Veronica Raimo, Niente di vero. Verità e immaginazione

Sentirsi in famigliaclima familiareessere accolti come uno di famiglia
In principio era la famiglia

La famiglia è anche il titolo di un film di Ettore Scola, che si apre e si chiude con una fotografia: l’archetipo che registra e scandisce il tempo oggettivo ma lascia aperto lo spazio necessario per concepire le storie sotterranee, i non detti, i fatti non ufficiali. Il vero e il falso
Si può parlare di storia familiare ancor prima di storia individuale, di un prima che inevitabilmente finisce per contaminarci. 
Le prime immagini di vita, quelle della storia individuale, restano contorni irregolari, abbagliati da un flash intermittente. Poi si tirano le somme, l’essere nel mondo si traccia da una parte con il rigore dell’albero genealogico, dall’altra con quello che potremmo definire inconscio fotografico, che interpreta l’identità, non la definisce mai. 

Come la fotografia, la letteratura ha il potere di illuminare la fessura dell’interpretazione e Niente di vero ne anticipa già dal titolo l’essenza: uno spazio che discende e a sua volta genera l’impostura. 

Esiste la verità o piuttosto dovremmo parlare di manipolazione? 
Non esistono ricordi veri perché ricordare significa richiamare al cuore.

Veronica è la protagonista di Niente di vero e consegna al lettore un monologo a braccio che ha tutta la carica emotiva del ricordo, una serie discontinua di vicende e riflessioni altalenanti tra passato e presente. Per questo non si tratta di memoire né di autofictionNiente di vero è un romanzo in tutta la sua complessa e antieroica narrazione.

C’è il copione perfetto della famiglia disfunzionale: l’ansia capillare di una madre che schizza tra i cavi telefonici per raggiungere i figli ovunque si trovino; il sottofondo fluttuante di Radio 3 a vegliare la depressione materna, che fodera le pareti casalinghe; un padre con la mania di fasciare e disinfettare, di innalzare muri, stanze dentro le stanze. C’è un fratello con il quale condividere infiniti pomeriggi di noia barricati nel cartongesso, immacolati come bambole di porcellana. 

Veronica si trascina tra i segmenti disorganizzati della sua personale costellazione: le amicizie, gli amori, i viaggi, le fughe. È una struttura fragile, non si organizza su una trama né si affida a un epilogo da romanzo di formazione

La casa di Veronica è una matrioska, lo è Veronica stessa, ne leggiamo la scomposizione e la ricomposizione non consequenziale: il grande si incastra a forza nel piccolo e viceversa.  
La voce arriva chiara e sferzante, in molti ne hanno esaltato la vena comica riducendo la potenza e la complessità del romanzo a un binomio con la risata.

Ma Raimo ha parlato di vicende personali? Fino a che punto l’autrice coincide con la protagonista? Quanto c’è di vero dei fatti narrati? Questi i temi ricorrenti tra interviste e recensioni sul romanzo. 
Credo che la questione centrale abbia più a che fare con l‘elaborazione, con lo scarto tra versioni di vissuto: ciò che è, ciò che è stato e ciò che decidiamo di raccontare e raccontarci, consapevoli o meno.

Le bugie in Niente di vero diventano l’ossatura del romanzo, il filtro tra la protagonista e l’altro, una modalità di approccio imprescindibile. La menzogna definisce il personaggio in una serie di versioni a uso e consumo del prossimo, tanto che nessuno sguardo sembra essere privilegiato, né quello del lettore a cui è rivolta la narrazione, né quello di Veronica stessa. 
Il paesaggio che Veronica osserva dalle sue finestre interrotte da tramezzi è la metafora dell’anti – parabola che si dipana pagina dopo pagina: ci si accosta a una porzione, mai all’insieme.  

Se «la verità è una questione di immaginazione» come scriveva Ursula K. Le Guin – autrice che cito perché molto cara e affine alla Raimo – allora il romanzo è l’unico strumento con cui è possibile gestire ciò che chiamiamo verità attraverso la narrazione.

Cos’è la scrittura, o più in generale l’arte? Uno spazio in cui distruggere, anche se è la stessa Raimo, ad ammonire dalla prima pagina del romanzo: 

«A volte scriviamo non per elaborare un lutto, ma per inventarlo», riflette Veronica in un passaggio in cui si confronta con un’amica su una domanda impossibile: perché i romanzi italiani parlano tutti di legami di famiglia e di mezzo c’è sempre un lutto? 

Gaia Palombo

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Planimetria dell’abisso: L’Atlante delle case maledette di Francesco Bianconi

a cura di Francesca Attiani e Gaia Palombo 

Dimitri, costretto in casa dalla minaccia di un Virus, passa in rassegna la geografia di tutte le case che ha abitato o quantomeno varcato nel corso della sua vita, stilando uno schedario dettagliato dei luoghi significativi. Il protagonista, alter ego dell’autore, abita nelle illustrazioni di Paolo Bacilieri.

RINASCITA

Coloro che negli anni hanno conosciuto e amato la scrittura di Francesco Bianconi, si troveranno come davanti a un punto di svolta, già assaporato con l’uscita di Forever, suo primo album da solista in cui emergeva un cruciale processo di disvelamento dell’autore. Impossibile separare Forever da Atlante delle case maledette (Rizzoli Lizard, 2021), che di nudità e franchezza è costituita l’ossatura. 
Quella preghiera contro il male, quell’autentica ricerca del bene che Bianconi canta in Forever sono il frutto più completo di un lunghissimo percorso di consapevolezza, un annientamento progressivo del nichilismo che lascia spazio a una speranza pura. 
Per questo forse Atlante delle case maledette è il romanzo che più di tutti si avvicina al Bianconi musicista, in cui le immagini che ricorrono hanno il sapore di vecchi, affezionati ascolti. 
Così Dimitri discende nell’abisso attraverso i metri quadrati delle case della sua vita, quelle in cui qualcosa è rimasto, in qualche modo, come un fantasma che ha vita propria. 

Mai come in questo ultimo anno abbiamo amato, esplorato, disprezzato, arredato, contemplato le nostre case, trovato in esse riparo dalla violenza del fuori, di una primavera spiata dalle finestre, come romantici spettatori attratti e impauriti. Ci siamo schermati con reticoli di foglie tropicali, catene di luci, candele e cuscini sui nostri balconi di tendenza, abbiamo fatto yoga, meditato e creduto nell’illusione di un tempo clemente. 
Esaurita la superficie di muri e mobili, ci è stato restituito il nostro dentro e non abbiamo potuto ignorarlo. Così accade che Appena una porta si chiude dietro a un uomo/Succede qualcosa di strano/non c’è niente da fare/ è fatale, quell’uomo comincia ad ammuffire, scriveva Gaber, e annega nel labirinto della sua mente, che è esso stesso una casa. 

È davvero della casa che abbiamo bisogno per conoscere noi stessi nel profondo?
Questa la domanda che ha mosso le mie riflessioni su Atlante delle case maledette, quanto conta il fuori?
Così ho pensato a un sogno che feci tempo fa: su una spiaggia, di notte, le onde del mare sommergevano lentamente le lenzuola del letto. Il senso di colpa e l’inquietudine che l’immagine restituiva erano sintomi di un rifiuto più grande, quello del fuori percepito come violazione e non come occasione. 
La costruzione finalizzata all’abitare statico equivale ad aggrapparsi disperatamente a un guscio vuoto; la casa a cui tendere è invisibile, fatta di un concentrato di possibilità, di ciò che è stato e che deve ancora essere, di dentro e fuori

Una casa in cui Io sono qui per arruolarmi/ Amare e piangere con te/ Per vedere quale guerra scoppierà, e che somiglia molto più alla strada, alla trincea da cui lottare. 
La notte ora è bellissima, senza il tetto, con i piedi nell’acqua. 

PARTICELLE

È un atto di coraggio quello affrontato da Bianconi, un artista che appare completamente nuovo, non nella proiezione futura di sé, quanto nella riconquista della sua sfera interiore. In queste pagine fa i conti con l’interno, quello degli spazi chiusi e quello del sentire, combatte con i propri demoni ritrovandoli nei feticci che ci circondano: oggettivizza la paura di Dio in un Cristo di plastica che ha turbato la sua infanzia e compromesso il suo percorso di fede; la gioia in un fustino del Dash che conteneva tutti i suoi giochi e i suoi mondi immaginari di bambino; ha visto in una confezione di uova l’amore familiare; in un cerbiatto di gesso la sua solitudine rimasta confinata in una casa al mare fino a oggi; animali fantastici e fantasmi reali lo hanno impaurito e protetto in queste scatole di morte e di vita, sempre uguali con noi diversi a camminarci dentro.

Chiudere. Serrare le imposte e le porte, restare dentro. La casa come posto/porto sicuro, simulacro della nostre angosce e riparo dalle brutture del mondo, non funziona più: la casa è il contenitore della nostra esistenza solo se questa la attraversa in perenne moto, senza fermarsi mai, la casa come rito di passaggio da una strada all’altra. 

Con il racconto delle case che ha vissuto, e non solo abitato, Bianconi decostruisce la casa come un architetto della sottrazione. Asporta pezzi di struttura per cercare le esistenze dimenticate, ripercorre le stanze che ha attraversato fin dall’infanzia, ritrovando le persone che hanno caricato elettricamente quei muri, provando di nuovo le emozioni di quel momento lontano che risolvono il se stesso di oggi.
Isolati ma senza un’isola di riferimento. L’unica possibilità di salvezza, durante questa pandemia, sta nel tramutare questa condizione eremitica in allontanamento visivo: mettere a fuoco le cose del mondo da una certa distanza, ricalibrare il senso e vedere più nitidamente di quando non facessimo standoci dentro. Bianconi sembra aver riconquistato questa visione: il Francesco – o meglio Dimitri, suo alter ego letterario – di oggi, appare più sereno, un uomo riemerso dalle proprie ansie, che ha finalmente la consapevolezza per riattraversare quelle porte. Ha affrontato un viaggio tumultuoso, seppur statico, che lo ha risucchiato in un vortice psicoanalitico di grande sofferenza ma, anche, di grande libertà.

Nicola Lagioia, La città dei vivi. Storia di un assassinio dilettante

Roma, marzo 2016, al decimo piano di Via Igino Giordani, quartiere Collatino, viene ritrovato il corpo senza vita del ventitreenne Luca Varani, torturato per ore da Manuel Foffo e Marco Prato a colpi di coltellate e martellate. Da questa tragedia priva di logico movente ha inizio l’indagine di Nicola Lagioia, premio strega nel 2015 con La ferocia e direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino. 
La città dei vivi (Einaudi 2020) è un ricco e profondo resoconto, frutto di quattro anni di intensa ricerca, interviste e studio minuzioso sul caso, affrontato in tutte le sue complesse sfaccettature. 

La città dei vivi è un libro difficile perché si insinua nelle pieghe più dure e oscure di un evento che ha segnato chi ne era coinvolto e chi ne era spettatore. L’abile scrittura di Lagioia trascina senza indugio, nonostante la mole di pagine e di contenuto la lettura è scorrevole nella puntualità del lessico e nel ritmo. 
Attorno all’omicidio di Luca Varani ruotano una serie di tematiche collaterali: grande pilastro narrativo è Roma, all’epoca dei fatti senza guida politica ma con ben due papi, città ossimoro infestata da topi, gabbiani, monnezza e corruzione, in cui la vitalità trabocca quanto il ristagno. La geografia urbana è impossibile da tracciare nella disarticolata alternanza di centri e periferie, sembrano non esistere confini. A Roma è tutto grande: bellezza e sfacelo, imponenti, si confondono a tal punto da diventare indistinguibili.
Una perla l’apertura del libro, che sembra omaggiare il cinema del miglior Sorrentino: scene al limite tra surreale e grottesco, lo sguardo tra un alto che è monumentale e sublime e un basso che è caos e informe.
Questa narrazione parallela della città, tra la disarmante magnificenza e l’apocalittico collasso, torna come elemento integrante della storia a dimostrazione del forte nesso tra l’omicidio e il contesto in cui si è consumato.

La città dei vivi è un libro ricco di testimonianze raccolte da Lagioia, completamente calato nei luoghi della vicenda con tutte le persone più o meno coinvolte, ma è anche un appassionante contenitore di riflessioni, tra cui una, che mi sembra quella portante, sul concetto di tragedia
La tragedia, che nella sua crudele perfezione «sembra intagliata dalle mani di un dio» (Lagioia), ha una sua ben precisa e spigolosa struttura, difficile da accogliere perché porta con sé l’inaccettabile principio di irreversibilità. 
Ne La città dei vivi la tragedia è come una secchiata d’acqua gelida, un evento piombato a capofitto e incomprensibile.
Cosa è successo a due ragazzi apparentemente normali? Cosa li ha spinti a seviziare un ragazzo per tutto quel tempo? La risposta non ce la forniscono neanche i protagonisti, che anzi sembrano chiedere disperatamente una spiegazione ai loro accusatori per il delitto commesso. Su questo aspetto Lagioia pone l’accento in modo particolare: uno dei momenti più toccanti del racconto è quando Manuel Foffo, dopo aver dormito a poca distanza dal cadavere di Luca Varani, esce di casa per recarsi al funerale dello zio con suo padre. Durante il viaggio, ancora stordito dai giorni passati tra alcol e cocaina, Manuel confessa di aver commesso un omicidio, consegnando alla realtà quello che fino a poco prima poteva essere solo un incubo privato. In quel momento così assurdo per una confessione, che neanche l’immaginazione più fervida di uno scrittore avrebbe mai potuto partorire, Manuel ammette di non conoscere il malcapitato. Aveva torturato in casa sua, per ore, uno sconosciuto. 
A questa incapacità di elaborare la tragedia contribuisce la comunicazione sghemba e goffa massmediale, che tende a spettacolarizzare la realtà tragica collocandola su un piano di finzione, quasi cinematografico.
Questo meccanismo di riempire il timore del nulla con ulteriore nulla è un tentativo di rimozione, perché cercare il mostro da sbattere in prima pagina vuol dire circoscrivere il male e gestirlo come altro da sé, quindi non comprenderlo. La letteratura, in questo caso la penna di Lagioia, è invece un bisturi impietoso che si addentra in quel tormento e ne restituisce l’autenticità, ribalta l’idea che uccidere sia una pulsione momentanea, una forza superiore implacabile, punta i riflettori non tanto sul ruolo di vittima ma su quello di carnefice, con il quale è certamente più complesso identificarsi. La paura di subire è forse innata, quella di infliggere un dolore non è contemplabile.

In che modo il caso Varani è figlio dei nostri tempi?
Sicuramente lo è più che mai per via della fragilità estrema di cui sono vittime i due colpevoli, incapaci di esercitare anche il minimo controllo sulle azioni e sugli eventi. 
Letteralmente sopraffatti, Marco e Manuel non distolgono mai lo sguardo dal riflesso di uno specchio che li vede miseri e nudi nella loro solitudine. Vedere l’altro come possibilità e non solo come ostacolo e giudizio avrebbe impedito loro di infierire su un corpo con quella gratuità, perché tanta violenza è possibile quando non si ha alcuna capacità di riconoscere l’umanità altrui e propria. 
Mi chiedo quanti chilometri debbano aver percorso prima di finire nel buco nero della coscienza in quell’appartamento del Collatino, che a pensarlo sembra appartenere a chissà quale altra dimensione. Quei chilometri sono importanti e solo la letteratura può darcene testimonianza, sono fatti di innumerevoli vuoti, ferite che diventano voragini, ci dicono che c’è un processo preciso che porta all’irreversibile, che il gesto folle e insensato non esiste.
Tenere in considerazione che non esiste chi da persona normale che salutava sempre diventa un mostro omicida, può essere un ottimo punto di partenza per valutare la nostra responsabilità collettiva di esseri umani.

In ottobre 2020, quasi in contemporanea con La città dei vivi, usciva Forever, il primo album da solista di Francesco Bianconi. La nona traccia si intitola Assassinio dilettante e parla di un uomo incapace di uccidere il padre, dunque di separarsene e trovare se stesso. Le parole e la musica di questa canzone mi risuonano spesso nella testa pensando al libro: quell’incapacità di distogliere lo sguardo dallo specchio, di riconoscersi e riconoscere l’altro percepito con La città dei vivi era la stessa dell’uomo di Bianconi, quello dei piani fallimentaritentati amoriodio senza vocemattino atroce

Intuisco che tu mi vuoi assoldare per uccidere tuo padre. Manuel sobbalzò […] Pagarlo per uccidere suo padre? Non ricordava di avergli mai fatto una richiesta simile, eppure, su un piano puramente teorico, l’idea non gli dispiaceva. Se avesse avuto il padre lì davanti e una pistola in mano, non sarebbe mai riuscito a premere il grilletto. Ma immaginare distrutto l’uomo per colpa del quale la sua vita era stata una catena di fallimenti, be’, questo invece gli dava soddisfazione.

Sono tanti i vuoti lasciati da padri e madri in questa storia, una distanza emotiva che stride con quella fisica: i genitori di Manuel vivono nell’appartamento appena sotto il suo che è un cumulo di confusione e sporcizia, la deriva di uno spazio che ha fagocitato il tempo e forse i suoi inquilini. 
Ho pensato a Manuel e Marco come due dilettanti, due apprendisti stregoni come ama definirli Lagioia, che si macchiano di un delitto senza l’aura di assassini, piuttosto con una goffa, galleggiante disperazione. 
Ascolto Assassinio dilettante e ricordo, come un quadro o un fotogramma di Antonioni, l’immagine malinconica di Marco Prato in un E.U.R buio e silenzioso vestito da donna, fermo sotto un grande serbatoio idrico in attesa vana di clienti. Penso a Luca Varani, vittima sacrificale di una sofferenza grande e sconnessa come Roma.

Vuole diventare un assassino
Ha bisogno di colpire
Di un San Pietro da bruciare

[…]
Perché crescere è importante
Ma fa male, chiama sangue
Va fatto quando è tempo
Quando arriva la stagione
Altrimenti l’amatore
Aspirante Edipo re
Che suo padre ucciderà
Avrà pietà di lui
O morirà con lui

Gaia Palombo

Indagine sul dolore. Il grande me di Anna Giurickovic Dato

Il tramonto di un uomo, la distruzione – ricostruzione del padre, reale e simbolica.

Il grande me (Fazi Editore, 2020) è il secondo romanzo di Anna Giurickovic Dato, pubblicato a tre anni di distanza da La figlia femmina, opera d’esordio tradotta all’estero in cinque paesi tra cui Francia, Germania e Spagna, che in breve tempo ha guadagnato il successo di critica e pubblico. Come nel caso de La figlia femmina, l’autrice torna a mettere al centro con Il grande me una storia familiare focalizzata sulla figura paterna, sul dolore, sul non detto, sulla complessità delle relazioni di sangue e dei ruoli genitori – figli. 

Simone, affetto da un cancro incurabile, viene raggiunto a Milano dai suoi tre figli Carla, Laura e Mario dopo anni di lontananza. I quattro protagonisti si confronteranno, ognuno a proprio modo, con la crudeltà della morte, dello scorrere del tempo e con l’affiorare di una serie di questioni interiori non risolte. 
Ciò che colpisce subito è la copertina del romanzo, surreale e affascinante, in cui una figura di spalle – maschile o femminile? –  osserva un muro: guardarla fa sentire esclusi e insieme spettatori indiscreti, cosa c’è in quel muro che non riesco a vedere? Cosa mi nascondono quelle spalle? La netta e ingombrante sensazione di claustrofobia che questa immagine restituisce è il nodo centrale del romanzo: il dolore è un muro che lo sguardo non deve aggirare ma attraversare; un muro messo da parte, nel tempo, diventerà una fortificazione che assedia e non protegge.
L’immagine in copertina offre un’altra, interessante, suggestione: l’antica leggenda dello schiavo messaggero, colui che aveva il compito di recapitare un messaggio iscritto sulla propria nuca appositamente rasata, senza poterne scorgere il contenuto. Fu Lacan a rendere la leggenda metafora della condizione dei figli come portatori non coscienti di bagagli emotivi ed esperienziali dei padri, l’eredità immateriale. 
Carla, voce narrante de Il grande me, i suoi due fratelli e Simone fanno i conti con questa eredità e con la consapevolezza di una prognosi infausta, che diventa motore della narrazione, pretesto per riflettere sulla vita che resta e su tutto ciò che manca. 
Con un’innegabile padronanza della lingua e un utilizzo minuzioso di parole opportune, Anna Giurickovic Dato compie un’operazione a mio avviso coraggiosa perché affronta il tema della morte senza scadere mai nei vuoti buoni sentimenti, approfondisce egregiamente i personaggi dando voce alle umane debolezze, a pensieri e azioni immorali sul piano sociale ma profondamente naturali davanti al dolore. 

«Non si lascia solo un malato terminale, la sera me ne ricordo, la mattina me ne dimentico di nuovo. Dev’essere uno scherzo della mente che fa sentire la morte sempre assurda e più lontana di quanto, invece, non sia».

La malattia non è una condizione che eleva chi ne è affetto o chi assiste ed è descritta fin nei dettagli più insopportabili, una narrazione cruda e tenera insieme, che per alcuni versi mi ha riportato a quella del cancro che straziava la Sophie Silverfish di David Foster Wallace in Questa è l’acqua
Un romanzo come Il grande me ci ricorda fino a che punto rimuoviamo l’idea della morte e con quale forza rifiutiamo il dolore, ci ricorda inoltre quanto cara da pagare sia la consapevolezza, in età adulta, della fallibilità dei genitori, d’un tratto tornati bambini bisognosi di cure, egoisti, fragili.

«Difficile rasserenarsi ora che tutta la tristezza raccolta mi sta premendo addosso, e quando si è molto tristi, a volte, si ha voglia di essere ancora più tristi, di piangere a volto scoperto, di mostrare a tutti il proprio dolore, «Guardate come soffro, io piango!». Quasi vorrei uscire dal bagno così, con le guance nere di trucco colato, il naso arrossato e gli occhi piccoli e gonfi (Dio, quanto sono brutta), abbracciarlo, posargli la testa sulla pancia e chiedergli: «Perché muori, papà?», sperando che lui, carezzandomi la testa, mi rassicuri: «Qui non muore proprio nessuno, bimba, io no di certo». Che liberazione, sarebbe, potergli urlare in faccia che se lui muore muoio anch’io, che se ha intenzione di farlo davvero, allora dovrebbe dirlo subito e senza troppi giri di parole. Invece, quando torno sorrido, gli regalo le mie menzogne e lui mi è grato, vuole che gli menta senza pudore, desidera una figlia bugiarda che, ingannandolo, lo incateni a un’illusione, siamo d’accordo così, ma non ce lo diciamo».    

Chi rifiuta di accettare la decadenza del padre è sicuramente Laura, colei che tenta di tutto per convincerlo a credere in cure discutibili per guarire, un personaggio specchio di una società che censura la morte rendendola argomento tabù, che trasforma il tumore nell’innominabile brutto male da gestire con sorrisi e positività soltanto.
Arrendersi al dolore, viverlo, è una sconfitta che non possiamo permetterci, quindi vi costruiamo attorno delle immagini sopportabili, un lessico nuovo, tessiamo storie ed esempi positivi, bugie, ingoiamo pillole indorate. Il malato è scomodo e deve essere messo da parte; a coloro che lo accudiscono, secondo il galateo del dolore, è vietato dare segni di insofferenza, esprimere disappunto o risentimento. 
Carla, al contrario, non crede in nulla se non nella brutale evidenza di una morte imminente, reagisce ed esiste grazie alla rabbia, è stanca, desidera a tratti che il padre se ne vada prima del tempo, esprime il desiderio di congelare tutto e distaccarsene per un po’. È Carla che per prima viene messa al corrente di un grande segreto rivelato dal padre, chissà se vero o frutto di vaneggiamenti; è infine di Carla il peso schiacciante dei sensi di colpa e dell’inversione di ruoli in cui i figli diventano genitori del padre.  

Chi è Il grande me? Simone, che nella sua vita ha sempre percepito se stesso come grande e infallibile ma che affronta i suoi ultimi giorni di vita come un uomo che teme di non esser stato nulla, di non aver fatto abbastanza, vittima di una paura in cui c’è tutto il patimento per gli anni lontano dai figli e il desiderio di tornare da loro. 
Il grande me è anche Carla, che affronta un’ardua ricerca interiore e il dolore che ne consegue. Il grande me è Carla che guarda il muro. 

Gaia Palombo