La nonna apolide di Anny Romand

Nel 2014 l’attrice francese Anny Romand ritrova il diario della nonna. Non un diario adolescenziale o sognante di quelli che ci si aspetta dalle giovani di ogni generazione. Si tratta bensì di pagine che la nonna ha scritto durante la fuga estenuante, il doloroso peregrinare, del popolo armeno tra 1915 e 1918; pagine che sembrano pietre lanciate ai perseguitori. In queste parole, scritte un po’ in francese e un po’ in armeno e greco, Anny ritrova i tasselli mancanti di quei racconti che la nonna le faceva da piccola.

Proprio così ci viene restituita la storia di nonna Serpouhi: le pagine del diario si intervallavo con i racconti che l’anziana fa alla piccola nipote, anzi, è proprio questa bambina a scrivere in prima persona – anche se oggi adulta – un diario che contenga i turbamenti e i sensi di colpa di quella donna. Anny ascolta la nonna che, in ininterrotti flussi di coscienza, le restituisce i patimenti della sua vita altra, quella lontana dalla Francia dove sono ora, quella che nessun racconto basterà ad imprimere nella Storia.

Il genocidio del popolo armeno perpetrato dai turchi, fu pari solo a quello che i nazisti inflissero al popolo ebraico. Ma quanto spesso questa fetta di Storia viene ricordata? Quanto si sa e quanto si vuole dimenticare di quel momento? Tutti i genocidi razziali e/o religiosi posseggono l’oscurità della vergogna, e molto spesso i superstiti non sono stati creduti o hanno preferito rimuovere il dolore nel silenzio.

Questo libro è una testimonianza potentissima: riesce in modo semplice e lineare a imprimere il solco, racconta di una tipica famiglia armena di fino Ottocento che lavorava e si dava da fare per permettere che tutti i figli studiassero, che aveva in casa un pianoforte e attribuiva un forte valore all’etica e alla morale. Valori che la nonna di Anny le tramanda con ricordi della sua vita precedente, quella in cui ha perduto tanti figli – uno, addirittura, lo ha dovuto abbandonare cedendolo ad una contadina di un paese di passaggio, perché non aveva di che sfamarlo – il marito, quella in cui veniva sbattuta da una carovana all’altra subendo soprusi di ogni tipo. Non risparmia nulla alla nipote nel racconto, è consapevole che quella piccola è la sola ad ascoltarla, l’unica a comprendere il suo dolore pur se così piccola. I genitori di Anny non vogliono che la nonna riveli quel passato facendo affiorare alla bambina incubi e paure sbagliate, ma questi momenti in cui sono da sole servono ad entrambe per ricercare quella verità che agli adulti, per fretta o superficialità, non interessa sapere.

Ma in questo diario di Anny bambina, che collega i fili del diario vero della nonna, ci viene consegnata un’arma, l’unica che allevia le brutture del mondo: la lettura. Legge la nonna (lo rivela anche in una pagina del diario) e così ha voglia anche di leggere la bambina, e quella donna martoriata unisce il leggere allo scrivere, ritrova in questo le formula per mantenersi umana nella disumanità che la circonda, le pagine di carta sono lo scudo con cui proclamare e condannare per sempre quella barbarie. Non c’è video di oggi, foto e reportage contemporaneo che riveli come fa uno scritto il sentire di un prigioniero, la rabbia che mantiene in piedi gambe stanche.

Ha ragione Dacia Maraini nella prefazione del libro: questo è un omaggio ai vecchi e ai bambini. La storia narrata dall’autrice è super biografica, perché Anny Romand riesce a ritrovare il suo sguardo di bambina e a restituircelo insieme al diario della nonna Serpouhi, ricordandoci l’importanza che hanno i vecchi nel racconto del loro passato e i giovani nel riconoscersi in quello.

Un libro molto utile in questo momento storico che ci porta via, con maggiore rapidità, gli anziani: Mia nonna d’Armenia (La Lepre Edizioni 2020, traduzione di Daniele Petruccioli) è un’emozionante viaggio esistenziale che nonna e nipote fanno insieme, è avvenuto in alcuni anni dell’infanzia di Anny, per far sì però che durasse tutta la vita.

Luna

L’umanità ti osserva

Tanti li fai felici

Ma il miserando ti maledice

E fai colare lacrime.

Compatisci anche tu

Queste migliaia di innocenti

Che come letto hanno un pezzetto di terra

O Luna, che come luce hanno soltanto te?

Fra i cadaveri ci sono tante donne

Coi figli appesi al petto

Quasi aspettassero un tuo aiuto.

Se noi siamo colpevoli

Qual è la colpa di quegli innocenti?

(Poesia di Serpouhi Hovaghian, 1916)

Francesca Attiani

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