Guarda, osserva, immagina Didatticarte, intervista a Emanuela Pulvirenti

Potremmo iniziare la giornata con una colazione con vista, entrare in un quadro di Vermeer, ritrovarci persino a pranzo con lo scheletro e concederci una piccola pausa pomeridiana sdraiati su un’amaca dell’arte per poi perderci tra le architetture dipinte aperte sul cielo e percorrere strade con il naso all’insù a guardare le mille e una nuvola.

Con un pizzico di fantasia niente è impossibile viaggiando tra le pagine del sito di Didatticarte. Uno spazio che si distingue nel saper spiegare concetti complessi con parole chiare e precise, nutrendosi di un repertorio vastissimo di immagini: materiale di studio per la storia dell’arte e il disegno tecnico, contenuti divulgativi su artisti, tecniche pittoriche, iconografia, fotografia, didattica fino a tematiche di vario genere legate al patrimonio culturale.

Dietro le quinte di questo progetto editoriale c’è la passione e la competenza di Emanuela Pulvirenti, architetto e dottore di ricerca in Fisica Tecnica Ambientale con specializzazione in illuminotecnica, dal 2006 insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso le scuole secondarie superiori. Dal 2011 cura personalmente il sito-blog Didatticarte (oltre 5 milioni e mezzo di accessi nell’ultimo anno) con ottimi riscontri tra like e condivisioni sulle pagine social. Tra le menzioni e i riconoscimenti ricevuti, il “premio Silvia Dell’Orso” 2016 per la divulgazione on-line dei beni culturali. Divulgare è il modo più generoso di trasmettere conoscenze e saperi.

La nostra intervista a Emanuela che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.

Emanuela Pulvirenti – per sua gentile concessione –

La prima parola che ci piace associare a Didatticarte è Wunderkammer per la straordinarietà dei contenuti proposti, il vasto repertorio di immagini, il continuo lavoro di ricerca e studio che a portata di clic offre all’utente ogni volta una meraviglia da scoprire. Che cos’è per Emanuela Pulvirenti Didatticarte?

È esattamente la stessa cosa: è il posto dove raccolgo le mie curiosità, i miei percorsi, i miei esperimenti. È il mio personale parco giochi, dove scrivo quando sento il bisogno di riordinare le idee su un argomento. A scuola è diventato anche uno strumento didattico perché nello stesso posto ho iniziato ad archiviare presentazioni, video e materiali per lo studio della storia dell’arte, ma gli articoli non hanno necessariamente un taglio didattico. Sono passeggiate tra le immagini che intersecano anche la scrittura, la fotografia, la percezione visiva, gli strumenti digitali. È la storia dell’arte come avrei voluto studiarla…

Questo approccio, molto libero e personale, è rimasto invariato fin dall’inizio. Per questo motivo non ho mai accettato di scrivere su richiesta recensioni o notizie di mostre ed eventi d’arte né ho allargato il blog ad altri autori. Non mi interessava trasformarlo in un magazine. Si sarebbe snaturato. Volevo che restasse uno spazio mio, simile a un diario di bordo per immagini.

L’esperienza on-line e di insegnante ha portato Didatticarte a diventare un punto di riferimento per la divulgazione dei beni culturali e lo studio della storia dell’arte nell’ambito scolastico rivolto a studenti e a colleghi docenti. È appena uscito, come presentato in questo post, Artelogia, testo di storia dell’arte per le scuole secondarie di secondo grado (Zanichelli, 2021). Che cosa troveremo tra le pagine di questi volumi?

Dentro Artelogia si trova tanto Didatticarte. La storia dell’arte è raccontata in modo da farne emergere tutta la ricca e affascinante complessità. Ci sono tanti percorsi trasversali, che vanno oltre la canonica sequenza cronologica dei periodi artistici per spaziare in tante altre direzioni, dalla letteratura alla società, dalla tutela del patrimonio alle tecniche artistiche, dal linguaggio visivo ai metodi costruttivi.

Ancora più di Artemondo (il libro per le medie uscito tre anni fa) che doveva avere un approccio semplificato ed essenziale, questo è un libro che mi somiglia, un libro in cui ho voluto trasformare la storia dell’arte in un’avventura nel passato capace di farci riscoprire le nostre radici culturali e la nostra identità.

Da Artemondo però ho ripreso il metodo: la storia dell’arte è raccontata soprattutto per immagini, attraverso il confronto tra le opere. Lo studente è chiamato a diventare protagonista del processo di apprendimento perché viene coinvolto attivamente in questo esercizio di osservazione e comprensione delle immagini.

La società americana di analytics e business intelligence DOMO ha pubblicato un’interessante infografica che mostra che cosa accade in rete ogni minuto: nel 2020 gli utenti di Instagram hanno condiviso 347.222 storie, su Facebook sono state caricate 147.000 foto, TikTok è stato installato 2.704 volte. Nella società di oggi quale valore attribuiamo alle immagini, nostre e altrui? Quali possono essere le buone pratiche per un uso consapevole?

Oggi più che mai consumiamo le immagini voracemente, senza soffermarci a osservarle e comprenderne i vari livelli di significato. La mole di immagini che vediamo ogni giorno è tale che anche con la migliore volontà non riusciamo a dedicare loro l’attenzione che meritano. Se un dipinto medievale era un compendio di simboli da interpretare, agli scatti su Instagram dedichiamo una frazione di secondo per passare subito alla foto successiva. Eppure anche questi contenuti avrebbero tanto da raccontarci, nel bene e nel male…

L’inquadratura, i colori, il soggetto, ogni aspetto dell’immagine, anche se scelto inconsapevolmente dall’autore dello scatto, può rivelare tanto di lui e della società. I selfie, ad esempio, sono un universo di significati: si potrebbero passare ore ad analizzarne uno. Ma, oltre al tempo per farlo, manca anche la preparazione. Manca quella cultura visuale che ci consente di capire e decodificare le figure.

È una situazione paradossale: siamo sommersi da immagini, quelle che osserviamo e quelle che produciamo, ma siamo affetti da un grave analfabetismo visivo. Reagiamo davanti alle immagini in modo puramente istintivo, non tentiamo alcuna lettura un po’ più approfondita. Questo, oltre a impoverirci dal punto di vista culturale, nasconde anche un altro pericolo: quello di essere facilmente manipolabili attraverso immagini confezionate ad arte, per stimolare di volta in volta l’indignazione, il disprezzo, il sarcasmo.

Naturalmente l’antidoto a tutto questo è la conoscenza. Conoscenza dei meccanismi della comunicazione visiva, della storia delle immagini, della lettura delle opere d’arte. Tutto questo si deve iniziare a scuola, fin da piccoli, esattamente come si apprende la lettura e la comprensione dei testi scritti.

Abbiamo immaginato uno scaffale dei libri suggeriti dagli amici di Bianco Critico, un consiglio di lettura da parte di Didatticarte?

C’è un libro, scoperto negli anni dell’università, a cui sono rimasta sempre molto legata: è “Da cosa nasce cosa” di Bruno Munari. Non parla esplicitamente di arte e di lettura delle immagini ma dei meccanismi della creatività e di pensiero divergente, abilità che andrebbero coltivate sempre. Munari non fa differenza tra il progetto di una lampada e il disegno di un volto, tra la manipolazione di una forchetta e l’osservazione dei sassi su una spiaggia.

Ecco, dovremmo essere sempre così: curiosi del mondo e pronti a connettere tra loro immagini e idee.

Bruno Munari, Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale ( I ed. 1981, Laterza 2017)

Un piccolo sogno nel cassetto del team di Bianco Critico: Didatticarte può regalarci un libro e un’opera d’arte per la nostra libreria delle immagini?

C’è un autore che sa deliziarmi come pochi. È Achille Campanile, scrittore umoristico ma capace di descrizioni potenti e immaginifiche. Questa è del suo racconto “Se la luna mi porta fortuna” del 1928 in cui narra il sorgere del sole.

“Per prima cosa lancia in campo i carri delle nuvole, carichi d’oro e di porpora, soffia nei suoi cartocci di zolfo e di zafferano e confonde tutto nel pulviscolo; intanto si dà al gettito intensivo dei colori – ecco il violetto, ecco il lilla, ecco il turchino, l’arancione, il verde, il marrone, – scaraventa fontanoni di scintille e, tenendosi ancora nascosto, inizia il lancio delle bombe luminose là dove mezz’ora prima era notte; non basta: sta col piede sulla soglia, pronto ad apparire, ma, prima di fare la grande entrata, ha il supremo effetto: incendia la girandola finale, la scappata dei razzi dorati e delle fionde luminose, e, nel momento in cui tutto scoppia, crepita e turbina vertiginosamente, lui, eroico mattatore, fa dar fiato alle trombe d’argento, sfodera la spada, squarcia l’orizzonte e, tra bagliori, lampeggiamenti e serpentine, appare.”

L’immagine che mi piace accostare a queste parole è un’alba di Giuseppe Pellizza da Volpedo del 1904, un’esplosione di pigmenti che dagli occhi arrivano dritti all’anima.


Il sole o Il sole nascente (1904) di Giuseppe Pellizza da Volpedo,
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Si ringrazia Emanuela Pulvirenti per il bellissimo collage dell’immagine in evidenza.

Maria Baffigi

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