un rapporto che appare autistico e di profonda solitudine. Freud, invece, aveva visto nel rapporto sessuale una momentanea ricomposizione con l’uno originario, un attimo di unità in grado di cancellare i traumi dell’Io.

Recalcati analizza entrambe queste visioni, scandagliando tre momenti diversi del rapporto sessuale: il desiderio, l’amore e il godimento. Innanzitutto l’esperienza del desiderio sembra implicare sempre una quantità di turbamento e inquietudine: è un eccesso, una pulsione verso l’altro dettata dai fantasmi della sessualità infantile.

Infatti il nostro incontro con il sesso nell’infanzia – da dove ha avvio tutta la tesi freudiana – è già finalizzato al godimento fine a se stesso. Nei primi di anni di vita nasceranno quei cosiddetti fantasmi determinanti per l’erotismo della sessualità adulta. Attraverso quelle esperienze cresce in noi un desiderio perturbante.

Questo aspetto ci porta a un altro momento analizzato da Recalcati: il godimento (quando privato della morale, del senso di colpa che per secoli ha afflitto principalmente le donne, quando rispetta l’identità di genere di ciascuno) diventa un diritto, è fin dall’infanzia esistente e quindi non finalizzato esclusivamente alla procreazione come negli animali che agiscono seguendo l’istinto.

Negli esseri umani la libido è gestita e governata dal linguaggio. Solo il linguaggio ci permette di perdere quel tanto di necessario a creare il desiderio che porta al godimento. Il tema del linguaggio per Recalcati è fondamentale: attorno al valore delle parole si consuma l’intera esistenza umana. Sono le parole a dare forma al corpo, a permetterci di riconoscere quel corpo erotico per il nostro fantasma.

Ma è anche un tema che apre al terzo aspetto trattato da Recalcati in questo libro, l’amore: l’amore per il nome e non per il corpo, o meglio, l’unione delle due componenti. L’amore rifugge un godimento non legato a un nome. Non si desidera più la parte, l’oggetto, il pezzo (che sia nel corpo o che sia feticcio erotico), la persona che vive questa esperienza non vuole essere soltanto desiderata ma diventare la mancanza dell’altro.

Spesso questo lato del rapporto coincide con il desiderio femminile. Recalcati ricorda un dettaglio che dice molto: mentre gli uomini necessitano di vedere costantemente quell’oggetto di desiderio, la donna chiude gli occhi durante il rapporto o il bacio, talvolta, affidandosi e accettando di smettere il controllo.

Questo accade da un lato perché c’è quella fusione di nome e corpo, la necessità di sentirsi sempre desiderate, l’ossessione per i segni e le parole (una richiesta di amore mai doma, inappagabile per sua stessa natura), dall’altro perché il godimento femminile non ha un epicentro come nell’uomo. Nel godimento maschile tutto è oggettivo, mentre – come sostiene Lacan – la donna è liberata del limite fallico e durante il godimento l’intero suo corpo è governato da una potenza viscerale e anarchica. Non a caso molti degli esempi portati da Recalcati di suoi pazienti, mostrano come alcune delle difficoltà sessuali negli uomini siano motivate da questo mancato possesso del godimento femminile, sempre segreto; lo stesso organo sessuale diverrebbe per molti pozzo abissale di oscure sensazioni.

Insomma starebbe proprio in questa differenza di necessità la mancata esistenza del rapporto sessuale. Ma Recalcati, pur accettando queste caratteristiche che molte volte ha riscontrato nei casi affrontati, ci dice che c’è un “fare l’amore” – quello che Lacan chiama “animamore” – che è fatto di accoglienza e fusione, in cui entrambi i corpi si smaterializzano diventando nomi. Una oggettività che sa smarrirsi.

Per conoscere il rapporto sessuale autentico, si deve superare l’ostacolo del godimento anonimo (così sfruttato oggi dalla rete e dalla pornografia), il sesso mercificato e pubblicizzato della società odierna, sembra non avere più nulla della liberazione sessuale di metà Novecento: il rapporto col sesso diventa non pacificato, compulsivo e ridotto al soddisfacimento del bisogno momentaneo. Il corpo segue il piacere e non il vero godimento, che necessita sempre di un desiderio agganciato a un corpo, e non solo di quest’ultimo. Non accettare il possibile fallimento, che implica l’amore, è uno degli aspetti più diffusi: la personalità ossessiva distrugge il desiderio che porta sempre a una mancanza, per escludere l’eventuale perdita. Si preferisce ricercare un ideale di partner, piuttosto che trovare un partner reale.

È un saggio che apre a infinite riflessioni e che, attraverso esempi clinici e cinematografici, ci permette di capire meglio come la sessualità sia determinante nel modo in cui attraversiamo la storia. Un argomento che ancora oggi non appare libero né liberato dai suoi tabù, e finché non riusciremo a parlarne con profondità e serietà, non avremo mai l’emancipazione sessuale che ci illudiamo di aver raggiunto.

Francesca Attiani

Il potere o la vita: a caccia di verità con Nadia Fusini

Nella collana ICONE – pensare per immagini, diretta per il Mulino da Massimo Cacciari, spicca la lettura che Nadia Fusini compie di un’opera di Hans Holbein: ne Il potere o la vita (il Mulino, 2021) l’autrice vuole restituire una suggestione visiva data dall’osservazione di un’opera, unendola al tessuto iconografico e storico dell’epoca a cui essa appartiene, suggerendo nuovi scenari che mirano ad aprire un dibattito ancora più profondo piuttosto che a chiuderlo.

Tutti i libri di questa collana sono rivolti a un’apertura: attraverso il potere dell’immagine aprono riflessioni inaspettate che, pagina dopo pagina, allargano l’orizzonte del pensiero.

“Gli ambasciatori” è il doppio ritratto realizzato da Hans Holbein il Giovane al vescovo di Lavaur Georges de Selve, che vediamo a destra, e al committente dell’opera e collaboratore del re francese Jean de Dinteville, l’uomo a sinistra: questa l’opera scelta da Fusini per contestualizzare la metà del Cinquecento e mettersi alla prova con uno degli enigmi più avvincenti della storia dell’arte.

Hans Holbein, Gli ambasciatori, 1533, National Gallery, Londra.

Dapprima l’autrice ci descrive gli elementi del quadro, la preziosità degli oggetti in campo, le allegorie dichiarate dall’artista: ciascuno dei soggetti ha vicino elementi che lo descrivono nel suo ruolo sociale e mondano (come l’abito indossato dal committente, il medesimo del matrimonio di Enrico VIII con Anna Bolena).

Le due figure ritratte osservano lo spettatore direttamente negli occhi, interrogandolo e attirandolo verso quello spazio, in un dialogo inizialmente seducente, che intriga; solo in un secondo momento – e qui Nadia Fusini punta il fuoco di tutto il suo ragionamento – avanzando verso questi uomini a grandezza naturale, si scorge quella che l’autrice definisce in modo perfetto e inquietante: “la macchia”.

Sì, perché a terra, posta obliquamente sul simmetrico e prospettico pavimento inclinato (proscenio dei nostri attori), emerge un’immagine amorfa che disturba l’armonia generale del quadro e la nostra serenità di visione. L’autrice trova in questo rebus la spinta a superare il significato oggettivo e anche quello iconologico, per addentrarsi in una sfera occulta. Un livello altro, che il pittore pone per quanti sapranno coglierlo.

Nell’analisi di Nadia Fusini elemento fondamentale è l’anno in cui venne realizzata l’opera: il 1533. Non è un anno casuale, soprattutto in Inghilterra. Holbein è ormai, a tutti gli effetti, il pittore della corte Tudor, e raffigura qui due dei mediatori che tentarono di conciliare ed evitare la riforma anglicana, avvenuta proprio in quell’anno per consentire a Enrico VIII di divorziare dalla sua prima moglie spagnola e cattolica, al fine di congiungersi alla già citata Anna Bolena.

Siamo quindi davanti a un’opera che parla di un momento preciso della Storia, descrive il livello raggiunto dalla scienza mostrando certi oggetti di misurazione (e in questo modo manifesta la ricchezza che era necessaria per possederli), e affrontando il tema della morte e della fede in maniera diversa: verrebbe da dire in maniera luterana, la fede frequentata dal pittore tedesco e accettata dai due protagonisti, che tollerava le confessioni aprendo a nuove prospettive.

Il tema della morte è il centro, quella macchia solo dopo aver inghiottito lo spettatore e averlo sconvolto, si rivela per quello che è: un teschio, un osso cavo o, come direbbero gli inglesi, “hollow bone” un termine che suona molto simile al cognome dell’artista.

Attraverso questa presenza l’artista firma l’opera e pone una suggestione ironica, che probabilmente gli deriva dalla frequentazione del pensiero e dei volumi di Erasmo e di More, due intellettuali che verranno ripresi dal teatro shakespeariano. Ed è proprio a Shakespeare che Fusini guarda, quando le appare il teschio innanzi: non può non pensare al teschio che Amleto incrocia al camposanto, e alla caccia a cui darà vita per smascherare la verità, la stessa caccia che dobbiamo intraprendere noi osservatori.

Il tema della morte, dicevamo, ma più profondamente quello del tempo in vita (quegli strumenti di misurazione accanto agli ambasciatori lo evocano chiaramente, così come gli strumenti musicali rotti o mancanti), la vanità del potere che i due personaggi assolvono restituita nella materialità della morte. Non c’è spazio, infatti, per l’aldilà in questa opera, per il trascendente; il teschio è presenza tangibile, più concreta della vita stessa che appare fugace mistificazione. La morte è la terza presenza del quadro, così come uno dei protagonisti della tragedia di Amleto è il fantasma stesso del padre.

Siamo oltre il semplice memento mori, la descrizione della Vanitas che si pone in genere come limite morale. Qui – come affermava Lacan – chi guarda è succube della visione, la pittura ci offre in sacrificio la realtà, spietata e accecante, che percepiamo prima con la memoria/l’esperienza (grazie al linguaggio) e solo dopo mediante l’organo visivo.

Una complessità di livelli di lettura che appartengono alla letteratura in primis, e quindi all’arte e al teatro che la plasmano; l’opera di Holbein è una messa in scena, mondana e superficiale come la vita di corte, che mira alla profondità, avanza una forza concettuale che rende visibile l’invisibile come è proprio, spesso, dell’arte contemporanea.

Siamo a teatro. Da un lato l’essere e dall’altro l’apparire. I due ambasciatori protagonisti di questo libro simboleggiano le stesse tematiche poste nell’Amleto mezzo secolo più tardi: il fulcro dell’arte tutta, ma in special modo della poesia e della pittura che – ci ricorda con grande spessore culturale Fusini – fissato nel proclama oraziano Ut pictura poesis, le parole costruiscono le immagini e viceversa, così siamo noi a ricostruire il testo e sciogliere i nodi dell’enigma.

Francesca Attiani

Lo stretto legame tra musica e poesia; Giulia Parin Zecchin -in arte Julinko- e la sua prima raccolta “Il cuscino è il confessore”

Giulia Parin Zecchin pubblica per Eretica Edizioni la sua prima raccolta di poesie “Il cuscino è il confessore”; un volume denso di storia e di significato che ci permette di fare esperienza del portato interiore dell’artista attraverso non solo la sua musica -come ci aveva abituati a fare- ma anche con il mezzo delle parole.

La musicista veneta è nota al pubblico con il suo nome d’arte Julinko e ha sempre fatto della sua musica una scoperta continua nonché una ricerca costante di commistione tra più generi musicali.

Ne è un esempio il suo ultimo ep “No Destroyer” per il quale ha realizzato un videoclip che è un po’ anche l’essenza della sua raccolta di poesie.

Ciò che emerge già da una prima lettura delle sue composizioni, è la profondità di linguaggio e di temi che affronta, nonché un’abilità poetica da non sottovalutare -ma questo già era evidente dai testi delle sue canzoni- di fatti c’è un filo rosso che lega questa produzione poetica al suo mondo musicale.

La fine dell’esistenzialismo

è il tuo collo sanguinante.

Le tue vene

-traboccando-

pulsavano

come a dire:

“Finiscila di volgere il mento al cielo

e riempiti le labbra di vita!”.

Scoprii che il morso era la vera fame.

Questa la poesia che troviamo in copertina, ci anticipa già la dirompenza con la quale la scrittrice si rivolge al lettore quasi conoscendolo e senza aver timore di mostrarsi ad esso nelle sue fragilità e debolezze, senza temere il confronto tra il proprio mondo interiore e chi ha metaforicamente davanti.

Le parole di Giulia Parin Zecchin si trasformano quasi in oggetti, in immagini, riescono ad avere forma propria e a raccontarci una storia, che sia quella della scrittrice o la nostra.

E’ una scarica dolce

una spessa onda liquida

è una liberazione

– tu pensi –

una discesa senza arrivo

ma il tuo vaso è sempre più grande,

con sempre meno da riempire

e sempre più da svuotare.

Se avete già ascoltato qualcosa di Julinko ritroverete in queste poesie le stesse sonorità e la musicalità che riporta nei suoi testi; se altrimenti vi state approcciando a questo volume senza aver conoscenza del suo portato musicale, allora vi apparirà come una piacevolissima scoperta letteraria.

Lasciatevi trasportare nel mondo di questa giovane artista che amalgama perfettamente tra le sue mani parole e suoni fino a creare composizioni tanto romantiche quanto rivoluzionarie; non ve ne pentirete.

Giulia Pace

LOSERS. Storia di una generazione

(…) In ogni modo, siamo un’accozzaglia di perdenti rifiutati da ditte più grosse!

Presentato in anteprima lo scorso giovedì al Romics da Andrea Dentuto e Adriano Forgione, LOSERS di Kōji Yoshimoto è la coraggiosa prima prova con cui la casa editrice Nippon Shock si presta alla pubblicazione di manga. Una prima prova di rilevanza, considerato inoltre l’apporto di un’opera che, in linea con un interesse per l’arte dei maestri del fumetto giapponese, si inserisce in un periodo storico fondamentale di rinnovamento e maturazione.

Bunjin Shimizu, caporedattore della rivista Manga Story, è alla disperata ricerca di una scintilla che possa dare nuova vita alla sua pubblicazione: la troverà quasi per caso in un volume autoprodotto scartato nel cestino dei rifiuti. Il suo autore, Kazuihiko Katō, sarà di lì a qualche anno destinato a lasciare un’impronta indelebile sul grande pubblico sotto lo pseudonimo di Monkey Punch.

Siamo nel pieno degli anni ’60. Il Giappone è in una fase di cambiamento sociale e generazionale che non coinvolge solamente l’industria del manga (interessante è l’approfondimento in questo volume sul kashihon manga, tipo di fumetto realizzato per le librerie in affitto che proprio ora con la diffusione della televisione iniziano a decadere), ma più profondamente le abitudini e i costumi, le mode. Una forte spinta viene dal mondo americano e anglosassone, si ascoltano i Beatles, Bob Dylan, sulle locandine Tutti insieme appassionatamente prende il posto del Barbarossa di Kurosawa, e ancora i classici della letteratura europei e russi, Maupassant, Čechov, si affiancano alla scrittura sperimentale di Kenzaburō Ōe. Un insieme di stimoli si accumula producendo una ventata di novità, di alterità rispetto alla tradizione del passato, sulla quale l’esordio di Monkey Punch farà significativamente perno – il primo fumetto in sedici tavole che vediamo presentato a Bunjin Shimizu si rivela essere non a caso un western.

In questa cornice emerge per il manga la necessità pressante di trovare una forma distaccata dalla narrazione per l’infanzia e che, al di là del satirico, possa avere un’indole veramente matura rivolta a un pubblico adulto, nonché ai suoi nuovi bisogni. Sarà proprio questo bacino il fulcro che porterà alla nascita di Weekly Manga Action, prima rivista settimanale seinen.

LOSERS è quindi un sunto, uno spaccato della vita di quegli anni, e in particolare lo specchio di una generazione che oltre il trauma del secondo dopoguerra cercava di costruirsi una nuova identità anche attraverso la letteratura e il manga. È inoltre un ricordo, raccontato con entusiasmo da Andrea Dentuto e Adriano Forgione durante la presentazione in fiera, e un omaggio a Monkey Punch scomparso due anni fa, che tuttavia ancora oggi non manca di lasciare la sua traccia. Ricorre proprio quest’anno il 50° anniversario della controparte televisiva di Lupin III ed è attesa l’uscita imminente fra pochi giorni della sesta serie animata – con tanto di ritorno alla storica giacca verde, un dettaglio di non poco conto che non è sfuggito agli appassionati e alle appassionate.

Il volume, numero uno di tre, si presenta in una veste piacevolmente curata, corredato nelle ultime pagine da un’intervista al maestro Monkey Punch e a suo fratello Teruhiko Katō, nonché da una puntuale cronologia. Un lavoro in cui si nota l’attenzione riposta, e quindi a nostro parere una prima prova pienamente superata, di cui attendiamo di scoprire i prossimi sviluppi.

Alessandra Nardelli