Mia e la voragine, di Diana Ligorio

È ormai assodato, e da molto tempo, che le favole possano entrare a tutti gli effetti nella letteratura: c’è stato un tempo in cui lo sguardo dei bambini, tra gioco e sogno, veniva utilizzato per servire semplici morali o una tiepida buona condotta. La differenza la fa la scrittura, come sempre, e la capacità di raccontare un sentire in modo autentico e non per questo in modo realistico.

In questo romanzo – Mia e la voragine di Diana Ligorio (Terrarossa Edizioni, 2022) – la voce narrante è di una bambina tra i dieci e gli undici anni, Mia, che ci trascina in un mondo sentito e immaginato, allo stesso tempo, pieno di giochi e stimoli come solo i bambini sanno trovare. Il racconto si svolge nella casa di campagna, persa in un paesino, dove Mia e la madre tornano ogni estate: la prima per giocare malvolentieri con i suoi coetanei del posto, la seconda per fare da pediatra ai piccoli compaesani.

L’età di Mia è quella della vera ribellione, dello sguardo che coglie ogni gesto o mancanza nell’altro, l’età in cui si tende a mettere in fila le informazioni avute dai grandi per rispondere agli interrogativi quotidiani: ad esempio la mamma di Mia non parla molto con la figlia, non ha dialogo con lei e non le parla mai del papà che non c’è più.

La scelta di Diana Ligorio è quella di raccontare il punto di vista di una bambina speciale, molto matura ma non per questo adulta, in grado di sentire la mancanza di un abbraccio ma anche di vedere una sirena in una donna pazza che vive nel bosco.

E questo racconto ci arriva per oggetti, per scandire lo sguardo dei bambini che sugli oggetti si posa: Mia ci presenta la mamma attraverso un fazzoletto che tiene sempre con sé (regalo del padre); ci racconta la sua terra attraverso i fichi d’india; il rapporto con la madre attraverso la gomma del mezzo sul quale viaggiava il padre quando ebbe l’incidente, che ruzzolò fino alla loro abitazione (diventata altalena in grado di dondolare il suo dolore); ci presenta sé stessa attraverso la sua gamba strana, che non la aiuta a camminare ma, talvolta, la trascina nel senso opposto (una malattia definita dalla madre come “sottrazione dell’appoggio”, risposta non sufficiente a spiegarle la sua diversità); e, infine, la voragine che simboleggia la sua voglia di vita e di fuga.

La voragine, che dà il titolo al romanzo, è un luogo fisico e dell’anima. Contempla il buio e vuoto, la paura di cadere, ma anche una forza attrattiva che spinge a superare coraggiosamente i propri limiti.

È un esordio centrato e profondo, quello di Diana Ligorio, che supera lo stereotipo più difficile da estirpare: l’idea che i pensieri dei bambini siano privi di complessità.

Francesca Attiani

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