Le colpe dell’innocenza. Quel luogo a me proibito di Elisa Ruotolo

Un romanzo che è una riflessione intima sullo stato della propria vita, una confessione privata di ciò che si è diventati o non diventati: Elisa Ruotolo racconta un sentire che è il suo e insieme quello dei suoi avi.

Quel luogo a me proibito, Feltrinelli 2021, è un diario della vergogna sommersa, quella che l’educazione del non detto spesso coltiva, un senso di colpa e di responsabilità per le vite degli altri che già da bambini invade il proprio essere.

La protagonista è una donna, prima bambina, che si guarda indietro per cercare i motivi che l’hanno resa una conchiglia chiusa al mondo. Sente di aver raggiunto i quarant’anni senza aver vissuto, il tempo non lo ha mai afferrato e così l’ha perduto tra dubbi senza risposta e capolavori di obbedienza.

Le vite insoddisfatte della madre e del padre, persone umili abituate alla fatica ma non alla tenerezza, fungono da modello per questa bambina, che cresce con la sola idea di non deludere le loro regole. Vorrebbe sapere di più dei suoi nonni, delle persone che hanno abitato il suo sangue prima di lei, vorrebbe conoscere se stessa attraverso i racconti degli adulti. Ma queste parole implorate non arrivano. Il silenzio della vergogna, per un passato solo avvertito, ma che aleggia come uno spettro sulle loro vite, la inibisce di fronte a ogni possibilità di vivere.

Come una spugna ipersensibile, sente su di sé la somma del dolore altrui, la colpa che la chiesa cattolica attribuisce alla carne e specialmente alla figura femminile. Lo stato di paura con cui viene cresciuta è tipico di molte famiglie all’antica – nel senso peggiore del termine – che educano alla non-libertà, a non fare per non venire giudicati. Una società paesana nella quale il mancato pettegolezzo su di sé viene barattato a costo della felicità.

La bambina che osserva gli altri vivere, ne invidia la spensieratezza; ha timore del mondo maschile che vede, così violento nelle parole, sporco nella gestualità. Non ha esempi di amore né di umanità, la bambina cresce pensandosi immortale, ferma stoicamente entro il limite che la separa con l’inferno che sta fuori.

In questo modo, si rende invisibile agli altri, si isola in una bolla temporale che oscilla tra il luogo interdetto della memoria e il presente che scorre. Non riesce a fermarsi in nessuno dei due.

Il rifugio diventano i libri, come spesso accade, dove la libertà è a portata di mano.

Un giorno questa donna quarantenne, che non aveva mai incontrato un uomo né l’amore, incrocia provvidenzialmente Andrea. Lui cerca di salvarla, tenta di aprire le sue imposte per fare finalmente luce, pur rispettandola nei suoi tempi e nei suoi limiti. Ma il corpo è ancora un territorio inesplorato, il cuore non è allenato per le scosse della vita.

Quel luogo proibito sono i ricordi, sono i giochi, sono le corse perdifiato, sono gli sbagli, sono i rimorsi, sono gli abbracci, sono la vita della madre da bambina, sono la nonna che cresce una figlia da sola, l’amore tra i suoi genitori, la spiegazione alle cose che accadono, l’amore, il sesso, il fidarsi dell’altro, abbandonare il proprio corpo al desiderio, smettere il controllo, arrendersi alla finitudine.

Francesca Attiani

Indagare la parola. Gli esercizi di fiducia di Susan Choi.

Abbandonarsi. Sciogliere i muscoli e smettere di contrarli. Respirare lentamente ma senza cambiare il ritmo. Statue di carne e ossa, tenute a galla da braccia sconosciute. È questo l’esperimento che viene richiesto al lettore, per affidarsi totalmente al racconto altrui, entrarci dentro, in special modo qui, nel romanzo di Susan Choi Esercizi di fiducia (pubblicato da Edizioni Sur, 2021, tradotto da Isabella Zani).

Il romanzo, vincitore del prestigioso National Book Award, chiede al lettore di fare un esperimento – e allo stesso tempo un’esperienza – immergendosi in tre acque diverse, capitoli separati, dove la medesima storia viene raccontata in versioni lontanissime l’una dall’altra. L’esperimento è giungere al terzo capitolo accettando di non conoscere la verità dei fatti.

L’autrice ci porta negli anni ottanta del Novecento, in un’America ambigua, dove convivono il disagio sociale e le manie di protagonismo. Questi anni vengono indagati attraverso lo sguardo di una coppia di adolescenti che si innamora.

Sarah e David sono i poli opposti: lei è il silenzio e l’autocontrollo, lui l’arroganza dell’ostentazione e la passione. I due si evitano, come accade spesso ai giovani, per troppo amore. La sofferenza che provano è inconciliabile con la felicità, hanno quell’età dove tutto è estremizzato, e lo sguardo della persona che si ama è insostenibile, colpevole come di una coltellata inflitta nel petto, che lacera senza possibilità alcuna.

I due frequentano una scuola di teatro che, nell’America di quegli anni, vuol dire una finestra sul mondo, l’unica opportunità per uscire dal proprio stallo. Un insegnante gay, mr. Kingsley, sottoporrà questo gruppo di ragazzi a continue prove: non solo quelle letterarie e mnemoniche, che si abbinano al contesto, ma veri e propri Esercizi di fiducia dove il limite tra vero e verosimile è fluttuante.

La vita fuori dalla scuola – dove questi sedicenni fanno sesso, bevono o si drogano, rubano, si vergognano della loro mancanza di indipendenza, si umiliano costantemente – viene portata dentro la “scatola nera”, nel teatro, dove hanno spazio solo le emozioni autentiche, seppur in circostanze fittizie. Recitare è questo, portare il proprio io nell’invenzione narrativa. Questi ragazzi non riescono più a scindere le due parti della loro esistenza.

Nei tre capitoli, oltre al cambio di visuale subito dal racconto, cambia la voce narrante. È a noi, ora, che viene chiesto un esercizio di fiducia.

Susan Choi mette al centro il teatro come luogo fisico e luogo di finzione letteraria, in un romanzo metaletterario straniante e psichedelico. Chi lo frequenta abitualmente il teatro (o meglio, frequentava prima della pandemia) da artista o spettatore, leggendo questo testo avrà colto tutta la potenza che viene riconosciuta alla parola, al carisma che la pronuncia, al corpo che la concretizza; scuola di vita per provare a sopravvivere. Una storia non è mai soltanto una storia ma il pretesto per riconoscersi, sembra dirci l’autrice.

Francesca Attiani

All’antica: per alcuni, non per tutti. Una riflessione di Duccio Demetrio

Il vademecum che è appena uscito da Raffaello Cortina editore All’antica. Una maniera di esistere, del prof. Duccio Demetrio, vuole essere una finestra aperta su di noi e su ciò che siamo, alla luce dell’anno difficile appena trascorso.

Partendo dal presupposto “come se…” si intraprende una navigazione filosofica che ci chiede una notevole dose di immaginazione – non di finzione attenzione! – per ripensare a un periodo temporaneamente non collocabile.

La domanda è: quanto del passato vorrei nella mia vita, o meglio, quanto di ciò che non ho mai vissuto può migliorare il mio presente?

Da qui si accede a un modo di essere, che in tempi di Covid può davvero mostrarsi salvifico, una modifica dei comportamenti umani che mira ad un avanzamento e non (come forse stareste pensando) a un volere reazionario.

Si tratta di una svolta morale, di ripensare il nostro tempo dilatato, abbandonare l’ossessione della velocità, della perenne dimostrazione ansiogena, per approdare in un incanto esistenziale (dolce e nostalgico al tempo stesso). Un’alternativa alla paura attuale di non riuscire a colmare il nostro tempo, al sentirci, talvolta, estranei all’oggi che va consumato rapidamente.

Il presente che viviamo è spesso umiliato dalla mancanza di qualità morali, banalità e futilità sono diventati ormai la dottrina della società dei consumi; essere all’antica può voler dire andare in profondità, evitare di fingere (la giovinezza, la ricchezza, la felicità) a tutti i costi.

Demetrio ci ricorda che l’antico non va collocato nel tempo, ma che risiede nello stato d’animo, come facevano i poeti crepuscolari sussurrando un sentire introverso.

Spesso il nostro incontro con l’antico avviene attraverso la poesia, o nell’infanzia mediante gli oggetti appartenuti a un tempo nel quale non c’eravamo: è un dare valore che ci pone in una dimensione altra, infinita, come direbbe Leopardi.

Leopardi sembra la vera chiave di questo libro, e dell’intera riflessione sull’essere all’antica. Lui per primo si è sentito spesso lontano dal suo tempo, rintracciando nelle grandi figure del passato i modelli a cui ambire, uomini di valore proprio perché fatti all’antica. Un antico/eterno che si manifesta nel termine ricordanza: non è il ricordo (l’incontro con un momento del vissuto che Leopardi non aveva, forse, neppure provato) che ci dice condannato all’oblio, quanto il rivivere cicli dell’esistenza e della natura che non ci appartengono.

Il libro di Demetrio vuole essere un invito a non vivere a propria insaputa, ad essere saggi, a dare peso alla parola e all’ascolto. Le 23 poesie che ci dona a termine di questa disamina, ne sono una prova.

Francesca Attiani

Hopper pittore della normalità: l’immaginazione di Michele Mozzati

Ci sono due libri, mini cataloghi d’arte, che costituiscono un unicum, sia perché potrebbero essere considerati una raccolta univoca, sia perché unici nel panorama artistico: Luce con muri (Skira, 2016) e Silenzi e stanze (Skira, 2018) di Michele Mozzati, del mitico duo Gino&Michele.

Questi due libri sono dedicati alla poetica di Edward Hopper, più che alla questione meramente artistica, infatti riescono a far diventare 25 opere dell’artista come scenari di un racconto nuovo per tempi e spazi, moderno e insieme universale.

I racconti di Mozzati – pensati come delle descrizioni alla radio, ideali da leggere ad alta voce – sono prove di immaginazione, tentativi ben riusciti di portare i personaggi di un quadro fuori, verso chi guarda, dandoci una storia che superi l’istante immortalato. Hopper per fare questo si presta benissimo: le sue figure senza sguardo, assenti e assorte, figlie dell’America vincente e più conservatrice, sono però solitarie e infelici, nascondono un segreto tra le pareti di una casa o di un ufficio, sono prive di pudore e quindi paragonabili solo all’America On the Road che la Beat Generation stava sdoganando proprio in quegli anni.

E in quest’ottica, probabilmente, Mozzati è riuscito a cogliere certe sfumature nell’apparente normalità di Hopper, il silenzio di quei quadri che in realtà cela un impeto, un fuoco. Questi brevi racconti, nati dalle opere, possono essere raggruppati sotto due grandi tematiche: il rapporto di coppia e il conflitto generazionale.

Il rapporto di coppia è descritto da Mozzati sempre in maniera molto poetica – senza che si perda la sua ironia sagace – pur restando aggrappato alla carne, alla tangibilità dell’amore: una visione malinconica dell’appartenenza amorosa, che trova un chiaro riferimento al Jep Gambardella del film La grande bellezza, specialmente nella descrizione del mare visto sul soffitto, nella vita che resta dentro. Un rapporto di coppia sviscerato attraverso quadri non per forza con coppie al loro interno, poiché a Mozzati basta una figura per ricostruire i fili di un amore perduto. Anzi, proprio le assenze di Hopper sembrano terreno fertile per esercitare l’immaginazione sul fuori campo, scene non ancora girate dello stesso film.

Il tema del conflitto generazionale, è utile sia per smascherare le apparenze sia per incitamento al giovane lettore: una velata, intelligente, critica sociale avviene mediante la descrizione di personaggi goffi o nostalgici, donne solitarie che ci regalano flussi di coscienza, sognatori ai bordi delle strade. Le ansie della società di oggi, ad esempio per gli oggetti smarriti, e le lamentele dei radical chic che nulla fanno per cambiare la realtà, sono sprone a non appiattirsi, a non affogare nelle scelte altrui.

Le opere di Hopper sono scatole a tre pareti, e come nei migliori palcoscenici la quarta parete siamo noi con il nostro sguardo. Michele Mozzati riesce magistralmente, con questi volumi, a spronarci tutti – esperti del mondo artistico o semplici spettatori di un’opera – all’esercizio dell’immaginazione, l’unico utile alla sopravvivenza.

Le parole diventano le immagini che la cornice ha tagliato per sbaglio e, la storia dei quadri, attraverso il nostro sentire, muta in una sorta di libreria per immagini (come piace a noi chiamarla) in cui ritroviamo, però, la nostra vita.

Francesca Attiani

Amparo Dávila e il racconto del terrore femminile

Poetessa, cuentista, scrittrice anomala, Amparo Dávila rappresenta una figura diversa nel panorama letterario messicano: apparentemente fuori dall’impegno civile, ha preferito concentrarsi sulla condizione umana e i suoi turbamenti.

In Italia è possibile finalmente approfondire la sua scrittura grazie alla pubblicazione di dodici suoi racconti per Safarà Editore usciti in questo anno (quello purtroppo della sua morte), dal titolo: “L’ospite e altri racconti” (nella puntuale traduzione di Giulia Zavagna).

Questo libretto è reso ancora più prezioso dalla prefazione dello scrittore messicano Alberto Chimal, che riesce a restituirci in poche pagine il vissuto e la forza di questa scrittrice, calandola nelle dinamiche del XX secolo.

Leggendo i dodici racconti sembra di trovarci di fronte a tanti incipit di romanzi, aperture mozzafiato su scenari ancora percorribili. La brevità di queste storie però, non toglie forza alla stesura narrativa ma, anzi, sollecita lo stupore e lo shock del lettore, come solo i racconti di Edgar Allan Poe seppero suscitare. Sì, perché di racconti del terrore è giusto parlare, sono descrizioni di incubi reali e vite immaginate; il confine molto labile tra immaginifico e inconscio rende le figure protagoniste come spesso indecifrabili, ombre surrealiste che rincorrono il lettore.

Nel primo racconto Frammento di un diario è un uomo a parlare in prima persona, descrivendoci il suo dolore attraverso la metafora di una scala, che salendo quantifica il sacrificio fino al 10° grado, dove al dolore si sostituisce la sola memoria di esso. Un racconto angoscioso di come possa il dolore rincorrere una sua perfezione, quasi attraverso un masochismo narcisistico.

Il secondo racconto è quello che dà il titolo al volume: L’ospite svela, con la suspense vorticosa del terrore, la condizione femminile e la denuncia ancora più duramente di quanto non faccia un proclama esplicito.

In molti racconti – tra cui La cella, Fine di una lotta, Musica concreta – assistiamo a degli omicidi. In alcuni casi essi sono frutto della paura profonda, in altri ci sono degli episodi di femminicidio. Anche laddove lo sveli l’inconscio dell’assassino, l’omicidio diventa mezzo e non fine ultimo, l’arma per svelare le proprie perversioni e sprigionare i bassi istinti.

La condizione femminile viene scardinata, ulteriormente, attraverso i due ultimi racconti del volume: L’ultima estate e Oscar, dove la donna (madre involontariamente, figlia disperata) non trova via di fuga, non essendole consentita la scelta; in entrambi l’elemento del fuoco sembra chiarificatore.

In conclusione, vale la pena menzionare anche Alta cucina, il racconto geniale degli occhi neri urlanti che vengono cucinati; La colazione, con il ritmo del cuore pulsante (spudorato omaggio a Poe) e Il funerale, dedicato a Julio Cortázar.

Molti di noi non conoscevano questa scrittrice, ignoravano la potenza della sua penna e la capacità di terrorizzare con eleganza: è giunta l’occasione per recuperare il tempo perduto, e fare i conti con il nostro inconscio.

Francesca Attiani

Forme cambiate in corpi nuovi: Ovidio secondo Boitani

Se c’è un libro della letteratura classica che è rimasto immutato per fascino e potenza della narrazione – che mai viene interrotta, come in una corsa avventurosa che non si può arrestare – è quello che ci ha donato Ovidio ne Le Metamorfosi.

Il libretto prezioso Ovidio – Storie di metamorfosi (Il Mulino, 2020), scritto dal professor Piero Boitani ha il merito di presentarci questa grande opera letteraria in maniera sintetica e semplice, comprensibile anche da coloro che non avessero ancora letto Ovidio.

Duecentocinquanta storie collegate l’una all’altra, vengono presentate da Ovidio senza un inizio e una fine, ma con la volontà di descrivere passioni e punti deboli di uomini e divinità, che trasformano la realtà, la mutano in un continuo divenire.

Boitani giustamente compie una selezione delle storie, scegliendo di proporci quelle più significative dell’azione letteraria compiuta da Ovidio: Apollo e Dafne per mostrarci l’incessante movimento compiuto dai protagonisti (Apollo rincorre Dafne che via via muta in alloro) e quindi delle passioni che agitano i corpi; Fetonte e Icaro entrambi smaniosi di ascendere al cielo, cadono in picchiata per non aver ascoltato quello che gli era stato preannunciato. Eco e Narciso per il tema del doppio: la prima è costretta a ripetere le ultime parole pronunciare e l’altro è l’apoteosi dell’egoismo che inganna, una delle storie metaforiche più significanti dell’intera opera. Piramo e Tisbe, precursori dell’amore tragico per eccellenza “Romeo e Giulietta”, vengono anch’essi ingannati dalla morte dell’amato e così si uccidono; come in tutta l’opera non si muore ma si muta, quindi assistiamo al cambio di colore del frutto del gelso, non più bianco ma nero, pregno del sangue dell’amante.

Salmacide ed Ermafrodito aprono al tema della violenza sessuale, molto presente nel testo poiché spesso la fanciulla presa con la forza mostra la bassezza degli istinti umani e divini quando entra in scena il desiderio. In questo caso è una violenza compiuta da una donna verso il figlio di Mercurio e Venere, Ermafrodito, nome che ci rimanda immediatamente alla combinazione di due sessualità in un unico corpo: è infatti questa la pena inflitta ad entrambi, che si uniscono in un solo corpo.

Sempre sul tema della violenza sessuale e del rapimento: il Ratto di Ganimede, portato sull’Olimpo da Giove, e il Ratto di Proserpina, trascinata negli Inferi da Plutone – che è anche suo zio, poiché lei è figlia di Giove – si vedrà proprio dal padre costretta a trascorrere metà anno sulla Terra (sua madre è la divinità della Terra/Cerere) e l’altra metà negli inferi. Proprio con questa divisione ebbero inizio le stagioni: quando Proserpina sale sulla Terra, questa è rigogliosa e calda, quando scende negli Inferi tutto si raffredda.

Un altro tema lanciato da Boitani in questo testo è quello della caccia, personaggi che vengono sbranati da animali selvatici o cani: Atteone viene trasformato in cervo da Diana, facendolo così mangiare dai cani; Adone, l’amato di Venere, viene sbranato dai cinghiali e la dea trasforma il suo sangue in fiori; Meleagro uccide il cinghiale per la sua amata Atalanta ma fa infuriare le divinità e brucerà.

Non tutte le trasformazioni sono negative, ci sono anche quelle incredibili: come la mutazione di Arianna, da parte di Bacco, in costellazione.

Un libro che aiuta ad affrontare la lettura di questo classico, senza paura di annoiarsi, ma che compie un balzo ulteriore: svelando i personaggi che simboleggiarono l’arte nel testo (Medusa che trasforma in statua chiunque la guardi, Aracne che tesse una tela con gli dei dell’Olimpo e le loro malefatte, Pigmaglione modellando una statua otterrà da essa la sua donna ideale, Orfeo che ritrae l’autore) invita tutti noi a ritrovarne le sembianze concrete nella Storia dell’arte moderna che attinse a piene mani dalle Metamorfosi per secoli.

Francesca Attiani

Il mito della parola: La Tavoletta dei Destini di Roberto Calasso

Prosegue l’opera di tessitura di una Storia della scrittura compiuta da Roberto Calasso: La Tavoletta dei destini (Adelphi, 2020), è considerata l’undicesima parte dell’opera avviata nel 1983 dall’autore, che ha attraversato le epoche più remote alla ricerca di un’archeologia del mito e del suo racconto.

Questo romanzo sumero, a tratti epico, non ha narratore né voci fuori campo, poiché è lo stesso protagonista a svelarci tutto: Utnapishtim è l’unico superstite al feroce Diluvio Universale e, salvandosi, ha ricevuto un dono dalla divinità più umana che ha conosciuto Ea, l’immortalità. Ma a cosa serve l’immortalità, l’aver vissuto e ancora vissuto, se non si ha nessuno a cui raccontarlo?

Sembra essere questo il grande dilemma che attanaglia questo personaggio, che ha la fortuna (o meglio un fato designano dagli dei) di ricevere nel suo paese vuoto un altro uomo, il marinaio Sindbad.

Tra i due inizia un dialogo biblico, perché il racconto si fa parola, e in ogni singola parola si crea l’uomo, si ristabilisce un codice che giustifica l’esistenza umana, seppur ridotta a due uomini. Il sopravvissuto affida tutto quello che ha visto, ascoltato o vissuto al marinaio, finalmente comprende il senso del sacrificio che è stato chiesto agli uomini, nel dono della parola. Tramandando sé stesso, attraverso il mito, svela i misteri della vita e della morte.

Si tratta di un libro silenzioso, come l’universo in cui sono stati messi a tacere gli uomini, la sola voce del superstite echeggia pesantemente, attribuendo ad ogni storia un valore enorme per le storie che verranno. E qui veniamo a La Tavoletta dei Destini: forse è esistita, forse era un oggetto d’argilla che riposava nelle acque dolci di quel luogo al centro del mondo, forse invece non è mai esistita; l’autore ci fa capire che non importa stabilire ciò, perché a contare è il suo enorme significato. Grazie ad essa gli dei poterono contenere il caos primordiale, dominando tutto il cosmo.

Ma gli stessi dei non poterono fuggire al proprio destino, perché tutto era già scritto – ancora prima che arrivi ad esserlo concretamente: tra l’altro, in questo libro si fa menzione della prima persona che scrisse al mondo, la principessa Enheduanna, quindi una donna – e non seppero placare gli uomini in altro modo che cercando di eliminare la loro specie.

L’ultimo libro di Calasso è un romanzo scolpito su pietra, che incalza sul valore della parola, sia pronunciata che ascoltata, poiché coglie nell’attenzione alla narrazione il riconoscimento della persona, la fiducia in chi la riceve.

Un libro così lontano nel tempo, non è mai stato tanto attuale.

Francesca Attiani

La lentezza che protegge

Questa storia si svolge in un non-tempo e in un non-luogo. Non soltanto perché tocca temi universali che ben si adattano a tutti i tipi di relazioni umane, ma per stessa dichiarazione dell’autore fin dalla prima pagina: ci troviamo a “Senzunnome”. Se per i primi istanti, si è tentati di sorridere per una assonanza tipologica con gli scenari geniali immaginati dal personaggio di Maccio Capatonda, subito dopo ci si immerge in questa fetta di Italia e si familiarizza con i protagonisti.

Gelinda, una delle anziane ospiti della casa di riposo del borgo, è presente nella storia sia in questa condizione spaesata – fatta di attese e dolcetti mangiati di soppiatto – dell’oggi, sia da giovane, attraverso i suoi diari che si alternano, come ricordi che passano sulle vetrate dell’unica finestra da cui lei guarda il mondo.

La seconda protagonista è Beata, una ragazza rinnegata dalla famiglia (che pur la cresce, ma vergognandosene) per un ritardo mentale. L’unico ad amarla per come è, il fratello Primo.

Come in un flashback, Aldo Boraschi ci riporta all’incontro di Gelinda e Beata, quando la prima girava il paese con il suo carretto dei gelati (come ricorda il suo nome), e la seconda cercava di scoprire e conoscere ciò che le veniva precluso.

Il rapporto tra le due donne è il fulcro del romanzo: Gelinda accoglie nella sua vita Beata come se fosse sua figlia, le insegna il suo lavoro e la spinge a superare gli ostacoli che la società ottusa le pone innanzi. Beata è intelligente, sa ascoltare e fa suo ogni consiglio, trova in quella signora il calore che la madre non le saprà mai dare.

Il tempo che faceva è un inno alla vita, all’importanza del dialogo tra nonni e nipoti (anche senza legame parentale); una scossa verso la società attuale sempre di corsa, meschina e pavida, che privilegia l’apparenza alla sostanza.

Il racconto dei tempi passati non è altro che la testimonianza di una felicità perduta, pur nella povertà, pur nella privazione. Direbbero alcuni che forse si stava meglio con meno: Beata (nella sua condizione apparentemente minorata) è l’unica che può riappropriarsi di quell’essenza, e quindi l’unica che davvero può essere felice.

Francesca Attiani

Vite al limite: Resti di Gianni Agostinelli

La tranquilla vita di provincia. I casolari in campagna, lo spazio verde, il ritmo lento dei passi di paese scanditi dalla ferrovia. Gli anziani a presenziarne i luoghi di vita: alimentari, bar, giardini, chiese, cimiteri.

Una vita agreste che ricorda tempi antichi, i lavori manuali che non sono mutati nei secoli.

In tutto questo silenzio, nella pace che i turisti ricercano e invidiano – quando non la prendono in giro quella vita paesana – nascono e crescono tre uomini che Gianni Agostinelli ci mostra con il suo racconto.

Massimo, Leo e Alceste, amici d’infanzia, adolescenti vicini di casa, scorrono in bici le vie sterrate che offre quella comunità umbra, sentono mordere la voglia di conquistare vette impensabili per quelle famiglie semplici. Massimo è il capobranco, il ragazzaccio che obbliga gli amici a fare ciò che non vorrebbero/dovrebbero mai fare, li “bullizza” e facendolo li tiene ancorati a sé. Leo è lo spirito solitario, quello su cui nessuno punterebbe un soldo, un incapace, un codardo che avrà per tutta la vita il modello sbagliato: Massimo. Alceste è il buono, il ragazzo che non vede mai secondi fini, che non si accorge di essere sfruttato, il lavoratore onesto e instancabile.

Tre ragazzi di famiglie povere, di stampo agricolo, che non hanno alcuna possibilità.

Crescendo, ciascuno avrà una propria parabola. Ma ciò che sembra emergere è la spietatezza che cova sotto l’insoddisfazione: uomini spesso violenti, che non hanno alcun rispetto per sé e per le donne al loro fianco, che vengono umiliati pubblicamente e che, nel frequentare la prostituzione e l’alcol, sembrano trovare gli unici svaghi.

Resti è un libro asciutto, racconta gli episodi più gravi della vita dei tre, ma senza bisogno di affrontare il sentito: come un cronista senza scrupoli, Agostinelli ci mostra parole come immagini del crimine, fredde e dirette. I sentimenti li lascia fuori dal testo, ce li butta tutti addosso a noi lettori, che leggendo riceviamo diversi pugni allo stomaco.

Il libro, uscito per le Incursioni dell’editore Italo Svevo, svela i misfatti che si celano, spesso, dietro le tendine delle case unifamiliari, nei lavori umili, nelle “brave persone”. Certo, non tutta la provincia è così: il racconto, tra le righe, parla anche di donne che si sono sacrificate per mariti e figli immeritevoli, di stranieri che insegnano la correttezza e la serietà, di genitori amorevoli.

Ma in quei gesti brutali, degli uomini che non hanno altre armi conoscitive oltre la sopraffazione, c’è tanto dell’Italia di oggi, che nasconde sotto il tappeto i propri impulsi intolleranti e misogini. Questo libro riesce a dirci, senza giri di parole e con grande acume, gli esisti dell’ignoranza e dell’abbandono.

Francesca Attiani

La nonna apolide di Anny Romand

Nel 2014 l’attrice francese Anny Romand ritrova il diario della nonna. Non un diario adolescenziale o sognante di quelli che ci si aspetta dalle giovani di ogni generazione. Si tratta bensì di pagine che la nonna ha scritto durante la fuga estenuante, il doloroso peregrinare, del popolo armeno tra 1915 e 1918; pagine che sembrano pietre lanciate ai perseguitori. In queste parole, scritte un po’ in francese e un po’ in armeno e greco, Anny ritrova i tasselli mancanti di quei racconti che la nonna le faceva da piccola.

Proprio così ci viene restituita la storia di nonna Serpouhi: le pagine del diario si intervallavo con i racconti che l’anziana fa alla piccola nipote, anzi, è proprio questa bambina a scrivere in prima persona – anche se oggi adulta – un diario che contenga i turbamenti e i sensi di colpa di quella donna. Anny ascolta la nonna che, in ininterrotti flussi di coscienza, le restituisce i patimenti della sua vita altra, quella lontana dalla Francia dove sono ora, quella che nessun racconto basterà ad imprimere nella Storia.

Il genocidio del popolo armeno perpetrato dai turchi, fu pari solo a quello che i nazisti inflissero al popolo ebraico. Ma quanto spesso questa fetta di Storia viene ricordata? Quanto si sa e quanto si vuole dimenticare di quel momento? Tutti i genocidi razziali e/o religiosi posseggono l’oscurità della vergogna, e molto spesso i superstiti non sono stati creduti o hanno preferito rimuovere il dolore nel silenzio.

Questo libro è una testimonianza potentissima: riesce in modo semplice e lineare a imprimere il solco, racconta di una tipica famiglia armena di fino Ottocento che lavorava e si dava da fare per permettere che tutti i figli studiassero, che aveva in casa un pianoforte e attribuiva un forte valore all’etica e alla morale. Valori che la nonna di Anny le tramanda con ricordi della sua vita precedente, quella in cui ha perduto tanti figli – uno, addirittura, lo ha dovuto abbandonare cedendolo ad una contadina di un paese di passaggio, perché non aveva di che sfamarlo – il marito, quella in cui veniva sbattuta da una carovana all’altra subendo soprusi di ogni tipo. Non risparmia nulla alla nipote nel racconto, è consapevole che quella piccola è la sola ad ascoltarla, l’unica a comprendere il suo dolore pur se così piccola. I genitori di Anny non vogliono che la nonna riveli quel passato facendo affiorare alla bambina incubi e paure sbagliate, ma questi momenti in cui sono da sole servono ad entrambe per ricercare quella verità che agli adulti, per fretta o superficialità, non interessa sapere.

Ma in questo diario di Anny bambina, che collega i fili del diario vero della nonna, ci viene consegnata un’arma, l’unica che allevia le brutture del mondo: la lettura. Legge la nonna (lo rivela anche in una pagina del diario) e così ha voglia anche di leggere la bambina, e quella donna martoriata unisce il leggere allo scrivere, ritrova in questo le formula per mantenersi umana nella disumanità che la circonda, le pagine di carta sono lo scudo con cui proclamare e condannare per sempre quella barbarie. Non c’è video di oggi, foto e reportage contemporaneo che riveli come fa uno scritto il sentire di un prigioniero, la rabbia che mantiene in piedi gambe stanche.

Ha ragione Dacia Maraini nella prefazione del libro: questo è un omaggio ai vecchi e ai bambini. La storia narrata dall’autrice è super biografica, perché Anny Romand riesce a ritrovare il suo sguardo di bambina e a restituircelo insieme al diario della nonna Serpouhi, ricordandoci l’importanza che hanno i vecchi nel racconto del loro passato e i giovani nel riconoscersi in quello.

Un libro molto utile in questo momento storico che ci porta via, con maggiore rapidità, gli anziani: Mia nonna d’Armenia (La Lepre Edizioni 2020, traduzione di Daniele Petruccioli) è un’emozionante viaggio esistenziale che nonna e nipote fanno insieme, è avvenuto in alcuni anni dell’infanzia di Anny, per far sì però che durasse tutta la vita.

Luna

L’umanità ti osserva

Tanti li fai felici

Ma il miserando ti maledice

E fai colare lacrime.

Compatisci anche tu

Queste migliaia di innocenti

Che come letto hanno un pezzetto di terra

O Luna, che come luce hanno soltanto te?

Fra i cadaveri ci sono tante donne

Coi figli appesi al petto

Quasi aspettassero un tuo aiuto.

Se noi siamo colpevoli

Qual è la colpa di quegli innocenti?

(Poesia di Serpouhi Hovaghian, 1916)

Francesca Attiani