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Amicizia e militanza: vita di Tina Pizzardo

Il nome di Battistina Pizzardo, chiamata da tutti Tina, è ancora oggi associato a quello di Cesare Pavese in un misto di superficialità e sintesi storica: Tina Pizzardo? Ah sì, una delle donne di Pavese.

È invece corretto, oltre che doveroso, restituire alla sua memoria la grandezza della sua persona e l’eccezionalità della sua vita, leggerne l’autobiografia può in tal senso rivelarsi illuminante. Senza pensarci due volte (il Mulino, 1996) è il racconto uscito postumo – sette anni dopo la morte di Tina – in cui si consegna ai lettori con verità ed ironia, narrando per capitoli l’essenza della sua vita: non c’è tutta la vita intera, dentro a questo libro, ma il succo della sua vitalità, della sua allegria spavalda, così spudorata e irrefrenabile da superare ogni limite fisico e morale.

È stata una donna libera Tina che, dopo l’esperienza del collegio da orfana di madre e poi del carcere come prigioniera politica, ha affrontato i suoi dolori rincorrendo una libertà che alle donne era (ed è, spesso, ancora oggi) preclusa. Ha creduto di poter manifestare la propria intelligenza così come poteva manifestare la propria femminilità, ma non era così. Anche all’interno del partito comunista, accanto ai compagni che condividevano i suoi stessi ideali, era trattata come una donna avvenente, quei compagni per cui il partito aveva sempre ragione e non erano in grado di avere una loro onestà intellettuale, tale da permettergli di giudicare senza etichette.

Altiero Spinelli, l’unico uomo che lei abbia mai amato, la usa come messaggera prima e come amante ad attenderlo fuori dal carcere poi, senza reputarla degna di argomentazioni intellettuali. Dal carcere le dice cosa studiare, cosa leggere, a lei che era laureata in matematica e curiosa lettrice, tale da rendersi conto che «i nostri pochi incontri sono sempre stati un sottoprodotto della sua attività di partito» e che quando lui la vuole con sé a Milano, in realtà è per renderla «la solita moglie-serva di un compagno»; perché Tina si rende conto presto che le donne nel partito non sono altro che manovalanza, a loro si chiede fede cieca e spirito di sacrificio, non di essere protagoniste della lotta.

Insomma, l’uomo che più adorava negli anni più difficili della sua esistenza, non solo non l’ha mai amata davvero ma, cosa per lei comprensibilmente ancora più grave, non nutriva per lei alcuna stima. Rivelandosi in fondo come un uomo rozzo e incolto, che la vedeva solo come un oggetto del desiderio, Spinelli protagonista delle sue memorie si rivela un uomo egoista e ottuso.

L’intelligenza di Tina si fa largo, tra queste pagine, in due direzioni: da un lato nel far credere agli uomini quello che volevano (l’essere frivola, scanzonata, vanitosa, senza ambizione); dall’altro nel profondo senso di delusione per gli uomini incontrati nella sua vita, capaci di starla a sentire ma non di appagare la sua fame intellettuale, non in grado di essere determinati nell’attuazione di quella libertà che andavano proclamando.

Nelle prime pagine Tina Pizzardo parla di una “vita sprecata” per cui non ha rimpianti, perché si mostra lucida nel raccontare sia le sciocchezze da ragazza civettuola, sia il coraggio con cui non si è mai abbassata al regime fascista durante il ventennio. Ha saputo essere femminista senza dimenticare di essere una donna, senza imitare gli uomini per ottenere una parità che quelli non le concedevano; lo è stata stringendo legami in carcere con donne diverse, mostrando un sincero interesse per le vite degli altri, cercando di rivendicare il suo ruolo e la sua formazione.

Come ci ricorda Sandra Petrignani nella prefazione, e poi sua nuora Vanna Lorenzoni Rieser nella postfazione, con caparbietà Tina ha cercato di non adeguarsi ai precetti imposti dalla società, ma come moltissime donne ha fallito quel tentativo di emancipazione. Il destino di infelicità che attende le donne, nel vederle iscritte dalla nascita su precisi binari, ha avuto la meglio.

È dura con sé stessa Tina, non risparmia giudizi spietati sulle scelte del passato, ma non quando giunge – sul finale – a darci la sua versione del rapporto con Cesare Pavese: lei che ha rincorso tutta la vita l’amicizia, sperando di poter praticare così quella parità, è affranta dallo struggimento di Cesarino, come lei lo chiamava, per un amore che lo dilania come un ragazzino spaesato, un amore di cui lui solo ha immaginato i contorni. Dalla versione di Tina Pizzardo emerge il suo errore di leggerezza nel ricercare continuamente, e per molti anni, la compagnia di Pavese che reputa la persona più intelligente incontrata, ma che così si illude di avere con lei un futuro. Ma, al tempo stesso, è consapevole di non avergli mai fatto credere ci fosse altro dall’amicizia tra loro, e che anche lui in fondo non la vede davvero per il suo valore.

Da queste pagine non c’è da prendere le difese dell’uno o dell’altra, bensì il comprendere come forse sia vero che, dal giorno del suicidio, di Pavese è stata compiuta una falsificazione a favore del personaggio e a scapito dell’uomo. In questo c’è da essere riconoscenti alla Pizzardo per l’onestà critica, anche polemica, che intende sottrarsi parzialmente al senso di colpa che le è stato ingiustamente inflitto.

Francesca Attiani

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Elephi, un gatto sulla Quinta Strada

Con garbo e acume, Jean Stafford ci consegna qui un libro per bambini godibilissimo anche dagli adulti (come accade sempre con quelli scritti bene): Elephi – Un gatto molto intelligente, prima edizione 1962/Adelphi, 2022, nella traduzione di Livia Signorini e le magnifiche illustrazioni di Erik Blegvad.

La storia non è affatto semplice o semplicistica, come si potrebbe immaginare, poiché siamo nella mente di un gatto: Elephi Pelephi Famoso Gatto un Tempo Gattino – questo il suo nome completo – ha un’intelligenza oltre misura, trascorre il tempo in un appartamento newyorkese escogitando piani per rompere la noia (insieme a qualche oggetto), mentre si chiede perché non ha un amico con cui giocare.

Una scrittura iper descrittiva, che permette di immaginare perfettamente lo spazio e i pensieri, rende fluida questa lettura che ci sembra di vedere. Di sicuro a una bambina o a un bambino potrebbe venire il desiderio di disegnare le malefatte di questo simpatico felino.

Volutamente non accenniamo alla storia, che merita lo stupore e l’ilarità del piccolo lettore, ma va sottolineata la deliziosa maestria del narrare le voci di animali e oggetti che tanto ricorda i primi film d’animazione Disney, per incanto e buoni sentimenti.

Un’idea per trascorrere questo Halloween in compagnia di un gatto indimenticabile che, come tutti i gatti (doveva saperlo bene l’autrice) non ama prendere ordini da nessuno.

Francesca Attiani

Mia e la voragine, di Diana Ligorio

È ormai assodato, e da molto tempo, che le favole possano entrare a tutti gli effetti nella letteratura: c’è stato un tempo in cui lo sguardo dei bambini, tra gioco e sogno, veniva utilizzato per servire semplici morali o una tiepida buona condotta. La differenza la fa la scrittura, come sempre, e la capacità di raccontare un sentire in modo autentico e non per questo in modo realistico.

In questo romanzo – Mia e la voragine di Diana Ligorio (Terrarossa Edizioni, 2022) – la voce narrante è di una bambina tra i dieci e gli undici anni, Mia, che ci trascina in un mondo sentito e immaginato, allo stesso tempo, pieno di giochi e stimoli come solo i bambini sanno trovare. Il racconto si svolge nella casa di campagna, persa in un paesino, dove Mia e la madre tornano ogni estate: la prima per giocare malvolentieri con i suoi coetanei del posto, la seconda per fare da pediatra ai piccoli compaesani.

L’età di Mia è quella della vera ribellione, dello sguardo che coglie ogni gesto o mancanza nell’altro, l’età in cui si tende a mettere in fila le informazioni avute dai grandi per rispondere agli interrogativi quotidiani: ad esempio la mamma di Mia non parla molto con la figlia, non ha dialogo con lei e non le parla mai del papà che non c’è più.

La scelta di Diana Ligorio è quella di raccontare il punto di vista di una bambina speciale, molto matura ma non per questo adulta, in grado di sentire la mancanza di un abbraccio ma anche di vedere una sirena in una donna pazza che vive nel bosco.

E questo racconto ci arriva per oggetti, per scandire lo sguardo dei bambini che sugli oggetti si posa: Mia ci presenta la mamma attraverso un fazzoletto che tiene sempre con sé (regalo del padre); ci racconta la sua terra attraverso i fichi d’india; il rapporto con la madre attraverso la gomma del mezzo sul quale viaggiava il padre quando ebbe l’incidente, che ruzzolò fino alla loro abitazione (diventata altalena in grado di dondolare il suo dolore); ci presenta sé stessa attraverso la sua gamba strana, che non la aiuta a camminare ma, talvolta, la trascina nel senso opposto (una malattia definita dalla madre come “sottrazione dell’appoggio”, risposta non sufficiente a spiegarle la sua diversità); e, infine, la voragine che simboleggia la sua voglia di vita e di fuga.

La voragine, che dà il titolo al romanzo, è un luogo fisico e dell’anima. Contempla il buio e vuoto, la paura di cadere, ma anche una forza attrattiva che spinge a superare coraggiosamente i propri limiti.

È un esordio centrato e profondo, quello di Diana Ligorio, che supera lo stereotipo più difficile da estirpare: l’idea che i pensieri dei bambini siano privi di complessità.

Francesca Attiani

Scrivere nel Medioevo: la lezione di Alessandro Barbero

C’è un libretto dello storico Alessandro Barbero, ripubblicato di recente (Donne, Madonne, Mercanti e Cavalieri – Laterza), in grado di raccontare Sei storie medievali per parlarci dell’umanità tutta.

Chi conosce l’autore sa, e apprezza, la sua innata capacità di accendere la luce sulla Storia senza chiuderla nel suo guscio conservativo – è frequente la percezione di una distanza temporale e di immedesimazione con i secoli che ci precedono, anche in chi la Storia la studia – portandoci a comprendere la concretezza umana di figure divenute spesso col tempo simboli vuoti.

L’approccio di Barbero è interessante perché collega questi tre uomini e queste tre donne, diversissimi tra loro per vite e scelte, attraverso il tema della scrittura. Se conosciamo oggi molti aspetti della loro vita (e di conseguenza della vita medievale) lo si deve al fatto che queste persone hanno scritto libri o lasciato testimonianza scritta.

Questo è un saggio sull’importanza dei documenti, non esiste Storia senza prove documentarie, senza l’analisi della veridicità di quelle, senza confronti sulle fonti. È un saggio di metodo: potrebbe essere usato dagli studenti per capire in quale modo approcciare alla studio storico. È l’occasione mai scontata, l’ennesima per chi si occupa di questo ambito, per sottolineare che la Storia si può attraversare solo con una modalità scientifica. Non ci si inventa nulla e le opinioni si azzerano.

L’autore sceglie sei figure dal grande carisma: sono personalità prive di timori reverenziali e di formalismo vacuo, ci raccontano di un’epoca priva di ipocrisie e retoriche di potere, dove si andava al nocciolo delle cose. Per quanto si creda il Medioevo un’epoca di forte spiritualità, di credenze e oscurità, questo saggio dimostra l’esatto contrario: in questi secoli (specialmente quelli del tardo Medioevo) si chiamano le cose con il loro nome, non c’è spiritualità senza materialità, c’è fiducia nel futuro e si sente di aver fatto grandi progressi.

Il frate francescano Salimbene da Parma e la scrittrice italiana alla corte di Francia Christine de Pizan sono i due personaggi più colti del libro: il primo nel Duecento e la seconda tra Trecento e Quattrocento, sono coloro che hanno imparato a leggere e scrivere possedendo libri grazie alla prosperità delle loro famiglie, e sono consapevoli della grande fortuna che hanno avuto. Salimbene conosce a memoria la Bibbia che cita nella sue prediche pubbliche (i libri si imparavano a memoria, non potendoli leggere di frequente), parla e scrive in latino, e questa grande cultura gli fa avere uno sguardo disincantato e libero. Christine è una scrittrice, sa di esserlo, ha successo grazie a ciò che scrive, e questo le permette di approfondire il tema del ruolo delle donne nella società, per fare pulizia di luoghi comuni e vuote romanticherie letterarie. Crede fermamente che senza le donne non ci sarebbe stato progresso in nessun ambito, e crede nella loro forza e determinazione sociale.

Dino Compagni e Caterina da Siena sono i due personaggi politici del saggio di Barbero: tra Duecento e Trecento hanno avuto un peso specifico nelle decisioni. Il primo è un mercante che decide di scrivere un libro sui suoi anni nella Firenze comunale, un testo in volgare, per raccontare il marcio della politica, gli interessi personali, le faide tra famiglie nobili in cui a rimetterci è la povera gente, una «gara d’uffici» ovvero di poltrone, unico fine. La seconda è una santa celebre, mistica dal carattere molto forte: Caterina riesce a imporsi col Papa nei terribili anni avignonesi, pretende di essere ascoltata in quanto intercessore con la divinità. Le sue lettere sono durissime e mai diplomatiche, non le interessa mediare ma impartire ordini e questo la rende una donna che viene temuta ma ascoltata.

Poi ci sono due cavalieri: Jean de Joinville e Giovanna D’Arco. Il primo nel Duecento e la seconda nel Quattrocento, sono stati al servizio della corona francese; Jean ha scritto un libro sulla persona più importante della sua vita ovvero il re santo Luigi IX, ma in realtà ci consegna un libro di sue memorie personali che delineano il suo acume e la sua ironia. Giovanna, all’epoca Jeanne la Pucelle, la conosciamo tutti, spesso in modo superficiale: è l’unica personalità analfabeta tra quelle scelte da Barbero, le sue lettere pubbliche deve dettarle. Ma in tanti hanno scritto su di lei, anche Christine de Pizan. Tra tutti questi uomini e donne valorosi, è anche la più misteriosa e moderna: quando apprende dalla divinità che le parla di dover salvare la Francia guidando le truppe, si trasforma da contadina in condottiera.

La colpa che venne imputata, più di tutte, a Giovanna D’Arco fu quella di vestirsi e comportarsi da uomo. Finisce sul rogo perché travestita, durante l’esecuzione mostreranno alla folla che è una donna per giustificare l’uccisione della santa. Le donne raccontate dal professor Barbero, pensano spesso che se fossero uomini sarebbe tutto più semplice, addirittura una sogna di esserlo. Giovanna diviene il simbolo della non accettazione della donna che si sostituisce al valore maschile, che lo incarna, che sa impartire ordini.

L’importanza data alla scrittura, alla parola, era allora più forte di quella che attribuiamo oggi: probabilmente queste sei personalità medievali ci insegnano molto proprio sulla libertà; e l’autore sembra dirci che noi abbiamo molto da imparare e da leggere ancora, di strada da fare, per capire soltanto quella eccezionalità medievale.

Francesca Attiani

Brodskij e Venezia: Fondamenta degli Incurabili

Ci sono luoghi, spesso attraversati per la prima volta, in grado di farci sentire un’appartenenza, ci riannodano a una geografia che non sapevamo di possedere già. Non si tratta di una sensazione di mero benessere o di gioia, poiché questo riappropriarsi di una parte di sé può prevedere una componente di forte spaesamento. Probabilmente il medesimo che sovviene quando si conosce qualcuno che sembra di ri–conoscere, abitante silenzioso della nostra memoria ancestrale.

Nel 1972 Iosif Brodskij giunge per la prima volta a Venezia.

Per il poeta russo in quel momento qualcosa si rompe. Nulla sarà come prima. È davanti al suo luogo, un luogo che non ha mai percorso ma che lo aspettava.

Il viaggiatore anonimo, che per sua natura, è “facile bersaglio dell’oblio”, giunge a Venezia senza sapere l’esperienza che lo attende. Per Brodskij – che destinerà questa esperienza ad una ripetizione annuale – la città lagunare è fin dal primo istante odore di felicità, ovvero rievocazione di un ricordo attraverso l’olfatto, frantumazione dell’equilibrio apparente che si respirava fino a quel momento. L’odore delle alghe marine ghiacciate della laguna in inverno, è ciò che compromette la sua esistenza stabilendo un prima e un dopo.

In questo odore c’è un tempo. È la nebbia a misurarlo, stabilendo i momenti per leggere, per invadere le finestre aperte nella stagione fredda, una nebbia “carica di rintocchi e composta […] di caffè e di preghiere”: quell’atmosfera sacra in cui si ritrova anche chi non crede. L’abbraccio bizantino che da secoli unisce Stato e Chiesa, qui. Venezia è la cattedrale in cui iniziare a credere.

Brodskij è riuscito a capire questa città, ma solo rifiutandone il romanzo che se ne fa da secoli, quello di vuota cartolina romantica, guardando al montaggio più che alla storia: Venezia è il non luogo, ma anche tutti i luoghi che siamo, è perfetta per perdersi ma, anche, per smarrirsi.

La lusinga e l’inganno costante, dove c’è “l’insinuazione come principio ispiratore dell’urbanistica”, rendono questo spazio un altrove, una visione non afferrabile mai completamente dall’occhio.

Sì, perché è l’occhio l’organo più importante in questa città. Dove finalmente la superficie e il contenuto hanno pari valore; dove lo specchio dell’acqua svela noi e il nostro sguardo e, allo stesso tempo, ci nasconde ogni abissale verità. Brodskij parla di stile e sostanza, una bellezza senza costo, una visione che può contenere una donna che cammina così come una lesena di marmo.

L’occhio, periscopio del nostro corpo sopraffatto, è finalmente abitante della luce. Perché a Venezia la luce scolpisce e dipinge, ridimensionando addirittura il momento del tramonto: poiché crepuscolare è ogni pietra, placarsi di ogni ricerca e di ogni fuga. Rifugio di ogni senso di colpa.

Brodskij è a Venezia (oggi come allora) per riposare lo sguardo dalle brutture del mondo, e non poteva che restituirci questo suo ritorno in un libretto a metà tra il diario poetico e il saggio critico: Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 1991) è un viaggio ironico ed erotico, sagace e intimo, che svela la città nell’unico modo possibile, parlando letteralmente del proprio sentire. Perché sono i sensi a vivere questo spazio d’eccezione che sembra non esistere ma, al tempo stesso, ci ricorda spietatamente la finitudine della nostra esistenza.

Non è il luogo delle malinconie, però, ma della vita senza ostilità. L’ospedale dove curare il dissapore con noi stessi. Alle Fondamenta degli Incurabili, dove le imbarcazioni hanno rubato il manico ai violini, ci si può perdonare anche di non essere nati qui.

Francesca Attiani

Le madri non dormono mai: il cantico degli ultimi di Lorenzo Marone

L’ultimo libro di Lorenzo Marone, Le madri non dormono mai (Einaudi, 2022), non racconta una storia, non è il romanzo inteso nella sua forma classica di tempi e spazi abitati da personaggi che crescono con lo scorrere delle pagine.

In questo libro c’è una narrazione documentaria, fatta per nomi: i nomi dei protagonisti che danno titolo ai brevi capitoli, si susseguono come ombre senza corpo. Abitanti di un carcere speciale, sono stati tolti dal mondo – per colpa o per mestiere – e collocati in uno spazio senza luogo.

Siamo in uno degli istituti di detenzione ICAM, dove le donne incarcerate possono tenere i figli piccoli con loro; non si tratta di un carcere come gli altri, poiché mantenendo uniti i figli con le madri (com’è giusto che sia) costringe però quelli a scontare la pena di una colpa che non li riguarda. L’innocenza, quella vera che hanno tutti i bambini per nascita, viene dissolta dalla condizione di figli di un detenuto.

Uno spazio in cui si cerca di non far capire ai piccoli lo stato di privazione nel quale si trovano: le celle sono come minuscoli appartamenti con il letto e la cucina, gestiti in semiautonomia dalle mamme; i piccoli giocano in cortile tutti insieme e hanno la possibilità di crescere come tanti fratelli; alcune guardie penitenziarie diventano educatori e assumono un ruolo fondamentale per la convivenza tra queste insolite famiglie; la psicologa e le associazioni esterne si pongono come contatti necessari per imparare la fiducia.

Sì, perché il libro di Lorenzo Marone ci racconta proprio questo, l’esercizio complesso e delicatissimo del fidarsi – e dell’affidarsi – che è proprio di tutte le vite, quelle libere e quelle limitate: lo sforzo che intende fare l’autore con questa fotografia del reale, sta proprio nel mettere in parallelo le vite opposte, mostrandoci come la libertà sia una condizione interiore e solo marginalmente fisica; quanto si faccia fatica a chiedere aiuto e a fuggire dalla propria condizione di infelicità anche nel mondo esterno (in parte come ci ha narrato il film di Leonardo Di Costanzo, Ariaferma, la struggente profondità del rapporto umano detenuto-guardia).

Imparare la fiducia. Ma come si fa? Soprattutto se la vita non ti ha dato nulla, se sei cresciuto in un rione senza futuro – non a caso una dei protagonisti in un colloquio con la psicologa le sottolinea come la speranza (e anche la fiducia) risulti facile ai ricchi, a chi sta senza pensieri – e dunque fa fatica anche solo a piangere davanti agli altri, perché in perenne guerra, in una battaglia contro tutti, in cui chi mostra le proprie fragilità ha perso.

Proprio per queste ragioni, tra le pagine di questo libro, si scopre che la detenzione può salvare, che può aprire ad una svolta soprattutto nelle madri che in quei figli sfortunati hanno la loro unica possibilità di rivincita. Diego, Melina, Jennifer, Gambo, Adamu sono alcuni dei piccoli ospiti della struttura, di cui non seguiamo le sorti (di questo va fatto merito all’autore, perché così facendo sceglie di non chiudere con lieti fine retorici), gli adulti devono alla maturità anticipata di questi moltissimo.

Ma questa lettura permette anche un’altra riflessione: si è madri in tanti modi, molti dei quali non contemplano un figlio. È madre sì Miriam, mamma di Diego, ma lo è anche Greta, la psicologa del centro, che mette cura verso l’altro in uno scambio generoso di fiducia. Loro due sono le anime del libro. Due madri.

Anche questo libro, come ci ha abituato la letteratura di Marone, è mosso da un’onda di positività, di bellezza, che spesso l’autore collega al ruolo della donna. Viene da credere che la fiducia, il dare/darsi senza paura, possa migliorare le cose, anche le peggiori. È un salto nel buio, ma necessario: “c’ammà fidà”.

Francesca Attiani

Una storia, tante storie, intervista a enciclopediadelledonne.it

«Un fatto di cronaca avvenuto nel capoluogo della provincia m’indusse irresistibilmente a scrivere un articoletto e a mandarlo ad un giornale di Roma, che lo pubblicò. Era in quello scritto la parola femminismo. E quando la vidi così, stampata, la parola dall’aspro suono mi parve d’un tratto acquistare intera la sua significazione, designarmi veramente un ideale nuovo.»

da Una donna (1906) di Sibilla Aleramo, Feltrinelli 1999

Nomi e cognomi. Ritratti di donne che superano i confini temporali e geografici consultabili on-line sotto forma di un’enciclopedia in continuo aggiornamento.

Le voci dell’enciclopediadelledonne.it sono pubblicate sotto una licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 4.0: tutti i contenuti possono essere ridistribuiti liberamente se vengono attribuiti ai rispettivi autori e appartenenti al progetto e non utilizzati a scopo commerciale.

Le curatrici-fondatrici sono Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli con un primo gruppo di madrine illustri (Mariateresa Fumagalli, Sylvie Coyaud, Giuliana Chiaretti, Carla Stampa), e il contributo di tutte le autrici e autori che partecipano all’Impresa.

La nostra intervista a Rossana Di Fazio e a Margherita Marcheselli che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Radunare, illuminare, costruire e divulgare attraverso un’impresa collettiva la conoscenza di nomi e cognomi di donne che con le loro storie hanno fatto la Storia. Quando è nata e che cos’è enciclopediadelledonne.it?

Sono le parole che preferiamo per presentare il nostro progetto, i principi-base di ogni enciclopedia.

enciclopediadelledonne.it è nata l’8 marzo 2010: è l’unico progetto di questo genere in Italia e uno dei due o tre internazionali – quello tedesco di Fembio, ad esempio. 

Il nostro intento è dare spazio e visibilità a una ricerca storica molto intensa che non raggiunge mai il grande pubblico, e incoraggiarne altra: altro studio, altra ricerca, altre curiosità. Proprio per questo abbiamo avviato anche un’attività editoriale.

Oggi non mancano siti che propongono profili femminili, anche quando abbiamo cominciato c’era un tentativo di questo tipo, il sito di Anna Maria Crispino L’araba fenice, nel quale erano proposte diverse biografie eccellenti, pensato come una raccolta esemplare più che con un progetto sistematico.

Noi abbiamo voluto fare una cosa diversa, sistematica appunto e in progress, coerentemente con le opportunità che offre il web, che ci ha liberato dalla questione degli elenchi e delle gerarchie che condizionano i progetti cartacei all’origine. Popolare la rete di vite concrete, reali, di ogni tempo e paese. E oggi abbiamo l’onore di annoverare oltre 400 fra autrici e autori, e di aver pubblicato circa 1500 voci, un mare di biografie.

Era necessario secondo noi costruire una risorsa in rete in cui si potessero consultare percorsi femminili, perché non dimentichiamo che la soglia di ingresso alle donne – anche nelle enciclopedie “generaliste” – è molto alta. E come posso incontrare qualcuno che non conosco? enciclopediadelledonne.it rende questo incontro facile, possibile e auspicabile.

Tutte le voci biografiche da enciclopediadelledonne.it

Sfogliando on-line le voci biografiche un aspetto molto interessante è quello di venire a conoscenza di figure femminili oggi dimenticate. Qualche esempio da menzionare?

Eh sì, le donne tendono a sparire! La macchina dell’oblio è sempre molto efficiente. Esempi ce ne sono tanti.

Adelaide Ristori fu un’attrice celeberrima nell’Ottocento – in tutto il mondo! Anche noi ne abbiamo saputo l’esistenza grazie all’esperta di riferimento, la compianta Teresa Viziano, che l’ha portata nell’enciclopedia. Ma quante ce ne sono?! Musiciste, artiste, politiche: Cristina di Belgioioso che ora qualcuno conosce grazie al fatto che se ne è parlato, era celebre nella sua epoca per la sua attività di patriota e di editrice e autrice.

Bisogna riscrivere questi contesti, raccontare diversamente e non pensare che la presenza femminile sia un’eccezione, una variazione della storia o una novità. Bisogna studiare e sapere di non sapere.

Ma abbiamo anche un’altra missione: a noi interessano percorsi non illustri, cioè percorsi di vita documentati che raccontano la vita di tutti e momenti di storia che non è solo femminile. Operaie, ricamatrici, o balie portano nell’enciclopedia dei brani di vita che non ci sono in nessun libro di storia.

Voce Adelaide Ristori (autrice Teresa Viziano) da enciclopediadelledonne.it

Nella veste di casa editrice è di recente pubblicazione il volume Mappa femminile della città di Milano. Itinerari nel centro storico di Lorenza Minoli, con la collaborazione di Linda Bertella, una guida che propone cinque percorsi per raccontare una città delle donne attraverso le tracce delle memorie architettoniche. Qual è il contributo più prezioso a noi lasciato in eredità?

La mappa è frutto di un enorme lavoro e non ce n’è un’altra in cui troverete quello che c’è lì.

È una specie di enciclopedia a passeggio per la città e dimostra quello che sappiamo tutte e tutti: che le donne abitano questo mondo, le strade, le città, e sono parte integrante della storia e della vita. Sembra una tale ovvietà che ricordarlo sfiora l’assurdo, ma assurdo è vedere che quel lavoro di cancellazione è sistematico, quotidiano. La presenza femminile non si è limitata alle case, alle relazioni familiari, ma ha investito tutta la vita sociale e pubblica, e anche l’organizzazione sociale, molto, molto tempo fa.

Nella Mappa si mette in evidenza che la cattedrale, il Duomo, ha una iconografia fortemente femminile: la facciata è un’esaltazione delle donne dall’Antico Testamento sino a Maria bambina e Regina (la Madonnina).

Milano è la città della Scala, della moda, del design e dell’architettura ed ecco che nella guida finalmente si racconta delle tante ballerine, cantanti, stiliste, architette e designer e artigiane che hanno costruito la città e contribuito fortemente a farne quello che è.

Lorenza Minoli; Linda Bertella, Mappa femminile della città di Milano. Itinerari nel centro storico. Spazi, storie, architetture, figure, Enciclopedia delle donne 2022

Nella nostra società spesso gli uomini decidono per le donne: quanto c’è ancora bisogno di femminismo?

Crediamo che le nuove generazioni di ragazze abbiano molto chiaro che possono e devono decidere da sole. Il femminismo si è fatto strada in modi molto sotterranei e il contributo femminile alla vita pubblica è stato enorme, come dimostra l’enciclopedia con tantissimi ritratti di sindacaliste, ostetriche, avvocate.

Decidere è una responsabilità, che ti leva dalle trappole della protezione. La questione forse si potrebbe rovesciare: quanto abbiamo intenzione di sopportare ancora prima che questo connubio fatto di rispetto e diritti, di ascolto e attenzione, di libertà e amore si faccia finalmente strada? Quanto possiamo accettare che ignoranza e sessismo tengano banco nella vita delle persone?

Ma una volta che ci siamo fatte questa domanda salta fuori la radicalità del femminismo che chiede se siamo prontǝ a ribaltare una società fondata sul privilegio patriarcale: molto più che uguaglianza dei diritti, perché se i rapporti di potere sono quelli vigenti, il gioco a sottrarre autodeterminazione è continuo.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di enciclopediadelledonne.it?

Suggeriamo tre libri da noi pubblicati: sono saggi piacevolissimi da leggere, divulgativi e documentati, pensati per il grande pubblico e non esclusivamente per un ambito accademico.

Il primo è di Vittoria Longoni ed è Madre natura. La dea, i conflitti e le epidemie nel mondo greco, e racconta della dialettica maschile-femminile nel mondo greco, e di come il patriarcato – che non è un dato di natura – porta nella storia la logica della guerra, del dominio sulla natura e sulle donne; le fonti che l’autrice fa parlare ci restituiscono il senso concreto di questa dialettica, e di un altro mondo possibile, presente negli inni e nei poemi.

Il secondo è Vietato Scrivere. Come soffocare la scrittura delle donne di Joanna Russ, una celebre scrittrice americana che si è messa a studiare come sono state accolte le scritture di autrici che oggi riteniamo protagoniste della letteratura mondiale: Virginia Woolf, Emily Brontë e tante altre. È una occasione straordinaria per capire che nel tempo le strategie con cui si “ridimensiona” la scrittura femminile sono ricorrenti e feroci e animate esclusivamente da una sorta di riserva preliminare a credere che una donna possa aspirare a essere una buona scrittrice. È una lettura che vi farà riconoscere le trappole del sessismo, che non è mai benevolo. Ma per capirlo serve più cultura, più condivisa, più onestà intellettuale – più voglia di conoscere.

L’ultimo libro pubblicato, infine, speriamo che finisca in tutte le scuole superiori e le università: Corpo Mente di Sandra Plastina e Emilio Maria De Tommaso, racconta e fa parlare alcune filosofe che hanno scritto fra il Quattrocento e il Settecento, sconosciute eppure influenti nel proprio tempo, che scardinano proprio quel dualismo fra mente e corpo che ha pesato sulla libertà delle donne e sul riconoscimento delle loro facoltà intellettuali. È ora di conoscerle no?

Immagine in evidenza: collage, da sinistra in ordine Charlotte Salomon (dipinto di), Toni Morrison, Hedy Lamarr, Cristina Trivulzio di Belgioioso, Doris Lessing, Agatha Christie, Angela Davis, Giovanna d’Aragona

Maria Baffigi

Veronica Raimo, Niente di vero. Verità e immaginazione

Sentirsi in famigliaclima familiareessere accolti come uno di famiglia
In principio era la famiglia

La famiglia è anche il titolo di un film di Ettore Scola, che si apre e si chiude con una fotografia: l’archetipo che registra e scandisce il tempo oggettivo ma lascia aperto lo spazio necessario per concepire le storie sotterranee, i non detti, i fatti non ufficiali. Il vero e il falso
Si può parlare di storia familiare ancor prima di storia individuale, di un prima che inevitabilmente finisce per contaminarci. 
Le prime immagini di vita, quelle della storia individuale, restano contorni irregolari, abbagliati da un flash intermittente. Poi si tirano le somme, l’essere nel mondo si traccia da una parte con il rigore dell’albero genealogico, dall’altra con quello che potremmo definire inconscio fotografico, che interpreta l’identità, non la definisce mai. 

Come la fotografia, la letteratura ha il potere di illuminare la fessura dell’interpretazione e Niente di vero ne anticipa già dal titolo l’essenza: uno spazio che discende e a sua volta genera l’impostura. 

Esiste la verità o piuttosto dovremmo parlare di manipolazione? 
Non esistono ricordi veri perché ricordare significa richiamare al cuore.

Veronica è la protagonista di Niente di vero e consegna al lettore un monologo a braccio che ha tutta la carica emotiva del ricordo, una serie discontinua di vicende e riflessioni altalenanti tra passato e presente. Per questo non si tratta di memoire né di autofictionNiente di vero è un romanzo in tutta la sua complessa e antieroica narrazione.

C’è il copione perfetto della famiglia disfunzionale: l’ansia capillare di una madre che schizza tra i cavi telefonici per raggiungere i figli ovunque si trovino; il sottofondo fluttuante di Radio 3 a vegliare la depressione materna, che fodera le pareti casalinghe; un padre con la mania di fasciare e disinfettare, di innalzare muri, stanze dentro le stanze. C’è un fratello con il quale condividere infiniti pomeriggi di noia barricati nel cartongesso, immacolati come bambole di porcellana. 

Veronica si trascina tra i segmenti disorganizzati della sua personale costellazione: le amicizie, gli amori, i viaggi, le fughe. È una struttura fragile, non si organizza su una trama né si affida a un epilogo da romanzo di formazione

La casa di Veronica è una matrioska, lo è Veronica stessa, ne leggiamo la scomposizione e la ricomposizione non consequenziale: il grande si incastra a forza nel piccolo e viceversa.  
La voce arriva chiara e sferzante, in molti ne hanno esaltato la vena comica riducendo la potenza e la complessità del romanzo a un binomio con la risata.

Ma Raimo ha parlato di vicende personali? Fino a che punto l’autrice coincide con la protagonista? Quanto c’è di vero dei fatti narrati? Questi i temi ricorrenti tra interviste e recensioni sul romanzo. 
Credo che la questione centrale abbia più a che fare con l‘elaborazione, con lo scarto tra versioni di vissuto: ciò che è, ciò che è stato e ciò che decidiamo di raccontare e raccontarci, consapevoli o meno.

Le bugie in Niente di vero diventano l’ossatura del romanzo, il filtro tra la protagonista e l’altro, una modalità di approccio imprescindibile. La menzogna definisce il personaggio in una serie di versioni a uso e consumo del prossimo, tanto che nessuno sguardo sembra essere privilegiato, né quello del lettore a cui è rivolta la narrazione, né quello di Veronica stessa. 
Il paesaggio che Veronica osserva dalle sue finestre interrotte da tramezzi è la metafora dell’anti – parabola che si dipana pagina dopo pagina: ci si accosta a una porzione, mai all’insieme.  

Se «la verità è una questione di immaginazione» come scriveva Ursula K. Le Guin – autrice che cito perché molto cara e affine alla Raimo – allora il romanzo è l’unico strumento con cui è possibile gestire ciò che chiamiamo verità attraverso la narrazione.

Cos’è la scrittura, o più in generale l’arte? Uno spazio in cui distruggere, anche se è la stessa Raimo, ad ammonire dalla prima pagina del romanzo: 

«A volte scriviamo non per elaborare un lutto, ma per inventarlo», riflette Veronica in un passaggio in cui si confronta con un’amica su una domanda impossibile: perché i romanzi italiani parlano tutti di legami di famiglia e di mezzo c’è sempre un lutto? 

Gaia Palombo

Tra matite, pennelli e menabò, intervista a Paolo Bernacca

Facile da usare, difficile o anzi impossibile da definire. Così è la parola “creatività”, o almeno così la fanno apparire i vocabolari e anche i manuali che le vengono dedicati […] Dobbiamo concludere che sia una “parola facile” o una “parola difficile”?

da “Mettere al mondo il mondo. Tutto quanto facciamo per essere detti creativi e chi ce lo fa fare” di Stefano Bartezzaghi, Bompiani 2021

Laureato in Scienze Politiche e diplomato in Industrial Design, Paolo Bernacca è attivo dagli anni Ottanta nel campo della grafica editoriale e della corporate identity: illustratore per Panorama, L’Espresso, La Repubblica, Linus e grafico per il supplemento domenicale del Globo, la rivista Fiera e Reporter Fine Secolo. Per Giunti Editore dal 1987 ha realizzato la veste grafica di varie collane editoriali e dei mensili Art e Dossier e Musica e Dossier mentre negli anni 1990-1994 ha curato l’immagine del Romaeuropa Festival.

Dal 2000 con la Bernacca Immagine sas si occupa di comunicazione, design e immagine coordinata per enti, società e istituzioni. Nel 2020, a questa attività affianca l’apertura di una piccola casa editrice specializzata in grafica e illustrazioni.

Nella sua ricerca, anche personale, tornano dei temi ricorrenti: il mare, la navigazione, il tempo e l’uso di varie tecniche, dalla pittura, all’assemblage e al disegno dal vero.

Attualmente collabora con l’Università di Roma Tor Vergata, Il Mare International Bookshop e Headu Giochi Didattici.

Tra riconoscimenti e mostre, ha partecipato all’ottava edizione CuneoVualà – 2020, Fondazione Peano I racconti del taccuino.

La nostra intervista a Paolo Bernacca che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Le proponiamo di presentarsi con un’immagine del suo portfolio: quale sceglie per raccontarsi?

Mi è difficile trovare una sola immagine. Sono affezionato ad alcune che hanno rappresentato l’inizio di un percorso progettuale e sono il risultato di una ricerca che mi ha portato di volta in volta a esplorare nuove forme di espressione. Se proprio devo scegliere penso che una delle mie composizioni della serie “Pagine Salate” in cui è presente un faro sia quella che più mi caratterizza.

Dalla serie ” Pagine Salate” di Paolo Bernacca, per gentile concessione

Parallelamente all’attività lavorativa di grafico e illustratore in cui opera dagli anni Ottanta, ha portato avanti dei progetti personali che si distinguono per l’originalità: i Lay Quotidiani, un diario di ritratti, immagini evocative e ironiche realizzate sulle pagine del quotidiano La Repubblica nello stesso giorno d’uscita; i Calendari, con cui dal 1988 annuncia l’anno nuovo inventando metafore visuali che riecheggiano la forma delle cifre dell’anno, oppure le Pagine Salate, composizioni in legno riciclato da scarti di falegnameria ispirate al mare e ai fari. Che cos’è per lei l’atto creativo?

È un momento di felicità, è il risultato vincente di un gioco della mente in cui il pensiero creativo si fonde con l’innovazione.

Calendari – 2022 di Paolo Bernacca, per gentile concessione

Nel 2020 inizia la sua esperienza come editore con Bernacca Immagine Editore, che cosa propone ai lettori la sua casa editrice?

Sono stato sempre interessato alla comunicazione visiva e al graphic design. La collaborazione con giornali e case editrici mi ha portato a creare la Bernacca Immagine Editore. Ci occupiamo principalmente di grafica e illustrazione con un interesse particolare al mondo dello sketch, l’antica tradizione del taccuino di viaggio.

Ad oggi abbiamo pubblicato cinque Sketchbook dedicati all’architettura a Roma dal ‘900 ai nostri giorni nei quartieri di Garbatella, Eur, Ostia, Flaminio e lungo un percorso che parte dal quartiere Coppedè fino alla Stazione Tiburtina, di cui sono autore insieme al mio amico Maurizio Moretti.

Intervallo raccoglie, invece, mie immagini di una Roma deserta durante il lockdown accompagnate da brevi dialoghi intimi, a volte ironici e surreali, fra una Lei e un Lui, scritti da Stefano Scialotti.

E poi c’è Da 1 a 1, un album dei primi anni ’80 disegnato da Valerio Eletti e composto da 55 tavole che formano un intrigante gioco di rimandi e di associazioni di idee fra le varie immagini tratte dalla pop art, dal liberty, dalle xilografie medievali o dall’art decò.

La nostra ultima pubblicazione, 26 lettere dal confine, è stata realizzata con il contributo dell’Università di Roma La Sapienza. È il risultato editoriale di un laboratorio sul gioco (e ritorna ancora l’aspetto ludico) nato da una collaborazione tra l’Università Sapienza e l’Accademia di Belle Arti e condotto nel 2019 presso il Macro Asilo da Antonella Sbrilli, Maria Grazia Tolomeo e Vittoria Agrò con la guida dell’artista Pietro Ruffo e il coinvolgimento di studentesse e studenti. Ha avuto come scopo la costruzione di un lessico immaginario e coerente sul tema del confine, composto da 26 voci e altrettante illustrazioni grafiche.

Prossime uscite sono due guide illustrate con disegni e acquerelli dedicate alle città de L’Aquila e Palermo.

Bernacca Immagine Editore http://www.directbook.it/editore.php?id=405

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Paolo Bernacca?

Per rimanere in tema consiglierei Da cosa nasce cosa di Bruno Munari e nel campo della letteratura Una questione privata di Beppe Fenoglio.

Immagine in evidenza: Foto archivio autore Paolo Bernacca, per gentile concessione

Maria Baffigi

Un sogno dentro un sogno: Pasolini drammaturgo e filosofo

Ogni testo dedicato a Pier Paolo Pasolini è parziale per sua stessa natura: inserirsi nella sua stratigrafia – letteraria e teatrale, poetica e cinematografica – non è operazione semplice, perché richiede una conoscenza sterminata e la facoltà di rintracciare tutti gli infiniti riferimenti che sono posti lungo la sua strada.

Nel centenario della sua nascita ci è data la possibilità di leggere e rileggere Pasolini, seguirne un aspetto o inebriarsi della sua moltitudine. Tante, infatti, le stampe dedicate a questa ricorrenza, le uscite editoriali che tentano di riannodare i fili del suo pensiero (o cavalcarne illegittimamente la fama).

Proprio per prendere posizione nel marasma dei libri a lui dedicati, si propone qui un saggio, scientifico e analitico, che spicca per la serietà dello studio condotto su tre opere teatrali pasoliniane molto complesse: in Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs Pasolini filosofo (Metauro edizioni, 2021), Georgios Katsantonis affronta puntualmente la drammaturgia e le tematiche che risiedono in essa, tracciando un percorso che ci riporta al pensiero critico dell’autore sulla sua società contemporanea e, insieme, ai riferimenti filosofico-letterari che hanno permesso quei testi.

La disamina ha inizio con l’analisi di Orgia (testo pasoliniano del 1966, che anticipa Salò): in questo Katsantonis ritrova il riferimento esplicito ai testi di de Sade, Barthes, nonché alla filosofia di Bataille. Questa l’opera che erotizza il fascismo, nella quale la crudeltà diviene strumento di potere: dominatore e sottomesso acconsentono a delle esperienze sadomasochistiche che – attraversando l’erotismo – manipolano il desiderio conducendo alla morte, in una sorta di eros nero che porta all’autodistruzione.

È sadiana la ripresa del ruolo femminile come rottura all’ideologia imperante: viene riconosciuto un diritto al piacere femminile, e non a caso Pasolini utilizza la donna come strumento eversivo nella società capitalistica in tutti i suoi film e nelle opere teatrali. È la donna a denunciare i processi di corruzione e lo svuotamento dei valori nell’ideologia dominante.

C’è Barthes nel valore dato alla parola, e al linguaggio, che conduce al godimento: è la parola che si fa carne, le parole che diventano oggetti erotici e permettono di far durare nel tempo il desiderio. In questo, il teatro diventa realtà che lo spettatore è chiamato a vivere per elaborare, attraverso la rappresentazione del sesso, il proprio trauma.

Proseguendo incontriamo l’analisi di Porcile (testo pasoliniano del 1967-68): anche qui c’è una messa in scena del potere, o meglio, della differenza tra vecchio e nuovo potere (dittatura vs democrazia borghese) in uno dei testi più ironici e dissacranti di Pasolini. I dialoghi sono qui delle confessioni, in cui si rintraccia tutta la solitudine dell’io che insegue il godimento, attraverso un tema che è sempre sotteso nei testi di Pier Paolo Pasolini, ovvero l’anomalia della normalità o l’impossibilità di provare sentimenti considerati normali dalla società. L’animale è il fine ultimo, è la salvezza nella crisi antropocentrica in corso.

Non si tratta tanto di raccontare una perversione, quanto di riflettere su cosa sia davvero animale nel contesto sociale odierno, dissacrando – attraverso la presenza in scena del filosofo Spinoza – la borghesia, vero porcile, e ridando ai maiali la dignità di cui la società dei consumi li ha privati.

L’ultima disamina del libro di Katsantonis è dedicata all’opera Calderón (scritta da Pasolini nel 1967): il testo si rifà a Calderón de la Barca nella simbologia carceraria del sogno, poiché interessa a Pasolini raccontare allo spettatore l’angoscia esistenziale dell’uomo, che proprio nel tema del sogno, e nel ruolo del doppio, ha il suo significato (così come era nell’opera di Strindberg).

Pasolini sembra dirci: solo nel sogno si può uscire dalla dimensione borghese, poiché nella realtà il potere controlla le masse attraverso l’omologazione della cultura e operando sulla rimozione del passato. In questo modo nega ogni possibilità di rivoluzione; l’uomo viene rappresentato come una marionetta dove, in fondo, solo il narratore che inventa possiede i personaggi e dunque la verità. Il tema della marionetta torna anche nell’episodio pasoliniano, di Capriccio all’italiana,Che cosa sono le nuvole?” dove si manifestava un Otello metateatrale che, riecheggiando un verso di Edgar Allan Poe, permetteva a Totò-Iago di affermare la più disumana delle verità: «noi siamo in un sogno dentro un sogno».

Francesca Attiani