Blog

PLANIMETRIA DELL’ABISSO: L’ATLANTE DELLE CASE MALEDETTE DI FRANCESCO BIANCONI

a cura di Francesca Attiani e Gaia Palombo 

Dimitri, costretto in casa dalla minaccia di un Virus, passa in rassegna la geografia di tutte le case che ha abitato o quantomeno varcato nel corso della sua vita, stilando uno schedario dettagliato dei luoghi significativi. Il protagonista, alter ego dell’autore, abita nelle illustrazioni di Paolo Bacilieri.

RINASCITA

Coloro che negli anni hanno conosciuto e amato la scrittura di Francesco Bianconi, si troveranno come davanti a un punto di svolta, già assaporato con l’uscita di Forever, suo primo album da solista in cui emergeva un cruciale processo di disvelamento dell’autore. Impossibile separare Forever da Atlante delle case maledette (Rizzoli Lizard, 2021), che di nudità e franchezza è costituita l’ossatura. 
Quella preghiera contro il male, quell’autentica ricerca del bene che Bianconi canta in Forever sono il frutto più completo di un lunghissimo percorso di consapevolezza, un annientamento progressivo del nichilismo che lascia spazio a una speranza pura. 
Per questo forse Atlante delle case maledette è il romanzo che più di tutti si avvicina al Bianconi musicista, in cui le immagini che ricorrono hanno il sapore di vecchi, affezionati ascolti. 
Così Dimitri discende nell’abisso attraverso i metri quadrati delle case della sua vita, quelle in cui qualcosa è rimasto, in qualche modo, come un fantasma che ha vita propria. 

Mai come in questo ultimo anno abbiamo amato, esplorato, disprezzato, arredato, contemplato le nostre case, trovato in esse riparo dalla violenza del fuori, di una primavera spiata dalle finestre, come romantici spettatori attratti e impauriti. Ci siamo schermati con reticoli di foglie tropicali, catene di luci, candele e cuscini sui nostri balconi di tendenza, abbiamo fatto yoga, meditato e creduto nell’illusione di un tempo clemente. 
Esaurita la superficie di muri e mobili, ci è stato restituito il nostro dentro e non abbiamo potuto ignorarlo. Così accade che Appena una porta si chiude dietro a un uomo/Succede qualcosa di strano/non c’è niente da fare/ è fatale, quell’uomo comincia ad ammuffire, scriveva Gaber, e annega nel labirinto della sua mente, che è esso stesso una casa. 

È davvero della casa che abbiamo bisogno per conoscere noi stessi nel profondo?
Questa la domanda che ha mosso le mie riflessioni su Atlante delle case maledette, quanto conta il fuori?
Così ho pensato a un sogno che feci tempo fa: su una spiaggia, di notte, le onde del mare sommergevano lentamente le lenzuola del letto. Il senso di colpa e l’inquietudine che l’immagine restituiva erano sintomi di un rifiuto più grande, quello del fuori percepito come violazione e non come occasione. 
La costruzione finalizzata all’abitare statico equivale ad aggrapparsi disperatamente a un guscio vuoto; la casa a cui tendere è invisibile, fatta di un concentrato di possibilità, di ciò che è stato e che deve ancora essere, di dentro e fuori

Una casa in cui Io sono qui per arruolarmi/ Amare e piangere con te/ Per vedere quale guerra scoppierà, e che somiglia molto più alla strada, alla trincea da cui lottare. 
La notte ora è bellissima, senza il tetto, con i piedi nell’acqua. 

PARTICELLE

È un atto di coraggio quello affrontato da Bianconi, un artista che appare completamente nuovo, non nella proiezione futura di sé, quanto nella riconquista della sua sfera interiore. In queste pagine fa i conti con l’interno, quello degli spazi chiusi e quello del sentire, combatte con i propri demoni ritrovandoli nei feticci che ci circondano: oggettivizza la paura di Dio in un Cristo di plastica che ha turbato la sua infanzia e compromesso il suo percorso di fede; la gioia in un fustino del Dash che conteneva tutti i suoi giochi e i suoi mondi immaginari di bambino; ha visto in una confezione di uova l’amore familiare; in un cerbiatto di gesso la sua solitudine rimasta confinata in una casa al mare fino a oggi; animali fantastici e fantasmi reali lo hanno impaurito e protetto in queste scatole di morte e di vita, sempre uguali con noi diversi a camminarci dentro.

Chiudere. Serrare le imposte e le porte, restare dentro. La casa come posto/porto sicuro, simulacro della nostre angosce e riparo dalle brutture del mondo, non funziona più: la casa è il contenitore della nostra esistenza solo se questa la attraversa in perenne moto, senza fermarsi mai, la casa come rito di passaggio da una strada all’altra. 

Con il racconto delle case che ha vissuto, e non solo abitato, Bianconi decostruisce la casa come un architetto della sottrazione. Asporta pezzi di struttura per cercare le esistenze dimenticate, ripercorre le stanze che ha attraversato fin dall’infanzia, ritrovando le persone che hanno caricato elettricamente quei muri, provando di nuovo le emozioni di quel momento lontano che risolvono il se stesso di oggi.
Isolati ma senza un’isola di riferimento. L’unica possibilità di salvezza, durante questa pandemia, sta nel tramutare questa condizione eremitica in allontanamento visivo: mettere a fuoco le cose del mondo da una certa distanza, ricalibrare il senso e vedere più nitidamente di quando non facessimo standoci dentro. Bianconi sembra aver riconquistato questa visione: il Francesco – o meglio Dimitri, suo alter ego letterario – di oggi, appare più sereno, un uomo riemerso dalle proprie ansie, che ha finalmente la consapevolezza per riattraversare quelle porte. Ha affrontato un viaggio tumultuoso, seppur statico, che lo ha risucchiato in un vortice psicoanalitico di grande sofferenza ma, anche, di grande libertà.

“Lo scarabeo d’oro”, il tesoro nascosto di Edgar Allan Poe

Se la vostra passione un po’ nascosta o ben in evidenza è quella per i personaggi occulti e al limite del macabro, se vi piacciono i racconti sul filone delle atmosfere dark ma avventurose e se siete anche un po’ amanti di emozionanti vicende narranti di pirati e tesori nascosti, beh, questo libro di cui vi sto per parlare fa al caso vostro!

È alla casa editrice Haiku che dobbiamo l’edizione di questa selezione di racconti dalla penna di Edgar Allan Poe, curata da Mauro Cotone e raccolta nella collana Settemari la quale si caratterizza per l’attenzione a personaggi un po’ al limite come malfattori, briganti e pirati che ne combinano di tutti i colori in situazioni di immaginario fantasioso e popolare.

Ed è proprio di questi personaggi che si nutre la raccolta intitolata “Nel ruggito della spiaggia scossa dalle onde” che porta come sottotitolo “Antologia Pirata”. Ed infatti è proprio di una antologia che si parla e che vede raccolte le varie anime letterarie di uno tra gli esponenti della letteratura angloamericana più apprezzati anche oggi; Edgar Alla Poe.

Lo scrittore è stato selezionato per due motivi non di poco conto; primo tra tutti per i personaggi delle sue opere in linea con la natura della collana Settemari e secondo poi perchè ad incarnare gli stereotipi di personaggio al limite e oscuro non sono tanto quelli descritti nei suoi romanzi ma lui stesso!

Poe si distingue da sempre per la sua natura eccentrica e per la volontà di opporsi sempre al gusto della società del suo tempo contro la quale si scaglia ripetutamente. La sua fama e il suo senso del mistero gli fanno incarnare i tratti tipici dei personaggi che egli stesso mette in scena nella sua narrativa facendoceli scoprire come un bottino prezioso che va scovato dopo una attenta e minuziosa caccia al tesoro.

E proprio a proposito di tesori e mappe, il tema legato al mare, all’avventura e alle vicende di pirati non poteva non costituire elemento preferenziale per la scelta di questo autore.

L’antologia consiste di 4 racconti, due poesie e un articolo redatto nel 1846.

I primi 3 racconti – “Il cuore rivelatore” (1843), “Il gatto nero” (1843), “Il barilotto di Amontillado” (1846)- fanno parte di una scrittura più caratterizzata da aspetti fantastici, cupi e di stampo psicologico ed introspettivo mentre il 4°, “Lo scarabeo d’oro” sempre del 1843 assume una valenza significativa sia all’interno della raccolta, sia nella carriera da scrittore di Allan Poe.

È un racconto assai complesso ma che determina il passaggio di stato da uno stile comune ad una vera e propria innovazione; Poe con questo racconto (il più completo e lungo tra quelli selezionati) forma un nuovo genere di narrazione e una nuova forma di letteratura, esempio perfetto di come un ragionamento logico e deduttivo possa intrecciarsi con la trama fantastica di una vicenda. È inoltre il racconto nel quale il tema della pirateria viene affrontato maggiormente poichè descrive il ritrovamento del tesoro di William Kidd, un personaggio realmente esistito che fu citato anche da Daniel Defoe. In queste pagine affiora in modo impeccabile la passione di Poe per il mistero e sopratutto per i giochi di parole, i messaggi cifrati e la crittografia.

Un buon vetro nella locanda del vescovo nella sedia del diavolo ventun gradi e tredici minuti nord-est un quarto a nord sul tronco principale e sul settimo ramo a est spara dall’occhio sinistro della testa di morto a volo d’uccello dall’albero attraverso il buco cinquanta piedi avanti.

La seconda parte è invece composta da due poesie affiancate dal testo in lingua originale – “Un sogno dentro un sogno” scritta nell’anno della morte di Poe e “Il corvo” del 1845, una delle sue più amate poesie.

«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!

o l’Averno t’abbia inviato — o una raffica di bora

t’abbia, naufrago, sbalzato — a cercar asil quaggiù,

in quest’antro di sventure, di’ al meschino che t’implora,

se qui c’è un incenso, un balsamo divino! egli t’implora!»

                           90Mormorò l’augel: «Mai più!».

Completa l’antologia un articolo del 1846, “ La filosofia della composizione” con il quale lo scrittore spiega le difficoltà del comporre un’opera poetica e compie così una vera e propria disamina del processo creativo che coinvolge la poesia.

Una raccolta ricca di elementi narrativi e generi letterari, che segue il filo conduttore della pirateria e delle onde del mare che trasportano e lasciano fluire anche per acque avverse le storie di uomini avventurosi e un po’ folli, mossi da coraggio o spavalderia che ci fanno apprezzare sotto una nuova luce lo scrittore culto del romanzo giallo, noto sopratutto per i racconti del mistero e del macabro.

Sto qui nel ruggito

della spiaggia scossa dalle onde,

e stringo nella mano

grani di sabbia dorata.

Come son pochi! Eppure come scivolano

fra le dita nel profondo,

mentre piango, mentre piango!

(Un sogno dentro un sogno, 1849)

Giulia Pace

Roma lacerata: I tuoni di Tommaso Giagni

Manuel, Flaviano e Abdou sono i tre protagonisti dell’ultimo romanzo di Tommaso Giagni: I tuoni, Ponte alle Grazie, 2021.

Siamo nella periferia Est della capitale, un paesaggio di cemento e povertà si distende fin dove inizia la tangenziale e il raccordo che porta alla città antica. Uno scenario di fango e polvere, quartieri tutti uguali eppure profondamente diversi appena svoltato l’angolo. Qui i ragazzi crescono lungo le sporgenze dei casermoni, gli acquitrini melmosi dell’Aniene e le balaustre strette dove nascondersi a fumare.

È una vita pigra, non per mancanza di voglia di fare, ma per la storia che li precede e il luogo ostile che li ospita: il padre di Manuel vende la frutta in un negozio che per metà è la loro casa, la domenica porta la famiglia a pregare nella chiesa copta; e intanto insegna l’onestà ai figli, sogna per sé e per loro il mercato plateatico, l’espansione, il frutto dei sacrifici che porterebbe il loro cognome straniero su un’insegna. È un ragazzo col talento per l’informatica, ma con poche risorse, si arrangia a riparare allarmi di sicurezza e quadri elettrici. Manuel da bambino ha toccato un morto, l’ha trovato incastrato sul bordo del fiume: questa esperienza lo cambierà completamente.

Flaviano è la sensibilità in un corpo da ragazzaccio, è spavaldo e inopportuno, ma porta dentro un dolore enorme che non sa esprimere. Ricorda i Ragazzi di vita pasoliniani, sempre splenditi nella loro povertà fiera, coi muscoli tesi al sole. La madre lo ha abbandonato mentre il padre entrava in galera: un vortice di ingiustizia speso in pochi metri quadri che adesso condivide con quel padre, un tempo gagliardo. Per vivere suona alle cerimonie cafone di chi ama il karaoke tra una portata e l’altra.

Abdou è il simbolo della contemporaneità: è arrivato con un barcone sgangherato dall’Africa, nel suo paese ha studiato ma qui non lo sanno. Vive con la madre e la nonna e un cane husky, la sua vita, dentro le grotte (caseggiati ricavati dalla e nella roccia). Parla poco per non sbagliare questa nuova lingua, ma dentro di sé pensa sempre la cosa giusta. Per vivere vende droga e medicinali ai ricchi annoiati della Roma bene, quelli che farebbero di tutto per una festa riuscita.

La disperazione di questi ragazzi li unisce profondamente, mostrando la necessità dell’unità per resistere nel quartiere – abbandonato dallo Stato, dove a comandare è un boss da quattro soldi – e l’esigenza di nutrire una curiosità per la vita, per la bellezza, che in quei luoghi non riescono a soddisfare.

Il romanzo di Tommaso Giagni è una foto impietosa, piena di particolari, della Roma vera. La città nascosta eppure popolosa, quella che delinque per scelta altrui, della periferia. Un formicaio di anime rotte che sembrano essere uscite dal nulla: a nessuno interessa la loro storia, a nessuno interessa capire, non c’è nessuno che li veda. Un romanzo che sa di documentario; i nomi dei tre protagonisti potrebbero scambiarsi con quelli di migliaia di pischelli di oggi e il risultato sarebbe invariato.

Giagni sembra dirci che, se domani, tutto questo cornicione romano andasse distrutto coi suoi abitanti, nessuno lamenterebbe il fatto. Le cronache non ne parlerebbero molto, se non con la pedissequa volontà di impietosire momentaneamente.

Chi conosce i quartieri dimenticati di Roma, il disagio sociale, la disperazione che segue e precede l’oggi, non si sorprenderà di questa storia amara. Chi invece conosce soltanto la Roma dei monumenti potrebbe credere che sia un romanzo fantascientifico.

La bellezza della scrittura dell’autore ci dice che è finzione nella misura in cui è tutto vero, una storia fittizia ma pescata con profondità dal torbido delle vite degli altri, quelli che di solito non vogliamo guardare.

Francesca Attiani

Amare oltre. Domani avremo altri nomi di Patricio Pron

Domani avremo altri nomi – Edizioni Sur 2021 – è il romanzo dell’esistere e del resistere che Patricio Pron ci affida.

La storia è apparentemente semplice: una coppia si lascia, un po’ per stanchezza e un po’ per smania di cambiamento, non c’è una vera e propria causa, ne consegue il dolore del distacco.

Noi seguiamo la loro separazione e impariamo a familiarizzare con Lei e Lui attraverso questo allontanamento reciproco. Li guardiamo muovere i primi passi nel mondo senza l’altro, rimparare a camminare da soli.

Lui è uno scrittore, ha con i libri un rapporto viscerale (proprio con l’oggetto-libro), tanto che misura questa perdita attraverso il ricordo dei libri comprati e accumulati da Lei, di quelli non scritti, dei libri inventati per spiazzare divertito un commesso. Il dolore inflitto da Lei, che lascia di colpo la loro casa a Madrid, è tale da portarlo a staccare una pagina si e una no di tutti quei libri dove la vede ancora. C’è nel suo essere scrittore la profondità del lettore, cosa non ovvia, il pensiero costante sulle vite altrui che guarda dalla finestra delle case che abita. Vorrebbe apparire duro e indifferente alla contemporaneità, ma ne subisce le scelte consumistiche e morali.

Lei è un architetto, insoddisfatta del suo lavoro per uno studio che non le permette di liberare il suo estro, cerca il suo vero essere costantemente. Lascia quella casa, quell’amore durato cinque anni, inventandosi di avere un altro. Infligge a Lui un dolore concreto, sceglie di farsi odiare, per non rischiare di farlo vagare in un moto instabile dell’animo. Conosce tanto a fondo Lui da sapere che così gli sarà più facile elaborare la perdita. Le amicizie femminili sono lo scoglio su cui riprende fiato, tutte con vite diverse da lei eppure tutte così vicine. Probabilmente il motivo, non detto, della sua scelta risiede nella volontà di diventare madre.

Attraverso queste due vite Pron ci fa conoscere una generazione, quella di chi si sente libero dalle imposizioni sociali e allo stesso tempo è alla continua ricerca di un perno che dia equilibrio. Una generazione che non ha proprietà, che ha un rapporto con gli oggetti distaccato, senza storia, vive in case provvisorie dove è impossibile costruire qualsiasi cosa.

Eppure sono due vite straordinariamente rappresentative, rompono con qualsiasi tipo di stereotipo (culturale, sessuale, geografico) e vivono molto più intensamente di chi progetta una normalità. Hanno relazioni precarie come il loro essere, eppure sempre di grande intensità.

Questo romanzo non ha nomi, come dice anche il titolo, i nomi potrebbero appartenere a qualsiasi di noi e cambiare come cambiamo, costantemente. È un romanzo liquido, una storia che ha la velocità di un tweet o di un post letto in metropolitana.

Dentro quella casa, che facciamo gli scatoloni per il trasloco ci siamo noi, che non abbiamo oggetti ma ricordi. Si tratta di ricordi senza malinconia, però, come un sapore non più ritrovato.

Per rispetto a chi vorrà leggerlo, non si farà cenno al finale, anche perché meno importante della prima parte del libro: è qui che l’autore argentino sviscera Lei e Lui come una sanguisuga del sentire.

Lei sceglie, in maniera masochista, di mettere fine a quella relazione perché sa che solo così quell’amore potrà raggiungere l’apice, come ad avvertirci che si può amare soltanto la perdita.

Francesca Attiani

Femminile plurale, Maschile singolare. Due realtà a confronto

(…) Maschile ancestralmente singolare e femminile ontogeneticamente plurale.

Giulio, psichiatra e psicoterapeuta

Dieci donne, dieci uomini, venti storie tutte diverse sotto il denominatore comune del lavoro.

Femminile plurale (2019) e Maschile singolare (2021), pubblicati da Round Robin Editrice, nascono in realtà per soddisfare un’esigenza personale di ricerca, ma si rivelano di fatto come un’importante opera di ascolto e osservazione verso le dinamiche che coinvolgono lavoratrici e lavoratori mettendone in luce differenze e criticità: un documento specchio della realtà lavorativa in Italia nel corso di questi ultimi anni.

Giorgia D’Errico ha fondato e coordinato la sezione Giovani dell’Associazione Lavoro&Welfare e ha ricoperto la carica di Capo Segreteria del Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati fino al 2018. Attualmente lavora in Cgil nella segreteria di Maurizio Landini e si occupa di relazioni istituzionali. L’approccio su cui si basano i due libri si fonda su un’impostazione già da principio fortemente interessata alle politiche del lavoro: retribuzioni, orari, sicurezza, sono soltanto alcuni dei punti che vengono toccati nel corso delle interviste.

Un altro lato che emerge, tuttavia, indissolubilmente legato alla sfera professionale, è quello più intimo delle dinamiche familiari e delle vicende personali. Le due diciture plurale e singolare non intendono porsi come un giudizio dell’autrice, quanto a esprimere una constatazione tra le modalità di conciliare i due aspetti nelle donne e negli uomini che sono emerse nel corso delle interviste. Da questi racconti, che spesso prendono la piega di veri e propri flussi interiori, si percepisce infatti una narrazione che se per il femminile contempla una rappresentazione multipla dei ruoli, in cui le donne si declinano come madri, lavoratrici, amiche, sorelle, una declinazione plurale perciò anche in senso comunitario – ne è un esempio il caso di Vanessa, consulente della Valigia Rossa, che svolge un’attività di diffusione per una consapevolezza sessuale dalle donne per le donne, in un’ottica di maturazione anche identitaria attraverso il piacere – per il maschile al contrario prevede la tendenza a scindere singolarmente i vari aspetti, una separazione della vita personale dalla figura professionale, che rimane in ogni caso unitaria: il comandante, il capofamiglia, l’amministratore delegato; un’affermazione della propria persona da riconoscere e distinguere rispetto alla pluralità. Bisogna tuttavia ricordare che queste categorizzazioni si fondano su un linguaggio che ha plasmato la nostra società e che da essa stessa è influenzato secondo uno scambio reciproco continuo.

Articolo 37. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

dalla Costituzione

Basti pensare che se maternità e femminilità formano un nesso dato quasi per scontato e che ancora oggi costituisce un nodo problematico che urge risolvere – vorremmo che storie come quelle di Katia, licenziata durante la gravidanza e costretta a rinunciare ad altri impieghi per una disparità di salario che non le avrebbe permesso di prendersi cura delle sue bambine non fossero più la norma, così come l’annosa questione dei colloqui, il pregiudizio che coinvolge tutte quelle donne che accanto alla realizzazione professionale vorrebbero conciliare quella familiare – rispetto ad altri paesi europei in Italia si fatica a concedere una equità genitoriale agli uomini: il congedo di paternità prevede appena 10 giorni, e senza dubbio anche questo influisce su come la famiglia viene vissuta da ambo le parti. Si trovano perciò voci, come quella di Saulo, osteopata, che in qualche modo si accodano a una certa linea di pensiero e che da questi schemi traggono forza nell’individuare una presunta suddivisione di ruoli prestabili tra uomini e donne nel lavoro e nella gestione della casa, e nell’affermare che: “La donna è diventata troppo forte”. Costituiscono fortunatamente una minoranza, ma è necessario prendere atto della loro presenza per poter operare un cambiamento consapevole. E infatti molte sono le voci maschili che invece si oppongono a questa visione, uomini che come Saro, operaio, rivendicano le proprie responsabilità e la cooperazione nell’ambiente domestico, oppure che come Simone, vigile del fuoco, e Stefano, reporter e insegnante, esprimono il desiderio di essere presenti per i propri figli: un protagonismo paterno, come lo definisce D’Errico, che dal punto di vista degli affetti acquisisce importanza alla luce di un sistema che spesso nega o inibisce un’espressività emotiva maschile.

C’è poi tutta una dualità scaturita dall’impatto che la pandemia e lo smartworking hanno portato nella nostra quotidianità cambiata all’improvviso, la necessità di pensare a nuove strategie, di lavoro ma anche comunicative, in un mondo diverso da quello che fino a qualche anno fa davamo per assodato. Femminile plurale e Maschile singolare si inseriscono, seppur involontariamente, in un momento delicato nella storia del nostro paese, ne colgono un’istantanea in una fase di passaggio significativa, dal lavoro tradizionalmente inteso a quello segnato dalle nuove tecnologie, e in generale inquadrano un’Italia ancora arretrata nel garantire adeguato sostegno a chi lavora e alle loro famiglie. Forse anche per questo l’impronta che lasciano rimane forte lungo lo scorrere delle pagine.

Quella compiuta da Giorgia D’Errico si rivela un’operazione che apre molti spunti di dibattito e di riflessione, che attraverso un’analisi concreta delle condizioni di lavoratrici e lavoratori impone di rivedere le proprie certezze. In questa sede abbiamo voluto riportare quelli che ci hanno colpito di più.

Dalla lettura dei due libri scaturisce la ricerca di un confronto, un dialogo che tra femminile e maschile possa approdare in futuro a una convergenza comune verso una risoluzione collettiva. Risoluzione che, in questo primo maggio all’insegna delle riaperture in sicurezza stabilite dalle ultime disposizioni, ci auguriamo di poter rivendicare al più presto.

Alessandra Nardelli

Scivolare attraverso: La scomparsa dei riti di Byung-Chul Han

Il saggio del professor Han La scomparsa dei riti – Una topologia del presente (Nottetempo 2021) ci porta, fin dalle prime pagine, a fare i conti con ciò che siamo, al nostro essere nella contemporaneità.

I riti, spiega Han, sono azioni simboliche che rendono una comunità tale, momenti della vita che non richiedono una particolare comunicazione quanto il riconoscimento (la conoscenza che ritorna per restare) dell’altro. Attraverso la sfera simbolica l’uomo è riuscito, per secoli, ad abitare il tempo, stabilizzando la sua vita e rendendola resistente agli urti cui ci sottopone.

Questa ritualità ha permesso alle civiltà di sentirsi a casa nel proprio tempo, indugiando con armonia nel mondo, fermandosi a prestare attenzione alla forma. La forma è la chiave di questo saggio filosofico: attraverso di essa si oggettivano le strutture sociali, si pone l’accento sulla cortesia e la gentilezza, ricordandoci di non essere soli.

Tutto questo, nel presente in cui siamo, sembra non poter esserci: la contingenza viene preferita alla durata, le connessioni alle relazioni (non potendo dedicare troppo tempo a nulla eppure senza mai godere di tutto); il consumismo effimero imposto dal neoliberismo ci isola, rendendoci frenetici consumatori.

Non sembra un caso che il disturbo da deficit dell’attenzione sia così diffuso oggi: le informazioni orizzontali che riceviamo non sono mai compiute, ma infinite e mutevoli, così da allontanare per sempre ogni possibile contemplazione. Smettiamo di essere ricettivi per mancanza di silenzio e di vuoto. Non facciamo che riempire ogni istante, presi dall’angoscia dell’horror vacui; così non sappiamo fare altro che fagocitare un accumulo di oggetti e di esperienze che non lasciano nessun segno.

Han non attribuisce colpe in questa situazione, ma affronta lucidamente quanto avviene con le armi della grande filosofia del passato. La mancanza di regole e di forma, ci dice, e questo liberalismo che elogia la libertà individuale al solo scopo di vendere di più attraverso incentivi morali, non permette la profondità del vivere.

Comunichiamo tanto e sempre, senza mai relazionarci. Ognuno rappresenta sé stesso, scalpita per esistere nella rete poiché in questo non-luogo si crede accettato. Una continua soggettività – delle opinioni e delle scelte – che molto spesso non ha nulla a che vedere con la libertà democratica. Si esibisce il proprio stereotipo senza rispetto né ascolto dell’altro.

Ciascuno lavora per autoprodursi, ci si atomizza, ci si spende, come un prodotto da mercificare. Siamo diventati lo spazio pubblicitario di noi stessi. E in questo io provvisorio e incompleto, ci troviamo soli e insoddisfatti. Nel tempo libero, il tempo del riposo, siamo oramai inadeguati a vivere, senza il lavoro non esistiamo perché ne abbiamo fatto il nostro luogo sacro, dove manifestiamo il nostro divino.

Alla partecipazione delle vite altrui, le aziende hanno sostituito l’empatia, questa emozione sfuggevole che avvicina a qualcosa, incarna un desiderio, premiando la malleabilità di ciascun individuo con l’autenticità.

L’ultima riflessione del libro riguarda la sfera sessuale, che in realtà è la grande metafora di tutto il saggio: la differenza tra seduzione e sesso denota, nel primo, un rituale giocoso e misterioso che propone un sé diverso in relazione all’altro, senza avere fretta di coglierne i frutti. Il sesso oggi – sublimato dalla pornografia – si è appiattito, è un prurito momentaneo da soddisfare, che prevede il consumo immediato. Siamo in un’era, ci ricorda Han, post-sessuale dove il gioco è diventato prodotto, l’erotismo una prestazione sportiva.

Un saggio potentissimo, che colpisce al cuore del nostro sterile narcisismo, con l’implicita speranza che ritorni la comunità a scapito della community.

Francesca Attiani

La “flâneuresse” dell’arte, intervista ad Arianna Desideri

«La città è la realizzazione dell’antico sogno umano del labirinto.
A questa realtà, senza saperlo, è dedito il flâneur…».
Walter Benjamin, I “passages” di Parigi, tr. it., Einaudi, 2000, M 6a, 4

Quando ci si iscrive per la prima volta su un qualsiasi social network è necessario pensare a un nome utente che sarà la nostra identità virtuale. Su Twitter e su Instagram è abbastanza frequente scegliere, anche con estro e originalità, un nickname che ci possa rappresentare e raccontare agli altri.

Nella didascalia del suo primo post su Instagram, Arianna Desideri spiega il suo evocativo @la.flaneuresse:

La flânerie rappresenta l’atto di navigare distratti, la condizione di libero attraversamento e scoperta.

Nell’Ottocento il flâneur era colui che girovagava senza meta, lasciandosi trasportare dalle suggestioni della città. Coniando un neologismo al femminile, la flâneuresse è la vagabonda che cerca la bellezza, che osserva con gli occhi dell’arte i dettagli del mondo.”

Dove l’avrà già portata questo suo vagabondare?

Arianna Desideri è una giovane storica dell’arte laureata all’Università di Roma Sapienza. È autrice del volume Roma 70. Interventi e pratiche artistiche nello spazio urbano (Terre Blu, Caserta, giugno 2020). Co-fondatrice con Jacopo Natoli di D.A.P.A. – Derive Azioni Psicogeografie Atmosfere (2019), un collettivo che realizza interventi nello spazio pubblico, individuando zone di confine e liminari: tra questi, Esondare (Firenze, Arno, 2019) e Fairwatching (Torino, Artissima 2019). Ha curato OFF-SCREEN|fuoricampo di Tianyi Xu (2019-) e svolto il ruolo di assistente per KS, The man who smiled too much di Pasquale Polidori (Roma, MACRO 2019). Scrive testi, saggi e articoli per blog, riviste e volumi. Con Dialoghi dell’altrove, eppure in noi (2019-) realizza interviste postali, tra i progetti in corso il bando CURATELA OFFRESI. Inventario per l’avvenire.

La nostra intervista ad Arianna che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Arianna Desideri durante IPERCARNI, deriva postale di D.A.P.A., giugno 2019 – Foto di Andreea Nedelcu

Quando pensiamo alle figure professionali legate al mondo dell’arte spesso diamo per scontato che siano da collocare esclusivamente all’interno di contesti museali o gallerie. Le tue attività di curatela stravolgono i soliti cliché: una “visita non-guidata” sperimentata errando per le sale de La Galleria Nazionale di Roma (31 luglio e 2 settembre 2020), una mostra che ha il suo fulcro in una cabina telefonica in Lightbox + cabina. Doppia transpersonale di Jacopo Natoli (6 – 12 luglio 2020), un ambiente simpoietico virtuale a tempo in FARE FORESTA (piattaforma Zoom dalle ore  00.00 alle ore 24:00 del 13 aprile 2020), una manifestazione performance dal titolo Vogliamo la notte (31 maggio 2020) all’interno di un parco cittadino… Di tutto questo tieni traccia in D.A.P.A., una piattaforma co-fondata con Jacopo Natoli per condividere Derive e Azioni, cartografie Psicogeografiche e Atmosfere. Che cosa vuol dire per Arianna Desideri essere una curatrice?

Per me, “curare” significa letteralmente “prendermi cura di”. È una pratica di prossimità rispetto ad artistə con cui mi trovo a collaborare, è un processo simpoietico basato sull’ascolto e sull’azione, in una dimensione di continuità temporale.

Credo che solo con profondità di dialogo, ricerca, dedizione e progettualità la curatela possa generare delle prospettive inesplorate, sia per l’artista che per il curatore/la curatrice. È un’influenza reciproca potentissima, che contamina le categorie su territori sperimentali.

Imparo molto dagli artisti e dalle artiste, mi apro alle loro visioni, offrendo a mia volta una chiave di lettura sul loro lavoro che non si risolve in un giudizio fugace, ma che mira ad accompagnarli/le verso futuri sviluppi. La curatela è attraversamento, scardinamento: è un sodalizio quotidiano per popolare la vita di nuovi immaginari.

Il rapporto tra arte e città è stato oggetto della tua prima pubblicazione, Roma 70. Interventi e pratiche artistiche nello spazio urbano (Terre Blu, Caserta 2020). Hai definito la Capitale degli anni Settanta un “palinsesto”, perché? Come la vedi, invece, oggi?

Ho definito la Roma degli anni 70 un “palinsesto” perché è stata uno dei centri italiani più attivi del decennio, con un calendario serratissimo di iniziative differenti; perché a Roma è evidente più che altrove, per sua natura secolare, una compresenza pervasiva e magica di sfaccettature, una stratificazione visiva e storica che è da sempre la sua ricchezza e dannazione.

Nel libro ho cercato di mappare alcune esperienze “laterali” rispetto alla narrazione canonica, che si sono relazionate alla città e al suo tessuto sociale. Ad esempio: happening, affissioni, laboratori e interventi a opera di collettivi ancora in ombra (come l’Ufficio per l’Immaginazione Preventiva, la Cooperativa Alzaia).  

Senza cadere in parallelismi anacronistici, mi sembra che a Roma, attualmente, si stia consolidando un panorama indipendente davvero trainante. Basta pensare alla crescita esponenziale di artist-run-space (Spazio In Situ, Spazio mensa, Ex Post, Ombrelloni – solo per citarne alcuni), realtà dove c’è il desiderio di ripensare una trama connettiva artistica all’interno della città oltre i circuiti tradizionali.

Arianna Desideri, Roma 70. Interventi e pratiche artistiche nello spazio urbano, Terre Blu, 2020

Dal 2019 curi un progetto fortemente personale e originale che si serve di un mezzo vintage, la cartolina, per raccontare la contemporaneità. Come è nato e come funziona Dialoghi dell’altrove, eppure in noi?

Da sempre colleziono chincaglierie vintage, sono una frequentatrice (direi ossessiva) di mercatini dell’usato. Amo l’obsolescenza che si dichiara tale e che si apre alla risignificazione: così mi sono appassionata alla mail-art da nativa digitale.

La cartolina è un supporto di vicinanza e di tenerezza, che affronta le peripezie del viaggio in nostra assenza; è un canale parallelo di intimità pubblica; è a tutti gli effetti una superficie estetica con una cornice e un’iconicità.

Dialoghi dell’altrove, eppure in noi è nato dal bisogno di attivare ulteriori modalità comunicative con Jacopo Natoli, artista con cui ho co-fondato D.A.P.A. Poi, durante il lockdown di marzo 2020, impossibilitata a muovermi, ho sentito la necessità di moltiplicare le occasioni di contatto con artistə a me carə, fuori dalle mura della mia stanza e al di là della virtualità.

Ora il progetto si è espanso notevolmente e continuerà a coinvolgere interlocutori/interlocutrici, andando a costituire un archivio in progress di interviste postali su cartolina.

Manifesto di Dialoghi dell’altrove, eppure in noi, (2019-) di Arianna Desideri

Questi dialoghi sembrano avere una continuità nell’open call in corso da te promossa, CURATELA OFFRESI. Inventario per l’avvenire. Il bando, a cui si può aderire fino al 2 maggio 2021, è diretto ad artistə che svolgono una ricerca nel campo delle arti visive e performative, ed è parte del palinsesto di ISIT.exhi#001, una mostra di ISIT.magazine presso Spazio In Situ (Roma). Quali stimoli hanno dato vita a questo nuovo progetto?

CURATELA OFFRESI è nato in seguito all’invito da parte del team ISIT (Alessandra Cecchini, Federica Di Pietrantonio, Andrea Frosolini) a partecipare alla mostra ISIT.exhi#001, una collettiva di contributor del numero 2 di ISIT.magazine.

Mi sono chiesta quale format potessi elaborare per sperimentare un paradigma che rispecchi – e allo stesso tempo metta alla prova – la mia pratica curatoriale. Ho quindi deciso di puntare sulla processualità, di fare di una mostra un moltiplicatore di connessioni e collaborazioni, entrando in contatto diretto con artistə a me ancora sconosciutə.

Per tutta la durata di ISIT.exhi#001, incontrerò artistə selezionatə tramite open call all’interno dello spazio espositivo e, in particolare, dentro una tenda che costruirò appositamente: una tenda-fortino come setting relazionale che evoca l’infanzia, una tana-rifugio dove raccontarsi segreti e immaginare mondi fantastici.

Con ogni artistə avvierò un dialogo specifico, su misura, ascoltando e dando vita insieme a progetti presenti e futuri.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Arianna Desideri?

Effettivamente, ci sarebbero infiniti consigli di lettura.

Ne scelgo due, a me molto cari: Autoritratto di Carla Lonzi, per ricordarsi che non c’è sperimentazione senza il coraggio di abbracciare la crisi; Specie di spazi di George Perec, per cercare instancabilmente altri linguaggi per descrivere ciò che ci circonda.

Immagine in evidenza: Screen da FARE FORESTA, ambiente audio-visivo su Zoom, a cura di John Cascone, Arianna Desideri e Jacopo Natoli, 2020, per gentile concessione

Maria Baffigi

Sotto l’arcobaleno di Queerographies, intervista a Gian Pietro Leonardi

“I would venture to guess that Anon,

who wrote so many poems without signing them,

was often a woman.”

Virginia Woolf, A Room of One’s Own, 1929

Scrittori e scrittrici, lettori e lettrici sono legati indissolubilmente: nel bisogno di dare voce alle loro storie da una parte, nel bisogno di trovare in quelle parole un rifugio, un’evasione e una cura dall’altra.  Spesso andiamo alla ricerca di storie affini, che ci somiglino e rappresentino. Non è (stato) sempre così scontato.

Oggi ripercorriamo la letteratura attraverso i libri e gli spunti di riflessione che ci ha suggerito Queerographies.

Queerographies è un blog (più le pagine social) che tiene traccia di come le sessualità non normate vengano raccontate nel nostro paese presentando, ogni giorno, le novità librarie a tematica LGBTQIA+. Arricchendosi nel tempo, il catalogo dei testi mappati è diventato un vero e proprio archivio digitale consultabile e interrogabile grazie a un funzionale repository.

Ideatore e curatore del progetto è Gian Pietro Leonardi, dottore di ricerca in letterature di lingua inglese e studioso indipendente di cultura letteraria LGBTQ. Tra le sue pubblicazioni: L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza (Il Mulino, 2016), l’introduzione a Mr Bennett e Mrs Brown di Virginia Woolf (Rogas, 2015), e con Francesco Gnerre, Noi e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay (Il dito e la luna, 2007). Insieme a Nadia Fusini e Valeria Gennero ha organizzato il convegno internazionale “L’arte del desiderio” (Firenze, 17 – 18 marzo 2011).

La nostra intervista a Gian Pietro che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Scorrendo le pagine di Queerographies abbiamo l’impressione di trovarci dentro una vera e propria biblioteca digitale che ci invita a “prendere un libro” tra le tante proposte editoriali consigliate. Come e quando nasce l’idea di creare un archivio dedicato alle pubblicazioni LGBTQIA+ in Italia? Motivi di studio, assenza, esigenza?

Queerographies nasce qualche anno fa con l’idea di offrire ai visitatori una vetrina virtuale sulle ultime uscite editoriali LGBTQIA+ in Italia. Da “sempre” le persone che non si riconoscono nella norma eterosessuale hanno cercato nei libri altre persone come loro, che vivessero le loro stesse esperienze e le stesse passioni, non avendo una “famiglia naturale” d’appartenenza in cui rispecchiarsi.

Nel corso dei secoli, alcuni libri e i loro autori/autrici sono diventati persino un correlativo oggettivo dell’omosessualità, basti pensare a quello che è successo con Oscar Wilde o Radclyffe Hall. Il mondo dell’editoria non ha mai del tutto raccolto questa esigenza, anzi in alcuni casi ha contribuito a disorientare i lettori e le lettrici, celando o cancellando l’omosessualità dai testi in nome di una presunta universalità della letteratura. Ora, però, finita anche la (breve) stagione delle case editrici specializzate, il mercato sembra stia cambiando e le pubblicazioni queer sono diventate essenziali in ogni catalogo che si rispetti.

Chi visita Queerographies trova un catalogo aggiornato quotidianamente e il più rappresentativo possibile delle comunità queer: una mappa attraverso la quale orientarsi e crearsi un percorso di lettura personalizzato, non mediato da giudizi o pregiudizi (ad esempio verso generi minori come i manga, il fantasy o i romance m/m, o verso libri pubblicati in proprio).

Nel corso degli anni Queerographies è diventato inoltre un archivio digitale utilissimo non solo per i lettori e le lettrici, ma anche per gli studiosi e le studiose di letterature LGBTQIA+ che nel sito trovano un repository per le loro ricerche.

Queerographies | Risultati della ricerca per: Pier Paolo Pasolini https://queerographies.com/?s=pier+paolo+pasolini

Riuscire a definire i contorni della letteratura queer non è molto facile. Luca Starita, in Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana (effequ, 2021), si è messo alla (ri)scoperta delle personalità più interessanti della storia della letteratura italiana, nel loro universo più intimo e celato, per provare a smascherarne i lungamente velati silenzi. Anche Tommaso Giartosio ha scomodato la tradizione per offrirne un’interpretazione controcorrente in Non aver mai finito di dire. Classici gay, letture queer (Quodlibet, 2017). È arrivato il momento di guardare la letteratura attraverso nuove lenti?

Hai ragione è davvero difficile dire cosa sia la letteratura queer, soprattutto negli ultimi tempi nei quali anche le istanze identitarie più militanti di alcuni scrittori sembrano essersi spente o almeno affievolite. Già qualche anno fa Francesco Gnerre ed io (in Noi e gli altri, 2007) avevamo fatto notare che qualcosa stava cambiando, stavamo entrando in una dimensione culturale “post-gay”.

Per molti scrittori e molte scrittrici l’essere queer non rappresentava più un problema su cui costruire una storia, anzi era un dato di fatto. Il superamento dell’identità come mito fondante della letteratura queer ha agito profondamente nell’immaginario collettivo, liberandola dal “ghetto” delle comunità d’appartenenza e aprendosi all’editoria mainstream. Non so se questo sia stato solo un bene, ma di sicuro ha permesso che molti più lettori e lettrici potessero avvicinarsi a questo modo di fare letteratura. E forse non è un caso se alcuni di quelli che vengono considerati o percepiti come classici della letteratura queer contemporanea (sto pensando ad esempio a Brokeback Mountain (1998) di Annie Proulx, Chiamami col tuo nome (2007) di André Aciman e Una vita come tante (2015) di Hanya Yanagihara) siano stati scritti da persone che non si identificano come gay.

Per ritornare alla tua domanda dunque, faccio nuovamente ricorso a Francesco Gnerre, pioniere degli studi letterari lgbt in Italia. Nel 2000, anno del Giubileo ma anche del primo World Gay Pride a Roma, Francesco Gnerre pubblicò L’eroe negato, un saggio importantissimo che indagava la presenza dell’omosessualità nella letteratura italiana del Novecento. Venti anni più tardi, il libro è stato ripubblicato in maniera ampliata e rivista con il titolo La biblioteca ritrovata(2020). Dalla negazione alla scoperta: proprio nella differenza di questi due titoli si può scorgere quanto sia cambiato il mondo e il modo di approcciarci alla scrittura delle persone non eterosessuali. Con questo non voglio dire che sia un percorso terminato e che non ci sia nulla da aggiungere, anzi. Il discorso di Luca Starita in qualche modo si inserisce nel solco tracciato da Francesco Gnerre, attualizzandone le domande e le istanze, mentre Tommaso Giartosio interroga il presunto canone lgbtq+ per osservare quanto questo possa incidere sul nostro presente, ma la sua analisi non si limita a questo e si fa più interessante quando applica il filtro queer alla letteratura, indagandola da una posizione d’eccezione.

L’anno scorso Franco Buffoni ha pubblicato Silvia è un anagramma (2020) che è un vero e proprio (e sacrosanto) atto d’accusa contro il “neutro accademico eterosessuale” invitando i lettori e le lettrici ad annoverare il fattore “o” (come omosessualità) nel novero delle possibilità di lettura della vita e dell’opera di Leopardi, Pascoli e Montale.

È arrivato dunque il momento di guardare la letteratura attraverso nuove lenti? Quel momento è sempre stato presente.

Queerographies | [Silvia è un anagramma] [Franco Buffoni] https://queerographies.com/2020/08/05/silvia-e-un-anagramma/

Sotto la forma di un ritratto autobiografico o servendosi della finzione narrativa la scrittura può diventare un’occasione di riflessione, di condivisione, di espressione libera del proprio io. Per chi legge significa ritrovarsi in quelle parole, immedesimarsi in quelle emozioni. Quanto è importante leggere per la propria crescita personale?

Nella lettura noi queer abbiamo sempre cercato uno spazio sicuro: un luogo dove riconoscerci, sentirci accolti e crescere. Non avendo un modello familiare di riferimento abbiamo problemi a identificarci in una norma che non sentiamo nostra. Così come fatichiamo a muoverci in ambienti a volte ostili come scuola o lavoro. Nella lettura possiamo sentirci finalmente a casa, trovare cittadinanza e non essere giudicati. Impariamo a leggere oltre il testo, codici e linguaggi nostri.

È vero che alcuni sentimenti sono universali, ma è altrettanto vero che alcune esperienze sono esclusive del mondo queer. Nessunǝ eterosessuale è chiamato a far coming out, si dà per scontato che lui, lei o loro lo siano. Molte volte il primo coming out lo facciamo proprio attraverso i libri, verso quel personaggio o quell’eroina che ci ha fatto prendere una cotta. Nei libri possiamo trovare conforto, cura e ascolto, cose che oggi si possono trovare anche nelle librerie specializzate: Nora Book & Coffee a Torino, Antigone a Milano, Igor a Bologna o Tuba a Roma, per fare qualche nome.

Recentemente la poeta scozzese Jackie Kay ha dichiarato che leggere Audre Lorde le ha permesso di scoprire che esistevano altre persone come lei, nere e lesbiche, anche all’interno dello stesso movimento omosessuale, tuttora ancora prevalentemente bianco e cisgender. La lettura è dunque il compimento di un duplice movimento, di conoscenza verso sé stessi e di scoperta di mondi diversi dal nostro.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Queerographies?

Il primo libro che mi è venuto in mente pensando al vostro nome è stato Autobiografia del rosso di Anne Carson, ripubblicato a fine 2020 da La nave di Teseo, con la traduzione di Sergio Claudio Perroni. Si tratta di un romanzo in versi che rilegge liberamente il mito greco di Gerione, il gigante a tre teste al quale Eracle deve sottrare la mandria di vacche rosse consacrate ad Apollo per completare la sua decima fatica. Nella rivisitazione moderna di Anne Carson, Gerione è un giovanissimo mostro rosso alato canadese abusato dal fratello maggiore. Ha quattordici anni quando incontra Eracle per la prima volta e se ne innamora. Anni dopo in Argentina i due si incontreranno di nuovo, ma questa volta Eracle è accompagnato dal suo nuovo amante Ancash.

Non racconto di più, ma vi invito a leggerlo se non lo avete ancora fatto. Lo stile di Anne Carson è così ricco e unico che non potrà non conquistarvi.

Anne Carson, Autobiografia del Rosso (1998), traduzione di S. C. Perroni, La nave di Teseo, 2020

Dal martedì alla domenica su Bianco Critico proponiamo un brano di un libro accompagnato da un’opera d’arte, alternando rubriche tematiche (In Libreria, Classici, Illustrazioni, Contemporanei, Teatro, Poesia). E se immaginassimo un giorno con Queerographies?

Sceglierei questi versi della mia amatissima Adrienne Rich:

Il silenzio può essere un piano

rigorosamente eseguito

la cianografia di una vita

È una presenza

ha una storia // una forma

Non confonderlo

con alcun tipo di assenza

tratti da Cartografie del silenzio, tradotti da Maria Luisa Vezzali e ripubblicati in Italia da Crocetti nel 2020. A corredo ho scelto un’opera di Linder Sterling, She/She del 1981.


Linder Sterling, She/She, 1981, printed 2007, Tate, Londra © Linder 

Per l’immagine in evidenza si ringrazia per la gentile concessione Gian Pietro Leonardi.

Maria Baffigi

Le colpe dell’innocenza. Quel luogo a me proibito di Elisa Ruotolo

Un romanzo che è una riflessione intima sullo stato della propria vita, una confessione privata di ciò che si è diventati o non diventati: Elisa Ruotolo racconta un sentire che è il suo e insieme quello dei suoi avi.

Quel luogo a me proibito, Feltrinelli 2021, è un diario della vergogna sommersa, quella che l’educazione del non detto spesso coltiva, un senso di colpa e di responsabilità per le vite degli altri che già da bambini invade il proprio essere.

La protagonista è una donna, prima bambina, che si guarda indietro per cercare i motivi che l’hanno resa una conchiglia chiusa al mondo. Sente di aver raggiunto i quarant’anni senza aver vissuto, il tempo non lo ha mai afferrato e così l’ha perduto tra dubbi senza risposta e capolavori di obbedienza.

Le vite insoddisfatte della madre e del padre, persone umili abituate alla fatica ma non alla tenerezza, fungono da modello per questa bambina, che cresce con la sola idea di non deludere le loro regole. Vorrebbe sapere di più dei suoi nonni, delle persone che hanno abitato il suo sangue prima di lei, vorrebbe conoscere se stessa attraverso i racconti degli adulti. Ma queste parole implorate non arrivano. Il silenzio della vergogna, per un passato solo avvertito, ma che aleggia come uno spettro sulle loro vite, la inibisce di fronte a ogni possibilità di vivere.

Come una spugna ipersensibile, sente su di sé la somma del dolore altrui, la colpa che la chiesa cattolica attribuisce alla carne e specialmente alla figura femminile. Lo stato di paura con cui viene cresciuta è tipico di molte famiglie all’antica – nel senso peggiore del termine – che educano alla non-libertà, a non fare per non venire giudicati. Una società paesana nella quale il mancato pettegolezzo su di sé viene barattato a costo della felicità.

La bambina che osserva gli altri vivere, ne invidia la spensieratezza; ha timore del mondo maschile che vede, così violento nelle parole, sporco nella gestualità. Non ha esempi di amore né di umanità, la bambina cresce pensandosi immortale, ferma stoicamente entro il limite che la separa con l’inferno che sta fuori.

In questo modo, si rende invisibile agli altri, si isola in una bolla temporale che oscilla tra il luogo interdetto della memoria e il presente che scorre. Non riesce a fermarsi in nessuno dei due.

Il rifugio diventano i libri, come spesso accade, dove la libertà è a portata di mano.

Un giorno questa donna quarantenne, che non aveva mai incontrato un uomo né l’amore, incrocia provvidenzialmente Andrea. Lui cerca di salvarla, tenta di aprire le sue imposte per fare finalmente luce, pur rispettandola nei suoi tempi e nei suoi limiti. Ma il corpo è ancora un territorio inesplorato, il cuore non è allenato per le scosse della vita.

Quel luogo proibito sono i ricordi, sono i giochi, sono le corse perdifiato, sono gli sbagli, sono i rimorsi, sono gli abbracci, sono la vita della madre da bambina, sono la nonna che cresce una figlia da sola, l’amore tra i suoi genitori, la spiegazione alle cose che accadono, l’amore, il sesso, il fidarsi dell’altro, abbandonare il proprio corpo al desiderio, smettere il controllo, arrendersi alla finitudine.

Francesca Attiani

Il racconto audace e famelico dell’incomunicabilità: L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito

Di racconti sulla provincia ve ne sono molti nella narrativa italiana; di racconti sulle disuguaglianze sociali, sui diritti negati, sulle storie di abusi e violenze ve ne sono altrettanti. Ma questo romanzo non è una narrazione sulla periferia, non del tutto almeno. È una storia che stringe, che sta stretta, che scalcia e fa soffrire. È una storia, una voce, quella di una giovane ragazza dal nome misterioso che reclama la nostra attenzione, l’attenzione che un mondo intero sembra averle sempre negato.

Ebbene, la nostra attenzione viene letteralmente mangiata da questa giovane attorno alla quale ruotano le vite degli altri personaggi che incontriamo sfogliando le pagine. G. é solo una bambina all’inizio del romanzo, vive una vita che percepisce quasi inconsapevolmente, costretta a giocare con suo fratello maggiore in uno spazio di pochi metri quadri con la sua famiglia che lotta per il diritto ad ottenere una casa popolare. G. vive una dura realtà, che è quella della provincia, una provincia che non viene raccontata come degradante o fatiscente -sebbene il più delle volte lo sia- ma che diventa il luogo di una nuova possibilità di riscatto, slegandosi dalla retorica stantia che la contraddistingue. È la periferia a nord di Roma, Anguillara Sabazia, dove la famiglia della giovane protagonista si trasferirà dopo anni trascorsi a Roma, a combattere per ottenere il diritto ad abitare una casa degna di potersi chiamare tale.

La famiglia appunto, altro elemento fondamentale del romanzo -che può per certi aspetti anche considerarsi di formazione- si radica all’interno delle pagine che leggiamo come un’edera infestante, è costantemente presente nella ricerca disperata di un riscatto sociale. Non è una famiglia facile; con un padre disabile costretto sulla sedia a rotelle a causa di un incidente sul lavoro -non coperto da assicurazione- quattro figli da dover crescere ed accudire e una madre ostinata e caparbia che carica sulle sue spalle tutto il peso del suo piccolo mondo come un moderno Atlante. Colei che con forza, coraggio, determinazione ed ostinazione combatte e lotta per ottenere diritti per la sua famiglia è Antonia, la figura femminile che sarà per tutto il romanzo presenza viva e contrapposta a quella della nostra giovane protagonista.

G. crescerà un po’ all’ombra di sua madre tanto da venirne oscurata -in paese tutti la riconoscono come “la figlia della Rossa”- anche se Antonia cerca costantemente di proteggerla ed educarla nel rispetto del valore dell’onestà.

“Quando mi azzardo a farle notare che le cose di tutti è come se non fossero di nessuno lei mi risponde: Levati ora questa idea dalla testa o diventerai una donna cattiva.”

Il rapporto che si creerà tra queste due imponenti figure sarà conflittuale e la presenza ingombrante della madre porterà G. a sentirsi soffocata e a lottare costantemente alla ricerca e alla sopravvivenza di sé rendendola una donna intelligente e talentuosa ma carica di desiderio di rivalsa.

Questo romanzo prende tutta la sua forza da un desiderio di riscatto, da urlo di rabbia che dirompe e sfonda il muro dei temi sociali, dei racconti di povertà, dei soprusi e dei diritti mancati del lavoro; è un desiderio di comunicare ciò che non si riesce ad esprimere, cioè che resta sommerso nei meandri di una pozza oscura e torbida d’acqua. 

Da qui il Lago, quello di Bracciano, che fa da sfondo alla storia, che un po’ la inghiotte in sé, così come fa la figura di G. che a sua volta è assorbita dalla sua stessa violenta rabbia.

Il Lago è una metafora o forse solo una presenza misteriosa ed inquietante che si fa simbolo di questa incomunicabilità, che nasconde in sé tutto ciò che vi si immerge, che non permette di essere scrutato.

Giulia Caminito pubblica questa storia per Bompiani proprio a gennaio di questo anno e la sua scrittura così audace e a tratti cruenta rende incapace il lettore di poter opporre resistenza alla forza sconvolgente della protagonista, alla sua indomabile essenza. 

Quello che più colpisce nella lettura di questo romanzo è infatti proprio lo stile, la narrazione, la scrittura che si tinge di tonalità cupe ma che è tanto ricca da riuscire a pervadere completamente il lettore facendolo immergere nella dura realtà raccontata.

G” l’iniziale che accomuna il nome della giovane scrittrice con quello della nostra giovane protagonista, famelica, indomabile, insaziabile.

È l’iniziale di un nome che non troverete in questo spazio ma che scoprirete da soli perché vi verrà svelato nel modo più inaspettato durante la lettura, in un momento che saprà emozionarvi e commuovervi. 

Giulia Pace