Amicizia e militanza: vita di Tina Pizzardo

Il nome di Battistina Pizzardo, chiamata da tutti Tina, è ancora oggi associato a quello di Cesare Pavese in un misto di superficialità e sintesi storica: Tina Pizzardo? Ah sì, una delle donne di Pavese.

È invece corretto, oltre che doveroso, restituire alla sua memoria la grandezza della sua persona e l’eccezionalità della sua vita, leggerne l’autobiografia può in tal senso rivelarsi illuminante. Senza pensarci due volte (il Mulino, 1996) è il racconto uscito postumo – sette anni dopo la morte di Tina – in cui si consegna ai lettori con verità ed ironia, narrando per capitoli l’essenza della sua vita: non c’è tutta la vita intera, dentro a questo libro, ma il succo della sua vitalità, della sua allegria spavalda, così spudorata e irrefrenabile da superare ogni limite fisico e morale.

È stata una donna libera Tina che, dopo l’esperienza del collegio da orfana di madre e poi del carcere come prigioniera politica, ha affrontato i suoi dolori rincorrendo una libertà che alle donne era (ed è, spesso, ancora oggi) preclusa. Ha creduto di poter manifestare la propria intelligenza così come poteva manifestare la propria femminilità, ma non era così. Anche all’interno del partito comunista, accanto ai compagni che condividevano i suoi stessi ideali, era trattata come una donna avvenente, quei compagni per cui il partito aveva sempre ragione e non erano in grado di avere una loro onestà intellettuale, tale da permettergli di giudicare senza etichette.

Altiero Spinelli, l’unico uomo che lei abbia mai amato, la usa come messaggera prima e come amante ad attenderlo fuori dal carcere poi, senza reputarla degna di argomentazioni intellettuali. Dal carcere le dice cosa studiare, cosa leggere, a lei che era laureata in matematica e curiosa lettrice, tale da rendersi conto che «i nostri pochi incontri sono sempre stati un sottoprodotto della sua attività di partito» e che quando lui la vuole con sé a Milano, in realtà è per renderla «la solita moglie-serva di un compagno»; perché Tina si rende conto presto che le donne nel partito non sono altro che manovalanza, a loro si chiede fede cieca e spirito di sacrificio, non di essere protagoniste della lotta.

Insomma, l’uomo che più adorava negli anni più difficili della sua esistenza, non solo non l’ha mai amata davvero ma, cosa per lei comprensibilmente ancora più grave, non nutriva per lei alcuna stima. Rivelandosi in fondo come un uomo rozzo e incolto, che la vedeva solo come un oggetto del desiderio, Spinelli protagonista delle sue memorie si rivela un uomo egoista e ottuso.

L’intelligenza di Tina si fa largo, tra queste pagine, in due direzioni: da un lato nel far credere agli uomini quello che volevano (l’essere frivola, scanzonata, vanitosa, senza ambizione); dall’altro nel profondo senso di delusione per gli uomini incontrati nella sua vita, capaci di starla a sentire ma non di appagare la sua fame intellettuale, non in grado di essere determinati nell’attuazione di quella libertà che andavano proclamando.

Nelle prime pagine Tina Pizzardo parla di una “vita sprecata” per cui non ha rimpianti, perché si mostra lucida nel raccontare sia le sciocchezze da ragazza civettuola, sia il coraggio con cui non si è mai abbassata al regime fascista durante il ventennio. Ha saputo essere femminista senza dimenticare di essere una donna, senza imitare gli uomini per ottenere una parità che quelli non le concedevano; lo è stata stringendo legami in carcere con donne diverse, mostrando un sincero interesse per le vite degli altri, cercando di rivendicare il suo ruolo e la sua formazione.

Come ci ricorda Sandra Petrignani nella prefazione, e poi sua nuora Vanna Lorenzoni Rieser nella postfazione, con caparbietà Tina ha cercato di non adeguarsi ai precetti imposti dalla società, ma come moltissime donne ha fallito quel tentativo di emancipazione. Il destino di infelicità che attende le donne, nel vederle iscritte dalla nascita su precisi binari, ha avuto la meglio.

È dura con sé stessa Tina, non risparmia giudizi spietati sulle scelte del passato, ma non quando giunge – sul finale – a darci la sua versione del rapporto con Cesare Pavese: lei che ha rincorso tutta la vita l’amicizia, sperando di poter praticare così quella parità, è affranta dallo struggimento di Cesarino, come lei lo chiamava, per un amore che lo dilania come un ragazzino spaesato, un amore di cui lui solo ha immaginato i contorni. Dalla versione di Tina Pizzardo emerge il suo errore di leggerezza nel ricercare continuamente, e per molti anni, la compagnia di Pavese che reputa la persona più intelligente incontrata, ma che così si illude di avere con lei un futuro. Ma, al tempo stesso, è consapevole di non avergli mai fatto credere ci fosse altro dall’amicizia tra loro, e che anche lui in fondo non la vede davvero per il suo valore.

Da queste pagine non c’è da prendere le difese dell’uno o dell’altra, bensì il comprendere come forse sia vero che, dal giorno del suicidio, di Pavese è stata compiuta una falsificazione a favore del personaggio e a scapito dell’uomo. In questo c’è da essere riconoscenti alla Pizzardo per l’onestà critica, anche polemica, che intende sottrarsi parzialmente al senso di colpa che le è stato ingiustamente inflitto.

Francesca Attiani

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Elephi, un gatto sulla Quinta Strada

Con garbo e acume, Jean Stafford ci consegna qui un libro per bambini godibilissimo anche dagli adulti (come accade sempre con quelli scritti bene): Elephi – Un gatto molto intelligente, prima edizione 1962/Adelphi, 2022, nella traduzione di Livia Signorini e le magnifiche illustrazioni di Erik Blegvad.

La storia non è affatto semplice o semplicistica, come si potrebbe immaginare, poiché siamo nella mente di un gatto: Elephi Pelephi Famoso Gatto un Tempo Gattino – questo il suo nome completo – ha un’intelligenza oltre misura, trascorre il tempo in un appartamento newyorkese escogitando piani per rompere la noia (insieme a qualche oggetto), mentre si chiede perché non ha un amico con cui giocare.

Una scrittura iper descrittiva, che permette di immaginare perfettamente lo spazio e i pensieri, rende fluida questa lettura che ci sembra di vedere. Di sicuro a una bambina o a un bambino potrebbe venire il desiderio di disegnare le malefatte di questo simpatico felino.

Volutamente non accenniamo alla storia, che merita lo stupore e l’ilarità del piccolo lettore, ma va sottolineata la deliziosa maestria del narrare le voci di animali e oggetti che tanto ricorda i primi film d’animazione Disney, per incanto e buoni sentimenti.

Un’idea per trascorrere questo Halloween in compagnia di un gatto indimenticabile che, come tutti i gatti (doveva saperlo bene l’autrice) non ama prendere ordini da nessuno.

Francesca Attiani

Mia e la voragine, di Diana Ligorio

È ormai assodato, e da molto tempo, che le favole possano entrare a tutti gli effetti nella letteratura: c’è stato un tempo in cui lo sguardo dei bambini, tra gioco e sogno, veniva utilizzato per servire semplici morali o una tiepida buona condotta. La differenza la fa la scrittura, come sempre, e la capacità di raccontare un sentire in modo autentico e non per questo in modo realistico.

In questo romanzo – Mia e la voragine di Diana Ligorio (Terrarossa Edizioni, 2022) – la voce narrante è di una bambina tra i dieci e gli undici anni, Mia, che ci trascina in un mondo sentito e immaginato, allo stesso tempo, pieno di giochi e stimoli come solo i bambini sanno trovare. Il racconto si svolge nella casa di campagna, persa in un paesino, dove Mia e la madre tornano ogni estate: la prima per giocare malvolentieri con i suoi coetanei del posto, la seconda per fare da pediatra ai piccoli compaesani.

L’età di Mia è quella della vera ribellione, dello sguardo che coglie ogni gesto o mancanza nell’altro, l’età in cui si tende a mettere in fila le informazioni avute dai grandi per rispondere agli interrogativi quotidiani: ad esempio la mamma di Mia non parla molto con la figlia, non ha dialogo con lei e non le parla mai del papà che non c’è più.

La scelta di Diana Ligorio è quella di raccontare il punto di vista di una bambina speciale, molto matura ma non per questo adulta, in grado di sentire la mancanza di un abbraccio ma anche di vedere una sirena in una donna pazza che vive nel bosco.

E questo racconto ci arriva per oggetti, per scandire lo sguardo dei bambini che sugli oggetti si posa: Mia ci presenta la mamma attraverso un fazzoletto che tiene sempre con sé (regalo del padre); ci racconta la sua terra attraverso i fichi d’india; il rapporto con la madre attraverso la gomma del mezzo sul quale viaggiava il padre quando ebbe l’incidente, che ruzzolò fino alla loro abitazione (diventata altalena in grado di dondolare il suo dolore); ci presenta sé stessa attraverso la sua gamba strana, che non la aiuta a camminare ma, talvolta, la trascina nel senso opposto (una malattia definita dalla madre come “sottrazione dell’appoggio”, risposta non sufficiente a spiegarle la sua diversità); e, infine, la voragine che simboleggia la sua voglia di vita e di fuga.

La voragine, che dà il titolo al romanzo, è un luogo fisico e dell’anima. Contempla il buio e vuoto, la paura di cadere, ma anche una forza attrattiva che spinge a superare coraggiosamente i propri limiti.

È un esordio centrato e profondo, quello di Diana Ligorio, che supera lo stereotipo più difficile da estirpare: l’idea che i pensieri dei bambini siano privi di complessità.

Francesca Attiani

Scrivere nel Medioevo: la lezione di Alessandro Barbero

C’è un libretto dello storico Alessandro Barbero, ripubblicato di recente (Donne, Madonne, Mercanti e Cavalieri – Laterza), in grado di raccontare Sei storie medievali per parlarci dell’umanità tutta.

Chi conosce l’autore sa, e apprezza, la sua innata capacità di accendere la luce sulla Storia senza chiuderla nel suo guscio conservativo – è frequente la percezione di una distanza temporale e di immedesimazione con i secoli che ci precedono, anche in chi la Storia la studia – portandoci a comprendere la concretezza umana di figure divenute spesso col tempo simboli vuoti.

L’approccio di Barbero è interessante perché collega questi tre uomini e queste tre donne, diversissimi tra loro per vite e scelte, attraverso il tema della scrittura. Se conosciamo oggi molti aspetti della loro vita (e di conseguenza della vita medievale) lo si deve al fatto che queste persone hanno scritto libri o lasciato testimonianza scritta.

Questo è un saggio sull’importanza dei documenti, non esiste Storia senza prove documentarie, senza l’analisi della veridicità di quelle, senza confronti sulle fonti. È un saggio di metodo: potrebbe essere usato dagli studenti per capire in quale modo approcciare alla studio storico. È l’occasione mai scontata, l’ennesima per chi si occupa di questo ambito, per sottolineare che la Storia si può attraversare solo con una modalità scientifica. Non ci si inventa nulla e le opinioni si azzerano.

L’autore sceglie sei figure dal grande carisma: sono personalità prive di timori reverenziali e di formalismo vacuo, ci raccontano di un’epoca priva di ipocrisie e retoriche di potere, dove si andava al nocciolo delle cose. Per quanto si creda il Medioevo un’epoca di forte spiritualità, di credenze e oscurità, questo saggio dimostra l’esatto contrario: in questi secoli (specialmente quelli del tardo Medioevo) si chiamano le cose con il loro nome, non c’è spiritualità senza materialità, c’è fiducia nel futuro e si sente di aver fatto grandi progressi.

Il frate francescano Salimbene da Parma e la scrittrice italiana alla corte di Francia Christine de Pizan sono i due personaggi più colti del libro: il primo nel Duecento e la seconda tra Trecento e Quattrocento, sono coloro che hanno imparato a leggere e scrivere possedendo libri grazie alla prosperità delle loro famiglie, e sono consapevoli della grande fortuna che hanno avuto. Salimbene conosce a memoria la Bibbia che cita nella sue prediche pubbliche (i libri si imparavano a memoria, non potendoli leggere di frequente), parla e scrive in latino, e questa grande cultura gli fa avere uno sguardo disincantato e libero. Christine è una scrittrice, sa di esserlo, ha successo grazie a ciò che scrive, e questo le permette di approfondire il tema del ruolo delle donne nella società, per fare pulizia di luoghi comuni e vuote romanticherie letterarie. Crede fermamente che senza le donne non ci sarebbe stato progresso in nessun ambito, e crede nella loro forza e determinazione sociale.

Dino Compagni e Caterina da Siena sono i due personaggi politici del saggio di Barbero: tra Duecento e Trecento hanno avuto un peso specifico nelle decisioni. Il primo è un mercante che decide di scrivere un libro sui suoi anni nella Firenze comunale, un testo in volgare, per raccontare il marcio della politica, gli interessi personali, le faide tra famiglie nobili in cui a rimetterci è la povera gente, una «gara d’uffici» ovvero di poltrone, unico fine. La seconda è una santa celebre, mistica dal carattere molto forte: Caterina riesce a imporsi col Papa nei terribili anni avignonesi, pretende di essere ascoltata in quanto intercessore con la divinità. Le sue lettere sono durissime e mai diplomatiche, non le interessa mediare ma impartire ordini e questo la rende una donna che viene temuta ma ascoltata.

Poi ci sono due cavalieri: Jean de Joinville e Giovanna D’Arco. Il primo nel Duecento e la seconda nel Quattrocento, sono stati al servizio della corona francese; Jean ha scritto un libro sulla persona più importante della sua vita ovvero il re santo Luigi IX, ma in realtà ci consegna un libro di sue memorie personali che delineano il suo acume e la sua ironia. Giovanna, all’epoca Jeanne la Pucelle, la conosciamo tutti, spesso in modo superficiale: è l’unica personalità analfabeta tra quelle scelte da Barbero, le sue lettere pubbliche deve dettarle. Ma in tanti hanno scritto su di lei, anche Christine de Pizan. Tra tutti questi uomini e donne valorosi, è anche la più misteriosa e moderna: quando apprende dalla divinità che le parla di dover salvare la Francia guidando le truppe, si trasforma da contadina in condottiera.

La colpa che venne imputata, più di tutte, a Giovanna D’Arco fu quella di vestirsi e comportarsi da uomo. Finisce sul rogo perché travestita, durante l’esecuzione mostreranno alla folla che è una donna per giustificare l’uccisione della santa. Le donne raccontate dal professor Barbero, pensano spesso che se fossero uomini sarebbe tutto più semplice, addirittura una sogna di esserlo. Giovanna diviene il simbolo della non accettazione della donna che si sostituisce al valore maschile, che lo incarna, che sa impartire ordini.

L’importanza data alla scrittura, alla parola, era allora più forte di quella che attribuiamo oggi: probabilmente queste sei personalità medievali ci insegnano molto proprio sulla libertà; e l’autore sembra dirci che noi abbiamo molto da imparare e da leggere ancora, di strada da fare, per capire soltanto quella eccezionalità medievale.

Francesca Attiani

Brodskij e Venezia: Fondamenta degli Incurabili

Ci sono luoghi, spesso attraversati per la prima volta, in grado di farci sentire un’appartenenza, ci riannodano a una geografia che non sapevamo di possedere già. Non si tratta di una sensazione di mero benessere o di gioia, poiché questo riappropriarsi di una parte di sé può prevedere una componente di forte spaesamento. Probabilmente il medesimo che sovviene quando si conosce qualcuno che sembra di ri–conoscere, abitante silenzioso della nostra memoria ancestrale.

Nel 1972 Iosif Brodskij giunge per la prima volta a Venezia.

Per il poeta russo in quel momento qualcosa si rompe. Nulla sarà come prima. È davanti al suo luogo, un luogo che non ha mai percorso ma che lo aspettava.

Il viaggiatore anonimo, che per sua natura, è “facile bersaglio dell’oblio”, giunge a Venezia senza sapere l’esperienza che lo attende. Per Brodskij – che destinerà questa esperienza ad una ripetizione annuale – la città lagunare è fin dal primo istante odore di felicità, ovvero rievocazione di un ricordo attraverso l’olfatto, frantumazione dell’equilibrio apparente che si respirava fino a quel momento. L’odore delle alghe marine ghiacciate della laguna in inverno, è ciò che compromette la sua esistenza stabilendo un prima e un dopo.

In questo odore c’è un tempo. È la nebbia a misurarlo, stabilendo i momenti per leggere, per invadere le finestre aperte nella stagione fredda, una nebbia “carica di rintocchi e composta […] di caffè e di preghiere”: quell’atmosfera sacra in cui si ritrova anche chi non crede. L’abbraccio bizantino che da secoli unisce Stato e Chiesa, qui. Venezia è la cattedrale in cui iniziare a credere.

Brodskij è riuscito a capire questa città, ma solo rifiutandone il romanzo che se ne fa da secoli, quello di vuota cartolina romantica, guardando al montaggio più che alla storia: Venezia è il non luogo, ma anche tutti i luoghi che siamo, è perfetta per perdersi ma, anche, per smarrirsi.

La lusinga e l’inganno costante, dove c’è “l’insinuazione come principio ispiratore dell’urbanistica”, rendono questo spazio un altrove, una visione non afferrabile mai completamente dall’occhio.

Sì, perché è l’occhio l’organo più importante in questa città. Dove finalmente la superficie e il contenuto hanno pari valore; dove lo specchio dell’acqua svela noi e il nostro sguardo e, allo stesso tempo, ci nasconde ogni abissale verità. Brodskij parla di stile e sostanza, una bellezza senza costo, una visione che può contenere una donna che cammina così come una lesena di marmo.

L’occhio, periscopio del nostro corpo sopraffatto, è finalmente abitante della luce. Perché a Venezia la luce scolpisce e dipinge, ridimensionando addirittura il momento del tramonto: poiché crepuscolare è ogni pietra, placarsi di ogni ricerca e di ogni fuga. Rifugio di ogni senso di colpa.

Brodskij è a Venezia (oggi come allora) per riposare lo sguardo dalle brutture del mondo, e non poteva che restituirci questo suo ritorno in un libretto a metà tra il diario poetico e il saggio critico: Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 1991) è un viaggio ironico ed erotico, sagace e intimo, che svela la città nell’unico modo possibile, parlando letteralmente del proprio sentire. Perché sono i sensi a vivere questo spazio d’eccezione che sembra non esistere ma, al tempo stesso, ci ricorda spietatamente la finitudine della nostra esistenza.

Non è il luogo delle malinconie, però, ma della vita senza ostilità. L’ospedale dove curare il dissapore con noi stessi. Alle Fondamenta degli Incurabili, dove le imbarcazioni hanno rubato il manico ai violini, ci si può perdonare anche di non essere nati qui.

Francesca Attiani

Le madri non dormono mai: il cantico degli ultimi di Lorenzo Marone

L’ultimo libro di Lorenzo Marone, Le madri non dormono mai (Einaudi, 2022), non racconta una storia, non è il romanzo inteso nella sua forma classica di tempi e spazi abitati da personaggi che crescono con lo scorrere delle pagine.

In questo libro c’è una narrazione documentaria, fatta per nomi: i nomi dei protagonisti che danno titolo ai brevi capitoli, si susseguono come ombre senza corpo. Abitanti di un carcere speciale, sono stati tolti dal mondo – per colpa o per mestiere – e collocati in uno spazio senza luogo.

Siamo in uno degli istituti di detenzione ICAM, dove le donne incarcerate possono tenere i figli piccoli con loro; non si tratta di un carcere come gli altri, poiché mantenendo uniti i figli con le madri (com’è giusto che sia) costringe però quelli a scontare la pena di una colpa che non li riguarda. L’innocenza, quella vera che hanno tutti i bambini per nascita, viene dissolta dalla condizione di figli di un detenuto.

Uno spazio in cui si cerca di non far capire ai piccoli lo stato di privazione nel quale si trovano: le celle sono come minuscoli appartamenti con il letto e la cucina, gestiti in semiautonomia dalle mamme; i piccoli giocano in cortile tutti insieme e hanno la possibilità di crescere come tanti fratelli; alcune guardie penitenziarie diventano educatori e assumono un ruolo fondamentale per la convivenza tra queste insolite famiglie; la psicologa e le associazioni esterne si pongono come contatti necessari per imparare la fiducia.

Sì, perché il libro di Lorenzo Marone ci racconta proprio questo, l’esercizio complesso e delicatissimo del fidarsi – e dell’affidarsi – che è proprio di tutte le vite, quelle libere e quelle limitate: lo sforzo che intende fare l’autore con questa fotografia del reale, sta proprio nel mettere in parallelo le vite opposte, mostrandoci come la libertà sia una condizione interiore e solo marginalmente fisica; quanto si faccia fatica a chiedere aiuto e a fuggire dalla propria condizione di infelicità anche nel mondo esterno (in parte come ci ha narrato il film di Leonardo Di Costanzo, Ariaferma, la struggente profondità del rapporto umano detenuto-guardia).

Imparare la fiducia. Ma come si fa? Soprattutto se la vita non ti ha dato nulla, se sei cresciuto in un rione senza futuro – non a caso una dei protagonisti in un colloquio con la psicologa le sottolinea come la speranza (e anche la fiducia) risulti facile ai ricchi, a chi sta senza pensieri – e dunque fa fatica anche solo a piangere davanti agli altri, perché in perenne guerra, in una battaglia contro tutti, in cui chi mostra le proprie fragilità ha perso.

Proprio per queste ragioni, tra le pagine di questo libro, si scopre che la detenzione può salvare, che può aprire ad una svolta soprattutto nelle madri che in quei figli sfortunati hanno la loro unica possibilità di rivincita. Diego, Melina, Jennifer, Gambo, Adamu sono alcuni dei piccoli ospiti della struttura, di cui non seguiamo le sorti (di questo va fatto merito all’autore, perché così facendo sceglie di non chiudere con lieti fine retorici), gli adulti devono alla maturità anticipata di questi moltissimo.

Ma questa lettura permette anche un’altra riflessione: si è madri in tanti modi, molti dei quali non contemplano un figlio. È madre sì Miriam, mamma di Diego, ma lo è anche Greta, la psicologa del centro, che mette cura verso l’altro in uno scambio generoso di fiducia. Loro due sono le anime del libro. Due madri.

Anche questo libro, come ci ha abituato la letteratura di Marone, è mosso da un’onda di positività, di bellezza, che spesso l’autore collega al ruolo della donna. Viene da credere che la fiducia, il dare/darsi senza paura, possa migliorare le cose, anche le peggiori. È un salto nel buio, ma necessario: “c’ammà fidà”.

Francesca Attiani

Un sogno dentro un sogno: Pasolini drammaturgo e filosofo

Ogni testo dedicato a Pier Paolo Pasolini è parziale per sua stessa natura: inserirsi nella sua stratigrafia – letteraria e teatrale, poetica e cinematografica – non è operazione semplice, perché richiede una conoscenza sterminata e la facoltà di rintracciare tutti gli infiniti riferimenti che sono posti lungo la sua strada.

Nel centenario della sua nascita ci è data la possibilità di leggere e rileggere Pasolini, seguirne un aspetto o inebriarsi della sua moltitudine. Tante, infatti, le stampe dedicate a questa ricorrenza, le uscite editoriali che tentano di riannodare i fili del suo pensiero (o cavalcarne illegittimamente la fama).

Proprio per prendere posizione nel marasma dei libri a lui dedicati, si propone qui un saggio, scientifico e analitico, che spicca per la serietà dello studio condotto su tre opere teatrali pasoliniane molto complesse: in Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs Pasolini filosofo (Metauro edizioni, 2021), Georgios Katsantonis affronta puntualmente la drammaturgia e le tematiche che risiedono in essa, tracciando un percorso che ci riporta al pensiero critico dell’autore sulla sua società contemporanea e, insieme, ai riferimenti filosofico-letterari che hanno permesso quei testi.

La disamina ha inizio con l’analisi di Orgia (testo pasoliniano del 1966, che anticipa Salò): in questo Katsantonis ritrova il riferimento esplicito ai testi di de Sade, Barthes, nonché alla filosofia di Bataille. Questa l’opera che erotizza il fascismo, nella quale la crudeltà diviene strumento di potere: dominatore e sottomesso acconsentono a delle esperienze sadomasochistiche che – attraversando l’erotismo – manipolano il desiderio conducendo alla morte, in una sorta di eros nero che porta all’autodistruzione.

È sadiana la ripresa del ruolo femminile come rottura all’ideologia imperante: viene riconosciuto un diritto al piacere femminile, e non a caso Pasolini utilizza la donna come strumento eversivo nella società capitalistica in tutti i suoi film e nelle opere teatrali. È la donna a denunciare i processi di corruzione e lo svuotamento dei valori nell’ideologia dominante.

C’è Barthes nel valore dato alla parola, e al linguaggio, che conduce al godimento: è la parola che si fa carne, le parole che diventano oggetti erotici e permettono di far durare nel tempo il desiderio. In questo, il teatro diventa realtà che lo spettatore è chiamato a vivere per elaborare, attraverso la rappresentazione del sesso, il proprio trauma.

Proseguendo incontriamo l’analisi di Porcile (testo pasoliniano del 1967-68): anche qui c’è una messa in scena del potere, o meglio, della differenza tra vecchio e nuovo potere (dittatura vs democrazia borghese) in uno dei testi più ironici e dissacranti di Pasolini. I dialoghi sono qui delle confessioni, in cui si rintraccia tutta la solitudine dell’io che insegue il godimento, attraverso un tema che è sempre sotteso nei testi di Pier Paolo Pasolini, ovvero l’anomalia della normalità o l’impossibilità di provare sentimenti considerati normali dalla società. L’animale è il fine ultimo, è la salvezza nella crisi antropocentrica in corso.

Non si tratta tanto di raccontare una perversione, quanto di riflettere su cosa sia davvero animale nel contesto sociale odierno, dissacrando – attraverso la presenza in scena del filosofo Spinoza – la borghesia, vero porcile, e ridando ai maiali la dignità di cui la società dei consumi li ha privati.

L’ultima disamina del libro di Katsantonis è dedicata all’opera Calderón (scritta da Pasolini nel 1967): il testo si rifà a Calderón de la Barca nella simbologia carceraria del sogno, poiché interessa a Pasolini raccontare allo spettatore l’angoscia esistenziale dell’uomo, che proprio nel tema del sogno, e nel ruolo del doppio, ha il suo significato (così come era nell’opera di Strindberg).

Pasolini sembra dirci: solo nel sogno si può uscire dalla dimensione borghese, poiché nella realtà il potere controlla le masse attraverso l’omologazione della cultura e operando sulla rimozione del passato. In questo modo nega ogni possibilità di rivoluzione; l’uomo viene rappresentato come una marionetta dove, in fondo, solo il narratore che inventa possiede i personaggi e dunque la verità. Il tema della marionetta torna anche nell’episodio pasoliniano, di Capriccio all’italiana,Che cosa sono le nuvole?” dove si manifestava un Otello metateatrale che, riecheggiando un verso di Edgar Allan Poe, permetteva a Totò-Iago di affermare la più disumana delle verità: «noi siamo in un sogno dentro un sogno».

Francesca Attiani

Allegro ma non troppo: un motto di spirito

C’è un piccolo libretto, uscito molti anni fa, che conserva intatta una potenza magnetica condensando in poche pagine la veridicità del saggio unita a una grande sagacia espressiva: si tratta di Allegro ma non troppo del famoso professore di economia storica Carlo M. Cipolla (il Mulino, 1988).

Il volumetto si articola in due parti che, a modi di scherzo, trattano in realtà seriamente due tematiche: una principalmente storica, dedicata al ruolo delle spezie nella costruzione della società medievale, su cui torneremo alla fine; mentre l’altra affronta con sarcasmo la stupidità umana analiticamente.

Proprio quest’ultima parte è circoscrivibile a un tono confidenziale, ironico e spudorato, che non lascia margini di dubbio né possibilità di annoiarsi. Dimostrandoci come l’umorismo sia la capacità più intelligente dell’uomo, e come possa essere utile per comprendere meglio il mondo. L’autore in questo libretto dà sfoggio di una immensa intelligenza proprio abbandonando, apparentemente, il suo mondo accademico di riferimento, il politicamente corretto che stabilisce i confini di ciò che si può dire e su come dirlo, è un testo spregiudicato come solo le menti che fanno voli altissimi sanno produrre.

Partiamo dal presupposto che la stupidità esista, e sia una prerogativa della vita di molti, per fortuna non di tutti. L’autore ci pone innanzi a degli esempi, sostenendo le esatte e ironiche cinque leggi fondamentali della stupidità umana: la prima legge vede il nostro continuo sottovalutare/sottostimare il numero di individui stupidi in circolazione, non c’è stima che non sia al ribasso del reale. Il riconoscimento della stupidità non passa per strade culturali ma biologiche poiché – affermava il professor Cipolla – è un tratto genetico, come il colore dei capelli ad esempio, che non fa distinzione di sorta: è questa la seconda legge.

Lo stupido – insieme allo sprovveduto, al bandito e all’intelligente – rappresenta un quarto dei tipi umani esistenti. Proprio alla luce di queste quattro fazioni, ritroviamo nel saggio (che l’autore definisce «una spiritosa invenzione») dei grafici che analizzano il rapporto danno/beneficio in proporzione all’individuo che commette delle azioni nella società, grafici anche a nostra disposizione per degli eventuali nostri test.

La differenza di pericolosità di questi quattro individui starebbe nella consapevolezza o meno delle azioni commesse. Lo stupido causa un danno, agli altri e addirittura talvolta a se stesso, senza rendersene conto ci dice la terza legge sulla stupidità. E questo pericolo aumenta con l’aumentare del potere che esso esercita nel suo ruolo sociale, perché, l’autore avverte, non esiste contesto privo di stupidi: che si analizzi un campione di persone piccolo o grande, un campione di persone ricche o povere, la percentuale di stupidi sarà sempre la medesima.

E viene da chiedersi come sia possibile che persone stupide abbiano raggiunto posizioni di potere e di insensata autorità (questa è la domanda delle domande, non ha tempo né spazio, ci perseguita), ma la risposta è facile, c’è chi li ha posti in quel ruolo, spesso degli stupidi a loro volta.

La quarta legge ci dice che il potere degli stupidi aumenta con la sottovalutazione del loro potenziale nocivo, essi sono creduti maldestramente dalle altre tre categorie umane “innoqui sempliciotti”. Mentre la quinta legge afferma che non esiste persona più pericolosa dello stupido, anche più del bandito, perché agiste senza razionalità né possibilità di prevederne le azioni. E poi, soprattutto, perché lo stupido non sa mai di esserlo.

Questa riflessione ci porta al piccolo saggio sulle spezie, a cui si faceva riferimento all’inizio, quasi un monologo comico che in pochissime righe risolve la questione medievale; prescindendo dal fatto che questo brano di scrittura va proprio goduto nella lettura, ci limitiamo qui a ricordarne la parabola storica entro cui si muove.

L’Impero romano, crollato per auto-disfacimento da piombo, ci porta in un’epoca in cui la poca vitalità avrebbe motivato la ricerca di una vita altra nella fede. Ma anche questa fiducia non fermò la ricerca in terra di una vitalità, e il pepe era la soluzione. Così sarebbero iniziate le crociate in terre che possedevano pepe e ogni altro bene. Il consumo di pepe toglieva però il freno morale alla condotta di vita, causando così la creazione di cinture di castità e altri arnesi “antisesso” (con gioia di fabbri e artigiani). Insomma, chi commerciava pepe/lana/vino o lavorava il ferro era ricco, anzi ricchissimo. E quindi crebbero le banche, la ricchezza di commercianti e uomini di chiesa, fino al Trecento.

È chiaro che si tratta di un gioco colto, pieno di aneddoti divertenti ma veri, di Storia con la maiuscola presa in giro da chi la conosce alla perfezione. Un divertissement che motiva all’approfondimento e alla ricerca storica, perché non è vero che della storia non si possa ridere o sorridere; davvero un libretto da portare con sé per spingersi oltre e testare la propria intelligenza.

Francesca Attiani

Messaggio vocale da Luca Tosi: Ragazza senza prefazione

Non tutti i romanzi d’esordio restano nella memoria, molti pur ben scritti e congeniati sfumano spesso nel calderone sempre fumante delle novità editoriali e rischiano di perdersi.

Non è il caso di questo libretto, un romanzo che sa di racconto, tanto è scorrevole e sincero negli intenti: Luca Tosi con Ragazza senza prefazione (Terrarossa Edizioni, 2022) ci lascia tra le mani delle pagine limpide e contemporanee allo scorrere dei nostri giorni, a tratti sembra di seguire il protagonista come visto dalla nostra finestra.

Un ragazzo quasi trentenne della provincia romagnola, si ritrova stretto in una condizione sociale di profonda inadeguatezza per gli standard imposti implicitamente dalla collettività e dalla mentalità diffusa: ha un percorso di studi lodevole che non l’ha però aiutato finora nella ricerca del lavoro, le persone attorno a lui non comprendono questa difficoltà e – pensando di spronarlo – ne sottolineano costantemente il fallimento; poi ci sono le amicizie che mutano a causa dei diversi contesti e della situazione sentimentale (molti si sono sposati), determinando un dislivello per chi è ancora solo o non sfoggia la sua dolce metà.

Questi sono i fattori scatenanti di uno stato di stress che il protagonista vive sulla sua pelle (letteralmente). Abitare ancora con i genitori, non avere un lavoro decente, tutti intorno che vogliono insegnargli qualcosa, la mancanza d’aria tipica delle province dove solo chi ha accumulato denaro è padrone di un luogo un tempo piccolo e antico che ora – come capita spesso ai paesi e borghi storici – si è smarcato da quella condizione a colpi di centri commerciali e locali trash.

È un sospiro bello lungo questo romanzo, così sincero da sentirlo. Una questione di appartenenza, non solo ai luoghi ma alle persone e alla vita che si fa, cercare qualcosa in cui riconoscersi e sentirsi finalmente bene.

Il protagonista sente la sua appartenenza a una ragazza, ex di un suo amico, che non è solo la cotta di una stagione della giovinezza, è sentirsi meno sbagliati e inadatti quando si sta con lei. Questa ragazza è la caduta di tutti i muri che lo chiudono nella fortificazione della propria infelicità. Poco conta che lei non ricambi, o almeno non abbia la cura necessaria per maneggiare i sentimenti altrui.

Questo racconto a doppia velocità, in una forma linguistica a tratti dialettale, fluida perché parlata, quasi come fosse un messaggio vocale che un amico ci manda per riprendere fiato dopo l’ennesima delusione, ci parla direttamente (soprattutto se si è coetanei del protagonista): è un libro scritto come un flusso di coscienza venuto fuori mentre si è distesi a guardare il soffitto della propria camera, a chiedersi inermi perché le cose semplici e normali che vediamo nelle vite degli altri per noi non ci sono.

Ha una leggerezza nello scrivere Luca Tosi che è tipica di chi ha una profondità e non ha bisogno di nutrire false ambizioni letterarie per riconoscere l’apparenza e ironizzare sul mondo circostante, smarcarsi raccontandoci quelle cose inutili del quotidiano che sono in realtà sostanza.

Una sola, importante, morale ci dona questa storia: mandiamolo sempre quel messaggio che vorremmo, senza la paura di una risposta o un’altra. Siamo tutti, sempre, troppo giovani per arrenderci alla malinconia.

Francesca Attiani

Via da qui: tane, rifugi e case raccontate da Alessandra Sarchi

I luoghi che ci ospitano, per una sezione più o meno lunga della nostra vita, sono casa. Ma non nella generica rappresentazione delle mura domestiche, la quotidiana divisione di spazi dove appoggiamo lo scorrere del tempo, piuttosto i luoghi sono casa anche quando, talvolta, li abbiamo lasciati alle nostre spalle: la nostra memoria sono tutti i posti che, in ordine di importanza, abbiamo vissuto con le persone amate.

I cinque racconti scritti da Alessandra Sarchi in Via da qui (Minimum Fax, 2022) pur tessendo scenari tutti diversi, sono accomunati dalla presenza della casa come espressione degli affetti, spesso dolorosi, un contenitore di emozioni e scelte complesse.

Il primo racconto – La tana – è forse quello più emozionante, perché tocca delle corde delicate: la scoperta dell’amore tra due ragazze, dapprima amiche, con la costruzione della loro casa-tana, e l’arrivo sempre scioccante della morte, che fa emergere il tema dei diritti civili.

L’autrice qui mostra una cura e una tale empatia verso queste due vite che pare di vederle davanti ai nostri occhi, riuscire a sentire la rabbia che monta dentro per il mancato riconoscimento di un ruolo legittimo nella vita della compagna appena perduta, l’impossibilità di decidere sulla donazione di quegli organi che sono la persona amata, l’ingiustizia che aggiunge dolore alla mancanza. In questo racconto c’è tutto della società di oggi: il precariato che segue alla laurea come una tappa fissa, il ruolo imposto della famiglia, i diritti civili e il mancato diritto all’amore, la fatica della sopravvivenza di tutti i giorni. È un racconto che da solo può sostenere una sceneggiatura, tanto è profondo e carico di elementi potentissimi.

Ne L’argine, il secondo racconto, troviamo il rapporto tra due sorelle in età adulta – quindi dopo i rispettivi successi e fallimenti – tutto da ricostruire, e il rapporto tra zia e nipotina. Qui la casa è il legame che non si è mai spezzato tra le due sorelle che si ritrovano, ma è anche la volontà di una di tornare a vivere nel luogo dell’infanzia e dei ricordi, restaurando una delle case sull’argine. Lo stesso argine dove la nipotina trascorre i suoi pomeriggi con gli amici, l’unico luogo (ci svela nelle pagine del suo diario) dove è se stessa. La zia e la nipotina, pur non essendosi mai frequentate, avvertono la medesima emozione su quelle rive e questo crea tra loro un legame nuovo e speciale.

Ma la casa è spesso un luogo accidentale, non scelto, un posto dove ci si imbatte per nascondersi o ripararsi momentaneamente e, senza che ci si accorga, diventa la dimora di ciò che siamo diventati. È quello che accade alla coppia protagonista del terzo racconto, due persone che hanno perso tutto, non hanno altro che il rifugio l’uno nell’altra, e vivono nel sottotetto de Il palazzo della principessa, un luogo storico magnifico oggetto di restauro, che è emblema della vita che avevano o avrebbero potuto avere.

In queste pagine però c’è l’occasione, ben sfruttata dall’autrice, per parlare di un altro argomento delicato: l’aborto. Seppure solo come ipotesi prematura, la protagonista cerca aiuto e non sembra trovarlo. Ed è molto giusto inserirlo come pensiero legittimo in chi scopre la propria gravidanza, un’ipotesi che aumenta la dignità della donna e il valore della vita che nasce.

In Cherry Street, il quarto racconto, siamo davanti allo svelamento del reale, la lucida analisi della propria vita. La protagonista ha creduto di avere affianco una persona così eccellente da giustificare la modifica della sua intera esistenza. La casa americana contiene cassetti pieni di menzogne, ogni passo in quei territori è sembrato ipocrita e falsamente moderno. Uno specchio che mostra il fallimento necessario per comprendere il coraggio di andare via, andare via per tornare verso se stessi.

L’ultimo racconto è dedicato a un gruppo di amici che si ritrova insieme a Venezia dopo molto tempo. Fondamenta della Misericordia è un titolo che colloca la situazione in un posto preciso della laguna, ma è anche una metafora dell’amicizia. Molte volte i luoghi vissuti con persone amiche diventano casa, poiché sono spazi in cui si smettono gli artifici sociali (e social) per essere finalmente accettati come si è. Questo racconto è un ritorno a casa, laddove gli altri invece vedono piuttosto una fuga.

Quello che rimane, dopo la lettura di queste storie, è la capacità di Alessandra Sarchi di restituirci delle figure femminili estremamente contemporanee senza sdolcinature, ferme nei loro sentimenti devastanti e nelle loro scelte faticose, prova di un ascolto attento dell’animo femminile odierno. Una letteratura attuale e necessaria.

Francesca Attiani