Brodskij e Venezia: Fondamenta degli Incurabili

Ci sono luoghi, spesso attraversati per la prima volta, in grado di farci sentire un’appartenenza, ci riannodano a una geografia che non sapevamo di possedere già. Non si tratta di una sensazione di mero benessere o di gioia, poiché questo riappropriarsi di una parte di sé può prevedere una componente di forte spaesamento. Probabilmente il medesimo che sovviene quando si conosce qualcuno che sembra di ri–conoscere, abitante silenzioso della nostra memoria ancestrale.

Nel 1972 Iosif Brodskij giunge per la prima volta a Venezia.

Per il poeta russo in quel momento qualcosa si rompe. Nulla sarà come prima. È davanti al suo luogo, un luogo che non ha mai percorso ma che lo aspettava.

Il viaggiatore anonimo, che per sua natura, è “facile bersaglio dell’oblio”, giunge a Venezia senza sapere l’esperienza che lo attende. Per Brodskij – che destinerà questa esperienza ad una ripetizione annuale – la città lagunare è fin dal primo istante odore di felicità, ovvero rievocazione di un ricordo attraverso l’olfatto, frantumazione dell’equilibrio apparente che si respirava fino a quel momento. L’odore delle alghe marine ghiacciate della laguna in inverno, è ciò che compromette la sua esistenza stabilendo un prima e un dopo.

In questo odore c’è un tempo. È la nebbia a misurarlo, stabilendo i momenti per leggere, per invadere le finestre aperte nella stagione fredda, una nebbia “carica di rintocchi e composta […] di caffè e di preghiere”: quell’atmosfera sacra in cui si ritrova anche chi non crede. L’abbraccio bizantino che da secoli unisce Stato e Chiesa, qui. Venezia è la cattedrale in cui iniziare a credere.

Brodskij è riuscito a capire questa città, ma solo rifiutandone il romanzo che se ne fa da secoli, quello di vuota cartolina romantica, guardando al montaggio più che alla storia: Venezia è il non luogo, ma anche tutti i luoghi che siamo, è perfetta per perdersi ma, anche, per smarrirsi.

La lusinga e l’inganno costante, dove c’è “l’insinuazione come principio ispiratore dell’urbanistica”, rendono questo spazio un altrove, una visione non afferrabile mai completamente dall’occhio.

Sì, perché è l’occhio l’organo più importante in questa città. Dove finalmente la superficie e il contenuto hanno pari valore; dove lo specchio dell’acqua svela noi e il nostro sguardo e, allo stesso tempo, ci nasconde ogni abissale verità. Brodskij parla di stile e sostanza, una bellezza senza costo, una visione che può contenere una donna che cammina così come una lesena di marmo.

L’occhio, periscopio del nostro corpo sopraffatto, è finalmente abitante della luce. Perché a Venezia la luce scolpisce e dipinge, ridimensionando addirittura il momento del tramonto: poiché crepuscolare è ogni pietra, placarsi di ogni ricerca e di ogni fuga. Rifugio di ogni senso di colpa.

Brodskij è a Venezia (oggi come allora) per riposare lo sguardo dalle brutture del mondo, e non poteva che restituirci questo suo ritorno in un libretto a metà tra il diario poetico e il saggio critico: Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 1991) è un viaggio ironico ed erotico, sagace e intimo, che svela la città nell’unico modo possibile, parlando letteralmente del proprio sentire. Perché sono i sensi a vivere questo spazio d’eccezione che sembra non esistere ma, al tempo stesso, ci ricorda spietatamente la finitudine della nostra esistenza.

Non è il luogo delle malinconie, però, ma della vita senza ostilità. L’ospedale dove curare il dissapore con noi stessi. Alle Fondamenta degli Incurabili, dove le imbarcazioni hanno rubato il manico ai violini, ci si può perdonare anche di non essere nati qui.

Francesca Attiani

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