Dieci storie quasi vere: l’immaginazione al potere di Daniela Gambaro

Non è sempre meglio scrivere brevi racconti, o meglio, non è un formato letterario che tutti gli scrittori possono adoperare. Alcuni hanno bisogno di una lunga rincorsa per poter sfociare in ciò che vogliono dire.

Daniela Gambaro invece può, ce la fa, riesce nell’intento di colpirci subito, senza preamboli lunghi e ridondanti: ci propone dieci storie tutte diverse, ma tutte mosse dalla stesso sguardo sul mondo.

Dieci storie quasi vere, uscito qualche mese fa per Nutrimenti, è il romanzo degli aneddoti, dell’infinitamente piccolo che nasconde il cuore delle cose.

Proviamo a dare un aggettivo per ciascuna di queste storie, senza spoilerare troppo: Giavasco, il racconto di apertura, è poetico, entra in un ricordo dell’infanzia e lo riporta nella realtà odierna per spazzare via le paure quotidiane. Il signor Avezzù pensava è inaspettato, ha come protagonista una tartaruga e il ruolo della donna, quello attribuitole dagli altri e quello conquistato da se stessa, nonché l’importanza del segreto per amare gli altri. L’ultimo dei Mohicani è generazionale, unisce nonna e nipote nel medesimo mondo, ristabilendo un ordine del sentire che tra figlia e madre si era sfaldato. Branchie è nostalgico, potrebbe diventare una storia più lunga se unita al primo racconto, seguendo il filone dell’infanzia perduta e ritrovata. La Llorona è doloroso, il racconto più difficile da proporre viene inserito dall’autrice in uno scenario marino, leggero e spensierato, volutamente in contrasto col dolore della protagonista. Aderenze è spirituale, narra di una strana baby sitter col pallino per la fede, ma una fede tutta sua, stramba e altissima allo stesso tempo. La stanza in più è ingannevole, attraverso un disguido familiare, moglie e marito sapranno parlarsi di nuovo. We should – Ballata della lingua inglese è ironico, due genitori che utilizzeranno l’inglese per sentirsi liberi. La piccola metà è conciliante, riuscendo a mostrarci nel nucleo famigliare al completo – disarmonico e stressante – l’unica possibile felicità. Mia sorella si illumina è tenero, il racconto fiabesco dell’amore per una sorella speciale.

In tutti e dieci i racconti convertono, come raggi di una ruota, gli stessi nuclei tematici: il ruolo della donna nella società (bambina, figlia, buona e cattiva madre, donna in attesa, moglie ansiosa, amica d’infanzia, lavoratrice ostacolata, donna incompresa e sottovalutata), lo smarrimento delle madri, il ruolo dell’inconscio nella vita quotidiana, l’importanza della favole e dell’immaginazione, il ricordo che aumenta il valore del vissuto, i dettagli apparentemente inutili che avvolgono le cose restituendocele come importanti.

La vita scorre, nel libro della Gambaro, tra i giochi di prima e di oggi, tra la fanciullezza creduta ora felice, e questa età adulta che allora sembrava migliore. In mezzo ci siamo tutte noi, sempre uguali e costantemente in tumulto.

Francesca Attiani

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